Silenzio, stavolta parla l’arbitro Rossella

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Non solo giocatori e giocatrici. Sui campi della Serie A italiana di pallavolo ci sono anche allenatori, tutti uomini, componenti degli staff tecnici, con poche donne, e arbitri. Che, a dispetto del genere maschile per identificarli, non sono tutti uomini. Per fortuna. E visto che sono una donna che crede nelle donne, non potevo che cominciare questo blog chiacchierando con un esponente del genere femminile. Una di quelle che sul campo di pallavolo, di solito, guarda tutti dall’alto. Il suo nome è Rossella Piana, di professione psicologa. Almeno fino a quando non indossa la sua divisa da arbitro che, da un mese a questa parte, potrà indossare anche all’estero essendo diventata internazionale.

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“Una nomina che mi lusinga – ammette Rossella -. Negli ultimi anni la Fivb ha promosso il ruolo della donna a livello arbitrale e anche la Federazione italiana ha dimostrato attenzione. Se dieci anni fa era normale a livello provinciale o regionale, era un caso raro vedere una donna arbitrare in Serie A. Oggi si comincia a non farci più caso”. Almeno tra colleghi arbitri. “Perché tra gli addetti ai lavori – sottolinea il fischietto carpigiano – il passaggio culturale è ancora in itinere. Solo il tempo darà una mano a combattere quei pregiudizi che ancora vogliono la figura dell’arbitro risiedere in un’entità maschile”.

Poco male per Rossella, una che sul campo ci è entrata da centrale per poi passare, “quando alzarono la rete”, alla regia. Una carriera arrivata fino alla Serie C. La scintilla col seggiolone scattò solo in seguito, alimentata dal dna familiare. “Mio papà è stato un arbitro di calcio in Serie B, penso che la formazione abbia influito molto sulla mia scelta. Sono sempre stata una molto rigorosa: non ho mai preso un cartellino giallo nella mia carriera da atleta”.

Rossella, prima seduta da sx, al corso per arbitri internazionali tenutosi poche settimane fa ad Ankara – foto Cev

E cerca di non estrarne, a meno che non siano strettamente necessari, nemmeno quando sta sul quel seggiolone che ama tanto: “Cerco di controllare la gara anche attraverso la comunicazione non verbale. La mia professione un po’ mi aiuta nel cercare di comprendere alcune dinamiche sul campo”. E l’aiuta anche nella gestione introspettiva delle partite. “Ogni gara comporta una preparazione mentale che non è diversa tra una maschile e una femminile. Semmai l’impatto emotivo è stato maggiore a ogni passaggio di categoria”, spiega Rossella che adesso si prepara all’esordio internazionale. “Non so quale sia la trafila. Bisognerebbe chiedere a Simone Santi, sarebbe bello ripercorrere la sua strada… magari fino alle Olimpiadi”.

Il tempo c’è e Rossella, una di quelle che crede moltissimo nella meritocrazia e per niente nelle “quote rosa”, che non presta attenzione ai cori del pubblico e crede nella tecnologia “solo se è capace di aiutare seriamente a prendere decisione corrette”, dopo la Supercoppa italiana femminile nella quale era il secondo dell’altra internazionale italiana Ilaria Vagni, si prepara alla prossima gara: Bergamo-Busto Arsizio.