Amarcord: Alberto Cisolla, “Marca Doc”

Alberto Cisolla, trevigiano a Treviso. L'ex bimbetto con gli occhialoni è cresciuto al ombra della Ghirada. E oggi guida la Sisley verso nuovi orizzonti. Sognanda l'azzurro da protagonistà

La copertina del servizio su Cisolla "Personaggio"
La copertina del servizio su Cisolla “Personaggio”

MODENA – Nell’aprile 2005 su Supervolley usciva l’intervista ad Alberto Cisolla, Personaggio del Mese a cura di Fabrizio Rossini, foto di Daniela Tarantini.

———- Intervista

Alberto Cisolla guarda Gigi dritto negli occhi, stringendolo amorevolmente fra le sue braccia ben tornite dalla palestra pesi capitanata dal preparatore della Sisley, Alessandro “Guazza” Guazzaloca.
“Guardatelo – dice, accarezzando il Gigi -. Non è un amore? Come si fa a non voler bene a un cosino così?”

Le lettrici delle prime file sono già svenute. Alcune perché pensano che vorrebbero essere loro al posto del suddetto Gigi, li fra i bicipiti trevigiani, a rimirare a una spanna gli occhioni cerulei del Ciso (ma poi, o sventurate, ci sarebbe una certa Fenny pronta subito dopo a cavarvi i vostri, di occhi…).
Altre lettrici hanno perso i sensi focalizzando male la scena: immaginando cioè che Gigi sia il gigantesco Mastrangelo, e che la scena sia un atto consolatorio della finale di Atene, rubata nello spogliatoio nazionale. Quadretto francamente terribile a pensarci.

"Sono legato alla mia città, Treviso. Mettere questa maglia mi riempie di orgoglio. Mi emoziono ogni volta" Alberto Cisolla

No, no. Facciamo chiarezza e presentiamo i protagonisti della nostra ennesima incursione a casa dei vip del volley, che incautamente continuano ad aprirci la porta. Il Ciso, che la moglie chiama “Alby”, è quel ragazzo alto col numero 15 che schiaccia nella Sisley. Fenny e la signora Cisolla: in casa sua erano accaniti fan dell’attrice francese Fanny Ardant, ma il nome era già occupato da una zia, Fanny, e quindi a lei e toccata la versione con la vocale “e”. Gigi non e Mastrangelo, ma un mini-cane: Cisolla ha appena comprato un’auto Mini Cabrio, e deve aver pensato (come il tipo della pubblicità che gira in bici col pennello gigante sulla schiena) “per una macchina piccola ci vuole un cane piccolo”.

Cisolla, made in Sisley
Cisolla, made in Sisley

Morale, da pochi mesi casa Cisolla è governata da un barboncino, il modello è “Toy”, di nome e di fatto: significa l’ultima scala, dal barboncino maxi al midi, fino al mini. Gigi è il quarto gradino, il più piccino, e sta nel palmo di una mano. Comanda lui, in casa. Se le foto scattate da Daniela Tarantini che vedete in queste pagine non vi bastassero, fatevi un giro su www.rossoalice.it, cliccate su “Altri sport” (la sezione oggi 2020 non è più online, ndr) e poi su Sisley Volley, e gustatevi il filmato realizzato dallo staff comunicatore (gli indefessi Fregonese-Castorina-Spironello) e dalla dolce Ainoa Zago. Ebbene, nonostante la perfetta recitazione dei due adulti, come avrete modo di appurare, il mini-cane è assoluto protagonista.

Ma noi siamo qui non per parlare del Gigi, o delle sue gare “incisive”, in senso dentistico, di “tiro al pupazzetto” col papà. Ma per parlare del e col papà, appunto.

Il Ciso abita con Fenny in una casa non lontanissima da quella di Samuele Papi, che già abbiamo di recente visitato. Ma si tratterranno li ancora per poco, i Cisi: hanno già acquistato un’altra abitazione, più grande. Anzi, la cosa ha anche mosso parecchio gli interessi di Alberto, che sta meditando in futuro di impegnarsi, a parte l’attività sul Mondoflex, nel campo immobiliare. Nel frattempo continua a saltare. A saltare, e castorizzarsi.

“Si, lo so, lo so che faccio una faccia buffa quando schiaccio.
Gonfio le gote. Come dici? Sembro un castoro? Può darsi. Ma quella per me è la massima espressione di violenza… Il momento di massima tensione muscolare”.

Cisolla gonfia le guance...
Cisolla gonfia le gote…

Come si fa a non voler bene a un cosone cosi, penserà Gigi. E lo pensiamo anche noi: il Ciso è uno che all’italico volley sta dando grandi soddisfazioni. Per non parlare della pallavolo zona Marca (che poi, per spiegare il titolo ai meno esperti di geografia, sono i dintorni di Treviso), di cui Alberto Cisolla rappresenta la più felice delle scommesse. Mentre il bimbetto un po’ tappo cresceva d’altezza in maniera esponenziale, fino agli attuali 197 centimetri, la sua vita cambiava. Non solo perché dal 2001 si è conquistato posto in campo.

“Un sacco di cose sono mutate. Dal punto di vista professionale quasi nulla, fra virgolette, negli ultimi mesi: lo stesso sport, parecchie vittorie in più, una emozione dietro l’altra. E’ cambiata tanto la Sisley, questo sì. Dopo la squadra imbottita di campioni degli anni passati, c’è stata la svolta nelle ultime stagioni: sono stati lanciati diversi giovani come me, coltivati nel vivaio. E vincere cosi è stata un’emozione incredibile. Nel frattempo io, un ex opposto, ho affrontato un piccolo cambio di ruolo. E poi sono cambiate le mie vicende personali. In meglio, intendo. Prima fidanzato seriamente, poi sposato. E successo il 4 settembre 2004, a Salò, la città di Fenny, dove suo padre ha un ristorante. Sono felice. Nel senso che ho sempre avuto molto forte il concetto di famiglia, una idea forte, tramandata dai miei. Sono cresciuto in una famiglia sana, che mi ha trasmesso sensazioni positive. Beh, insomma, tutto questo dopo i giusti bagordi e le esperienze personali, quelle del classico giovane single atleta… Ma ho sempre avuto il desiderio di creare per me una famiglia felice, come la mia. Trovati i presupposti, che poi si chiamano Fenny, non ci ho pensato due volte… Beh, insomma, diciamo che non ci ho pensato molto”.

Cisolla, ritratto di famiglia con la moglie Fenny e Gigi
Cisolla, ritratto di famiglia con la moglie Fenny e Gigi

Quindi se oggi la famiglia Cisolla è fatta di due adulti e un angstrom (unita di misura del mini-cane: sarebbe un centimetro elevato alla -8. Telefonate al matematico Leo Morsut, se non avete il Manabile a portata di zampa) lo dobbiamo alla famiglia Cisolla d’origine.
“Ho un fratello di 5 anni più grande di me, Andrea. Gioca a Pordenone in B2, si è sposato lì un anno prima di me. Fa il centrale, ma di quelli ‘antichi’, che ricevono. Poi c’è papa Renato e mamma Nilde, che lavora in una profumeria”.

Sfogliando gli appunti, prima di partire per Treviso, è sbucato in effetti un articolo scritto sul Ciso da Leo Turrini sulle colonne di Supervolley. E in effetti lì si parlava di papà Renato, sempre in tribuna a controllare il suo gigante, anche negli allenamenti alla Ghirada. Per il redattore di queste righe scombussolate, Leo Turrini è un po’ come Obi Wan Kenobi, una specie di maestro Jedi. Quindi ogni occasione è buona per citarlo. Il Turrini sosteneva che Bruno Da Re, procuratore generale della Sisley Treviso, poteva anche cacciare il tecnico Daniele Bagnoli. Perché Renato Cisolla ormai ne sapeva più di lui. “Continua a seguirmi con grande attenzione – sorride il Ciso –  ma Bagnoli ha spostato diversi allenamenti alle 18.30 e questo non si concilia con gli impegni di cucina del babbo. Resta comunque informatissimo. Spesso viene in trasferta. Parlo di pallavolo con lui e mia madre, fanno domande, spiego i dettagli. All’inizio mio padre pensava che io e Andrea saremmo finiti a giocare a calcio. Andrea però aveva iniziato a Treviso nelle giovanili, tramite la scuola, e io andavo a vedere lui. L’allenatore Michele Zanin un giorno si avvicinò e mi chiese se mi interessava iscrivermi a un corso di volley. A pagamento, eh… Negli anni la Sisley quei soldi me li ha rimborsati (ride). Il primo corso era una noia mortale. Non c’erano partite, né tornei. Solo lezioni di pallavolo. Infatti tanti che hanno iniziato con me hanno smesso. Invece quegli allenamenti mi hanno preso molto. Com’ero? Un bimbo con gli occhiali, che ho continuato a portare finché Montali me li ha fatti togliere dieci anni fa. Porto le lenti a contatto da allora”.

Immaginate l’influenza che ha avuto sul piccolo Cisolla l’ambiente sportivo della Ghirada, la Città dello Sport creata dalla famiglia Benetton, unico in Italia: campi all’aperto e indoor, il ristorante con i grandi atleti, la foresteria… “Giusto, ha influito molto, la Ghirada. Facevo corsi di pallavolo a un età in cui non riesci nemmeno a schiacciare, mentre i tuoi compagni vanno in gita e tu non puoi perché hai allenamento, la domenica deve restare libera per la partita, mentre gli amici vanno al cinema, e tu non puoi fare neppure un giro in centro. E qui si allenavano pure spesso, anche tre o quattro volte a settimana. A quell’età è difficile trovare gli stimoli per continuare a fare sport. Pensi ‘ma chi me lo fa fare’, ti vien voglia di prendere lo scooter e andare con gli altri all’oratorio. Ma a me l’aria cosi professionale, l’ambiente, le strutture della Ghirada, i campioni di basket, volley e rugby che mangiavano lì tutti i giorni al ristorante, tutto mi catturò. Nel frattempo il tecnico delle giovanili Sisley, Michele Zanin, mi ha insegnato quasi tutto quello che so di pallavolo. E in più c’era l’ambiente familiare, due persone come Michele De Conti e Bruno Da Re. Per loro all’inizio ero una specie di mascotte. Nell’anno in cui fecero le finali Under 16 in Sardegna, io avevo solo 13 anni, ma Michele e Bruno mi portarono via con la squadra. Erano dispari, i ragazzi, e io facevo da ottavo, la mascotte, davvero, perché non arrivavo a passare la rete. Questo ambiente a Treviso c’é ancora. Si capisce (ride), si vede solo quando si vince. Poco dopo arrivarono i vari Valerio Vermiglio, Dante Boninfante, Cosimo Gallotta, Alessandro Campanari, Francesco Biribanti, Giovanni Polidori… Ci siamo allenati assieme per tanto tempo, e la cosa che mi ha fatto più piacere è stata appunto la scelta di Treviso di richiamare ragazzi di quella generazione per fare la squadra. Scelta rischiosa, ma ripagata”.

Con Lozano campo e scudetto
Con Lozano campo e scudetto

Già. Si parla spesso, e per fortuna, del fatto che la Junior League di quegli anni sforno talenti. Soprattutto perché i club, al tempo ricchissimi, investivano moltissimo sul vivaio.
“Era un campionato di livello superiore e ci ha aiutato tanto a crescere, perché abbiamo vissuto partite di livello massimo per la categoria, match che si vedevano solo nelle finali nazionali. Per come era strutturata, la Junior League ti faceva tenere l’atteggiamento giusto, faceva vivere il ritiro, partire il giorno prima, era una organizzazione molto valida. Non so se i vivai sono cambiati, oggi. Ma squadre come la nostra, come Ravenna, come Milano, avevano vivai della madonna…”.

Vero. La Junior League, si badi, c’é anche oggi e funziona bene. L’unica differenza sostanziale, rispetto a quegli anni, è che nella nuova versione non si gioca più prima delle partite dei serie A (il calendario era all’epoca gemello), cosa che permetteva ai più bravi della squadra Under 20 di sedere in panchina coi senior.
“Belli, quegli anni. Tutte le cose tecniche che ho nel mio bagaglio le devo a Zanin, compresi i tanti palloni contro al muro che anche adesso servono. Ricordo come se fosse ieri quanti colpi di bagher ho dato contro alla parete, e quando posso lo rifaccio. La tecnica è determinante e quell’esercizio aiuta a perfezionare il colpo. Con tutti gli allenatori ho avuto un bel rapporto, col mio carattere difficilmente mi trovo male in palestra. Kim Ho Chul è stato il primo che mi ha voluto in serie A. Scelse me al posto di Campanari, come dodicesimo. Se non era per lui, magari non esordivo neanche. Com’era Kim? Il suo italiano è spettacolare. Per fortuna che c’era Piazza che traduceva. Il muro a sangue era ‘sanguata’ O si esibiva in definizioni non spiegabili, tipo ‘Aral di parallela’. Raul Lozano invece mi ha fatto giocare più di tutti: lasciò in panca Fomin per meta campionato. Era una scelta discussa. Ma lui puntava su di me”.
Quell’anno Cisolla sciorinò anche 31 punti in gara uno di semifinale con Modena. Mica male, per una riserva.

“Era Dimitri, il titolare. Nella serie finale contro l’Asystel ebbi solo l’amarezza di aver cominciato bene e per poi finire in panchina. Se si può parlare di amarezza, visto che vincemmo Io scudetto”.
E oggi, finalmente, Cisolla è indiscusso protagonista. Nelle geometrie bagnoliane, lui è quello della palla alta in posto 4. Con Samu Papi specializzato nelle traiettorie veloci e Fei che da fresco ex centrale predilige un “secondo” a un vero e proprio terzo tempo, a lui, il trevigiano d.o.c., Vermiglio spedisce i tipici palloni che devono scavalcare i muri. Di contro, per compensare la sue partenze d’attacco, il suo corridoio di ricezione viene ristretto da Farina e Papi. Anche se, a ben guardare, Alberto sta cominciando a tenersi, rispetto allo scorso anno, qualche decimetro in più.

“Mi sono sempre allenato in tutto: anche da opposto dovevo avere il bagher allenato, facevamo spesso la ricezione a quattro. Adesso mi capita di fare tanta seconda linea, anche se di norma non ricevo la battuta flot. Il cambio di ruolo mi è piaciuto. Sì, lo so che fino a qualche anno fa dicevo ‘sono un opposto, mi sento un opposto. Ma mi piace giocare da schiacciatore-ricevitore. Ho fatto persino il centrale, in passato. Ai Mondiali militari gli schiacciatori eravamo io, Zlati, Biri e Lo Re, mancava in quel gruppo di leva un posto tre puro e il tecnico Sirotti mi adattò al ruolo. Anche un anno in serie A, all’epoca non c’era il libero, io ero di fatto il quarto schiacciatore ed entravo per ricevere al posto di un centrale: era Di Franco, in ricezione non era un fenomeno, allora per ricevere entravo io”.

In quel periodo, la crisi. Con troppo legno di panca stampato sul sedere, il buon Cisolla dichiarava di voler andare via dalla sua Treviso.
“Mi sentivo pronto per giocare titolare in serie A, provarci: fino al 2000, Treviso mi aveva dato grandi possibilità, ma non responsabilità. Volevo prendermele. Arrivai quasi al punto di rottura con Da Re, si, volevo andare via, farmi prestare o vendere com’era successo ad altri giovani passati dalla Ghirada. Invece l’anno dopo giocai tanto, grazie a Raul…”.

Oggi il tema dei ragazzi che non giocano in serie A è di attualità scottante.
“Capisco che sia difficile trovarsi un posto, anche la mia opportunità non era stata cosi immediata. lo mi sentivo pronto per giocare prima, forse appunto non nella Sisley, ma in qualche società di media A1. La mia storia dimostra che, alla lunga, se ci sono le potenzialità si arriva. Gli stranieri devono essere bravi. Ma qualche volta vengono presi per far scena, soprattutto perché costano meno, mentre c’è qualche italiano più capace che non si vede. In quel caso sono contrario. E lo dico perché vedo tanta pallavolo, mi informo, mi piace. Se sono in casa, in tv la guardo: su Snai Sat seguo anche le partite di A2, comprese le ultime finali di Bassano”.

Cisolla e l'azzurro
Cisolla e l’azzurro

E ora parliamo di azzurro. E qui bisogna dire che Alberto è sereno. Nel senso che è arrivato ad Atene conscio che Gian Paolo Montali aveva riservato per lui il ruolo di cambio a muro, e solo in caso di estrema emergenza sarebbe entrato. Infatti il Ciso alle Olimpiadi si è visto poco. Ora è chiaro che dopo una buona stagione speri di avere sempre più spazio, in vista della lunga estate che porta agli Europei di Roma.
“Vorrei essere chiaro, e non frainteso. Non sono mai mancati a inizio stagione gli attestati di fiducia per me, sia da Anastasi che da Montali. E io li ho sempre ricambiati lavorando pesantemente. Diciamo che quando ero opposto sono stato sorpassato in extremis sia da Giombini nel 2001 che da Fox, la prima volta che cambio ruolo alla vigilia dei Mondiali 2002. Non l’ho mai visto come un problema, non essere stato considerato uno dei protagonisti dell‘azzurro nelle grandi manifestazioni. Chiaro, giocare partite di World League è un grande onore, ma sento che mi manca qualcosa. Non ho nessuna fobia, diciamo che non sono mai entrato del tutto nei programmi degli allenatori che la allenavano. Poi non so, se è per sfiducia, demeriti miei, meriti di altri: la nazionale funziona cosi, ci sono sedici giocatori bravi ogni anno e ne devi scegliere sei. Alle Olimpiadi, per esempio, era chiaro che ero il quarto, dopo Cernic, Papi e Giani. Sono tanti i giocatori bravi, lo so che anche quest’anno sarà una lotta”.

Beh, forse questa potrebbe essere davvero l’estate del Ciso. Papi fuori, Matej un po’ in crisi (anche se l’azzurro, per lui, è sempre una medicina sacrosanta). E vero che non è bello conquistare la maglia azzurra per eliminazione, e non è questo il senso del discorso. Invece questa è un’estate in cui Montali ha ringiovanito il gruppo, vuole cambiare. Siamo pronti a scommettere che la manona di Alberto schiaccerà parecchio. Mentre la cucina di casa Cisolla si riempie di un’invitante aroma di pasta al sugo e Gigi assalta gli zaini della fotografa, chiacchieriamo di promozione della pallavolo, sull’onda di quanto dicevano anche i recenti intervistati.
“A me piacciono le occasioni extrasportive. Capisco che ogni tanto possa scappare qualche sbuffo, soprattutto quando la Sisley ci chiama ad attività di promozione nell’unica mezza giornata libera della settimana. Ma momenti come ho passato a Volley Land, in cui vedi la passione autentica intorno a te, in cui la gente ti tratta come fossi Beckham, sono fantastici. A Forli c’era un mare ai gente anche a vedere il nostro allenamento. Ho respirato un’atmosfera unica, che noi a Treviso purtroppo gustiamo solo per tre o quattro partite l’anno”.

Perché, è la grande domanda che si pongono da anni negli uffici di Verde Sport? Perché una delle squadre migliori del globo, con interi stralci di Olimpia nel sestetto, ha meno pubblico di squadre meno blasonate? “Ho un opinione. Non sono un esperto in materia, ma sono un attento cultore della moda, di ciò che è trendy, delle cose che la gente guarda. Manca un po’ di pubblicità diversa. Qualcosa che esca dal valore sportivo in sé. Pubblicità tipo moda, modi di comunicare che oggi attirano molta più gente rispetto a quanto fa lo sport con i suoi appassionati. Tanto per fare un esempio, giocatori come la Cacciatori o Cernic sono dei superfighi, e possono attirare nuovo pubblico, al di là dell’interesse dei fan del volley. Gli spot in tv sono cosi: un bagnoschiuma per la doccia non fa pubblicità sul prodotto, anche se vuol vendere quello. Mette invece un gran fisico, modello o modella, a farsi la doccia. Forse è ora d’uscire dall’idea del prodotto ‘pallavolo’, e creare personaggi intorno a lei. Non voglio svilire il lato tecnico: infatti se i miei amici vengono a vedere una partita, li rivedo a quella successiva solo se hanno visto un bell’incontro. Chi vede Sisley-Vienna, senza nulla togliere agli austriaci, magari non torna. Noi dovremmo cercare di portare nuova gente nei nostri palazzetti. Poi sarà la qualità del gioco a fare il resto”.

State pronti, produttori di bagnoschiuma: Alberto Cisolla mette pettorali e addominali a vostra disposizione. Non sapendo, citando l’esempio, perché forse troppo giovane, che proprio un bagnoschiuma e una doccia insaponata contribuirono a rendere Andrea Zorzi ancora più famoso, grazie a una riuscita campagna pubblicitaria. In tempi recenti in effetti moltissimi spot utilizzano pallavolo e beach, ma in maniera generica. Nessuno ha puntato in modo pesante su un testimonial, come per esempio fecero gli orologi giapponesi o le assicurazioni anni fa su Lorenzo Bernardi. Andrea Lucchetta è tornato prepotentemente in auge in tv (vedi ‘La talpa’) soprattutto perché lo sponsor di Modena lo aveva reso protagonista di una diffusissima Campagna pubblicitaria coi suoi salumi, al di la della nomea inestinguibile del centrale con la cresta di gel.
La pubblicità può più della tecnica. Lo spot, più dello sport. E la pallavolo, oltre che la stessa Treviso, di gente bella e brava ne ha parecchia.

“A me non ha mai chiesto niente nessuno, io vado a fare promozioni ogni volta che me lo propongono, dal supermercato alla scuola. Domani mattina per esempio andiamo da uno sponsor, ed è l’unica mattinata libera della settimana. Ma è un piacere. E’ vero quello che vi ha detto Cozzi, che poi gli allenatori fanno mille storie, perché é chiaro che se ogni lunedì mattina ti metti in macchina per andare a Milano a fare comparsate… Io non credo che alle aziende faccia schifo avere una medaglia d’argento alle Olimpiadi al posto di un modello. Sono un fan delle trasmissioni del primo pomeriggio, che guardo sempre prima dell’allenamento. C’è gente, come Costantino e compagnia, che non sa far niente; sono persone normali che vengono strapagate per andare in discoteca e che le riempiono. Non suonano, non cantano, eppure c’è un mito clamoroso intorno a loro”.

Sante parole. E tu, Ciso, che interessi hai, a parte schiacciare fortissimo e vincere?
“Ammetto di leggere poco, a parte giornali e riviste. Recentemente ‘II codice Da Vinci’, mi hanno affascinato la storia e i suoi segreti. Mi interessa la politica, ma non la seguo più di tanto. Mi piace la moda, il costume, seguo molto le tendenze televisive. E la cucina. Forse è il mio hobby principale: almeno una volta la settimana mi piace scegliere un posto dove si mangia per bene. Sto imparando a conoscere i vini, mi faccio consigliare”.

E si nutre bene, direbbe Daniela, che lo sta osservando dall’obiettivo dopo che lo abbiamo costretto a una serie di pose da macho nei prati sotto casa, sotto lo sguardo divertito di Fenny, mentre Gigi in preda all’agorafobia si perde fra i fili d’erba.

“Vista la quantità di partite che giochiamo, bisogna stare attenti. La mamma mi ha fatto robusto, ma io sto attento a tutelare il fisico giorno per giorno. La stagione è complicata, devi lavorare in funzione di quelle 15 partite importanti dove è proibito arrivare rotto”.

Tanta tecnica e pesi, ma anche maree di tattica. Chi gioca nelle serie minori forse non ha una chiara percezione dell’immenso lavoro di studio che un giocatore di scacchi prestato alla pallavolo, quale è Daniele Bagnoli, esegue ogni settimana. Basti pensare alla lavagna tattica di Andrea Zorzi su Sky, e moltiplicarla per mille.
“Si, mi piace molto la lavagna di Zorro. Dice cose interessanti, per chi non conosce molto la pallavolo è una attrattiva notevole. Certo, io venendo dalla scuola di Daniele Bagnoli sono più abituato… Soprattutto quando ci sono partite ripetute nei play off, tre match a settimana, le indicazioni danno una mano. Per le cose che servono basterebbero cinque minuti, ma niente nella Sisley viene lasciato al caso.  Daniele è bravissimo, in questo: con il vice Roberto Piazza danno una importanza enorme ai dettagli, al fermo immagine. Tradotto in partita, tu hai bene in mente come sposta le mani il palleggiatore avversario.  Certo, i tecnici in gara stanno lontani, vedono le cose meglio di noi, a 10 metri hai una visione generale diversa da chi sta a mezzo metro, con la rete davanti agli occhi. Ma le tendenze che prevedono, poi, si verificano. Scherziamo molto con Gus, il nostro brasiliano Gustavo, su questa cosa: con Bernardinho fanno molta tecnica dura, e limitano la teoria. Quasi tutti i giorni si allenano due volte, tanto peso, poco video. Secondo me, la soluzione giusta è nel mezzo. Anche perché coi video puoi sapere tutto, ma se non giochi bene perdi uguale”

Fenny, laureanda in Scienze della Formazione, intanto da forma a un ottimo pranzetto.
“Ciò che mi ha colpito di lei, a parte l’aspetto fisico, è che è simpatica: mi diverto proprio a parlare, per ore, anche a dire stronzate, c’è una complicità fra noi rara. lo, anche se da questa intervista potrà sembrare il contrario, non faccio chissà quali discorsi. Invece la prima volta che ho chiacchierato con lei devono essere passate due ore prima che smettessi”.

Dicono le malelingue che Fenny abbia abbordato il Ciso offrendogli un prosecco di fronte alla nota ‘Pineta” di Milano Marittima. Ma siccome Fenny ci ha cucinato durante l’intervista uno straordinario piatto di pasta, le dobbiamo perlomeno il diritto di replica. E la signora Cisolla spiega l’arcano: “Parlavamo già da un po’, bisognava pagare e lui non pagava. Non era un abbordaggio il mio, ed è vero che gli ho offerto un prosecco:ma è che lui non metteva mano al portafoglio e ho dovuto pensarci io”.

Pure tirchio… Capitolo amici? “Sono molto grato a Michele e Bruno. E vero che io sono uno dei pochi trevigiani della storia Sisley, ma loro mi hanno dato tanto affetto. Ho tanti amici nel volley e un bel rapporto con tanti. Con Lorenzo Bernardi c’é una grande amicizia, era il mio idolo e ci finii in camera insieme. Ma riesco a mantenere anche rapporti a distanza: bello come quello con Peter Blangé, ci scambiamo battute che Michele ci riporta a vicenda, o con Dimitri. Sì, anche con Fomin. No, non l’ho messo in panchina io. Diciamo che mi era stata data l’occasione, aveva un infortunio al ginocchio che lo limitava, e mi è andata bene”.

Alla voce scaramanzia, che vede alcuni suoi compagni quasi maniacali, il Ciso si trincera. Ci crede fino lì. Pero si dice che da anni, subito prima della partita, usi il bagno dell’ambulatorio al PalaVerde. Si vede che è più comodo…

L’incontro volge al termine. Un ultimo accenno a quella maglia superelasticizzata: che una volta ha tinto tutti i capi dell’unico lavaggio in lavatrice mai tentato dal Ciso. Indossare quella maglia nera (o rosso granata) ogni domenica, non è ormai un gesto automatico, dopo 11 anni?
“Sì, vero, la infilo tutte le domeniche. lo sono legato alla mia città, a Treviso. Mettere quella maglia mi riempie d’orgoglio. Mi emoziono, sì, ogni volta. Ogni domenica, è come se fosse la prima”.

Bella questa frase. Ideale per la chiusura. Gigi il mini-cane nel frattempo ci ha aggredito il bordo del pantalone e pretende di trascinarci nella sua morbida cuccia, forse per sbranarci con calma (ne deve avere molta, visto il divario dimensionale). E ora di andare. Aspettando i play off. E la lunga estate che porta agli Europei. Aspettando Ciso.