“Meo”, scopro la pallavolo a 40 anni

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Meoni versione mago e presentatore

Domandare è lecito, rispondere è cortesia. Se poi le risposte sono argute, frutto della riflessione di una mente libera e mai banali è il non plus ultra. Un pallavolista che da sempre mi incuriosisce, non esclusivamente per quello che da oltre due decenni (è del 1989 la sua “prima” in Serie A1 e del 1994 il suo esordio in Nazionale) fa vedere in campo, è Marco Meoni, il Meo per tutti quelli che frequentano l’ambiente. Sarà per quella sua propensione registica che va oltre il palleggio (provate a cercare i suoi video in rete) o per quella curiosità e capacità di mettersi in gioco che ne fa un personaggio che potrebbe benissimo travalicare i confini del volley. Per chi se la fosse persa, vedere per credere la presentazione della Blu Volley Verona con il Meo in versione mago.

Così ho scelto lui per la mia prima chiacchierata al maschile. Meo lo becco in pullman, mentre i compagni sono impegnati nella visione “di un film da trasferta”.

Cioè? “Di sicuro non un classico polacco degli anni ’80 (ride), ma uno di quelli in cui prima dei titoli di testa sono già morte almeno 10 persone”.

600 partite in Serie A!!! La maglia celebrativa

Descriviti in 140 caratteri, come in un tweet… “Twitter lo uso poco. Ma ci provo. Un ragazzo non più tanto ragazzo. Pallavolista non più tanto pallavolista. Curioso. Vecchio per il lavoro che faccio, giovane per la vita normale”.

Cosa significa per te essere curioso? “Mi piace conoscere, non dico sapere. Ogni qualvolta c’è qualcosa che mi attira, cerco di saperne di più e di capirla il più possibile. Questo in tanti settori diversi”.

Qual è l’ultima cosa che ti ha incuriosito? “Può sembrare un paradosso visto che io faccio il pallavolista da 25 anni, ma l’ultima cosa che mi ha incuriosito è la pallavolo. Da quando non gioco più in Nazionale, ogni estate organizzo il TorMeo, una manifestazione di green Volley aperta a tutti. Mi sono reso conto che ho vissuto per 25 anni all’apice di questo sport senza rendermi conto di quello che c’è sotto. In questo momento, anche grazie a Facebook, sto scoprendo l’altra faccia del volley: quella dei tifosi, delle persone che amano questo sport. Questo mi ha spalancato delle porte enormi. Ho cominciato a vedere tutto sotto una luce diversa, a capire le loro esigenze, le loro aspettative, i loro desideri. Questo mi ha reso più umano nei loro confronti. Non che prima non lo fossi, ma adesso è diverso”.

Cosa ti ha stupito di più di quest’altra faccia della pallavolo? “L’amore e la passione che la gente ha per questo gioco che ho riscoperto perché, quando si arriva a certi livelli, si perde di vista. Un po’ perché si è un po’ viziati nel senso buono della parola, un po’ perché allenandosi due volte al giorno per undici mesi all’anno la pallavolo diventa un lavoro. Così mentre i nostri tifosi e gli amatori trovano nella pallavolo lo sfogo della settimana lavorativa, noi pallavolisti cerchiamo in altre attività il nostro riposo. Non è un caso che io ho pochissimi amici tra i pallavolisti, fuori dalla palestra mi è sempre piaciuto scindere bene i due mondi. La mia curiosità mi ha portato a frequentare ambienti diversi”.

Quindi c’è la possibilità che riscoprirai ancora la pallavolo dopo che smetterai con l’agonismo? “Un dopo che è molto vicino. Non abbandonerò mai quest’ambiente e penso di poter fare ancora qualcosa di buono per questo sport, partendo dal torneo di Green Volley. Per capirci, non si iscrivono solo pallavolisti. Ma gente che ha voglia di divertirsi. C’è un mio amico geometra che gioca a football americano, ci sono ingegneri, muratori e calciatori. Per tutti la pallavolo è il comune denominatore, il collante. Quando si gioca anche gli sconosciuti diventano amici. E’ vero che capita anche col calcio, ma la pallavolo è democratica: si gioca tutti insieme, ragazzi e ragazze, uomini e donne. E nel sitting volley, cha abbiamo provato nella scorsa edizione, si abbatte anche la barriera della disabilità e, dal momento che non si salta, anche la differenza tra giocatori professionisti e amatori “.

Dopo i video disseminati su youtube e la presentazione della Blu Volley nei panni di mago, come ci stupirai ancora? “Ho moltissime idee, non so quante ne riuscirò a mettere in pratica. Mescolo continuamente le mie conoscenze di base per mettere in piedi qualcosa. Fondamentalmente sono cazzate, a volte riescono, altre no. Però mi divertono e spero possano piacere anche agli altri. In ogni caso cerco sempre di lasciare un messaggio. In futuro vorrei legare la mia credibilità in questo ambiente a iniziative legate ai giovani che giocano a pallavolo, quelli convinti che si possa campare alla grande con questo sport che, invece, devono capire che bisogna affiancargli altro. Ma si tratta di un progetto ambizioso sul quale dovrò sbattere la testa”.

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Perché la pallavolo fatica a mantenere quel grande potenziale di tesserati che non si trasforma in pubblico? “Dal punto di vista sportivo, la pallavolo ha una componente tecnico-coordinativa altissima. Per il resto, a costo di tirarmi dietro i malumori di tanta gente, c’è stata una mala gestione negli ultimi cinque lustri che ha impedito di valorizzare le vittorie della Nazionale e dei club che non hanno avuto il seguito mediatico e di pubblico che meritavano. Basta vedere il rugby, che sicuramente dispone di una capacità manageriale e di marketing diversa da quella del volley. Naturalmente il mio è un giudizio da profano. Se si considera, però, che nonostante la nostra classifica, il pubblico di Verona è tra i più alti dell’A1 vuol dire che il lavoro sul territorio può fare la differenza”.

Continua a giocare con lo stesso spirito di quando avevi 20 anni? “La voglia di giocare è la stessa, lo spirito è diverso. Vittorie e sconfitte si vivono in maniera diversa perché sono elaborate con la mente di un quarantenne sposato con tre figli”.

Ti pesa essere un quarantenne con tre figli? “Sono strafelice di esserlo. Sono così felice di vivere il mio presente che non lo cambierei con nient’altro”.

Saresti felice se i tuoi figli giocassero a pallavolo? “Loro fanno quello che vogliono. A me basta che si muovano”.

Se non avessi fatto il pallavolista, cosa pensi saresti adesso? “Non riesco a ricordarmi come ragionavo a 16 anni. Probabilmente peserei 120 chili e lavorerei in banca, oppure vivrei all’estero”.

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