Assorbimento, fusione, cessione del diritto…

6Assorbimento, fusione, cessione del diritto sportivo, rinuncia o ritiro dal campionato:
quali effetti sul vincolo degli atleti?^6

foto

di Francesco Zoli
====

Come già descritto in un precedente articolo ([url=http://www.volleyball.it/blog.asp?b=42&m=41913&s=118||Il vincolo sportivo FIPAV, 2. parte[/url]), la FIPAV prevede nei propri regolamenti i motivi idonei a sciogliere il vincolo sportivo tra atleta e associazione/società, distinguendo casi in cui il tesserato riceve “d’ufficio” lo svincolo dalla Federazione e casi in cui, invece, deve attivarsi mediante la procedura di scioglimento “di diritto” o “coattiva”. Visto il persistente periodo di crisi economico-sportiva italiana, si ritiene che meritino un piccolo approfondimento i motivi relativi alle cd. operazioni “straordinarie” societarie, quali l’assorbimento e la fusione, la cessione del diritto sportivo o “licenza” (per i club di SuperLega), la rinuncia a partecipare ad un campionato o il ritiro da un campionato in corso. Seguendo l’ordine previsto dal Regolamento Affiliazione Tesseramento (R.A.T.), in primis si può produrre svincolo in caso di mancata adesione del tesserato all’assorbimento (operazione consistente nella «successione totale o parziale di un associato nella posizione giuridica di altro associato», ex art. 12 R.A.T.), o alla fusione («costituzione di una nuova società o associazione sportiva attraverso l’unione di due o più società o associazioni sportive precedentemente esistenti», ex art. 14 R.A.T.) del sodalizio di tesseramento. Per tali operazioni, il R.A.T. richiede infatti il consenso manifestato per iscritto di un numero minimo di tesserati, pari per l’assorbimento ai due terzi degli atleti vincolati per l’associato assorbito (o, in caso di assorbimento “parziale”, i due terzi del settore – maschile o femminile – ceduto) e, per la fusione, alla metà degli atleti vincolati con ciascuno degli associati partecipanti all’operazione. A coloro che non prestano il consenso viene automaticamente riconosciuto – con provvedimento dell’Ufficio Tesseramento, ex art. 34.4 R.A.T. – lo svincolo “d’ufficio”.

Caso completamente diverso è quello relativo alla cessione del diritto sportivo (o della licenza, per le affiliate militanti in SuperLega), a seguito della quale il tesserato – se intenzionato a svincolarsi – deve necessariamente “attivarsi” mediante la procedura di scioglimento coattiva (tra le varie incombenze, si ricorda l’invio al sodalizio della lettera di costituzione in mora; il pagamento della tassa federale in caso di giudizio; la nomina facoltativa di un difensore di fiducia per il primo grado e quella obbligatoria per gli eventuali gradi successivi del giudizio). Nella cessione del diritto sportivo di serie “inferiore” (dalla B in giù), al tesserato non viene richiesto di esprimere il proprio consenso ai fini della riuscita o meno dell’operazione societaria. Per quella relativa al diritto sportivo/licenza di Serie A/SuperLega, l’atleta, in caso di mancata ricezione dell’intero compenso pattuito, può invece rifiutarsi di sottoscrivere la “liberatoria” che la competente Lega richiede – quale condizione di ammissibilità dell’operazione – al sodalizio cedente. Tuttavia, si vuole evidenziare che se il sodalizio cedente il titolo/licenza si iscrive ad un campionato non inferiore alla Serie B2, allo stesso sarà dovuto un indennizzo calcolato sulla base di determinati parametri previsti dalla Lega competente.

Circa la rinuncia e il ritiro da un campionato (entro il termine del girone di andata), si configurano invece problematiche – sia sostanziali che procedurali – determinanti ai fini dello svincolo. Il R.A.T., oltre a non concedere all’atleta – sia di Serie A che di serie inferiori – il diritto di opporsi in alcun modo a tali operazioni, non prevede una dettagliata – nonostante sia assolutamente necessaria – distinzione tra rinuncia “iniziale” (effettuata prima del termine di iscrizione al campionato), rinuncia “successiva” (dopo il termine di iscrizione, ma entro l’inizio del campionato) e ritiro dal campionato. Questo piccolo ma importante “vuoto” normativo viene colmato dalla Federazione con l’annuale Guida Pratica, che prevede un’alquanto strana distinzione tra rinuncia e ritiro ad opera di un club della massima serie e rinuncia e ritiro di un club di serie inferiore. Nella Serie A e SuperLega la rinuncia entro i termini di iscrizione comporta la possibilità per il tesserato di chiedere lo scioglimento coattivo del vincolo, con versamento di un indennizzo in favore del sodalizio “rinunciante”, nei casi e attraverso le modalità (iscrizione ad un campionato “almeno” di B2 e applicazione di parametri determinati) già descritte per la cessione del diritto sportivo/licenza. Per la rinuncia successiva e per il ritiro a campionato in corso (entro, però, il termine del girone di andata), la Guida Pratica prevede lo scioglimento del vincolo d’ufficio. Per le Serie minori, invece, la Federazione ha “ben” ritenuto di non distinguere la procedura di svincolo a seconda del motivo “scatenante” (rinuncia iniziale, rinuncia successiva, ritiro), limitandosi a prevedere (nella Guida Pratica) in via “generale” che il tesserato potrà richiedere lo scioglimento del vincolo in via coattiva … per giusta causa (?!?). Tale – assurda ed erronea – previsione non fa altro che “complicare” la procedura di svincolo, non solo per la parte ricorrente, ma anche per l’organo giudicante. Ecco, in termini pratici, il perché. Considerato che spesso il sodalizio “rinunciante” si iscrive ad un campionato di serie inferiore a quello rinunciato, il tesserato non di rado allega – quale ulteriore motivo di svincolo – la “decrescita tecnica” dovuta all’abbassamento di categoria (che rientra a tutti gli effetti nell’alveo della giusta causa). Giova evidenziare che “rinuncia ad un campionato” e “giusta causa” costituiscono diversi motivi dai quali il R.A.T. fa discendere diversi effetti. Infatti, tale autorevole – seppur non aggiornato – regolamento federale prevede, ai fini dello svincolo, il versamento di un indennizzo – determinato dal giudice in via equitativa – in favore del sodalizio di tesseramento solo nel caso in cui la giusta causa non sia a quest’ultimo imputabile (!).

Di riflesso, potrà mai la rinuncia o il ritiro da un campionato essere imputabile – o minimamente imputabile – ad un tesserato?

Detto ciò, senza trascurare il fatto che la “vecchia” Corte Federale ha più volte ribadito che la Guida Pratica non può essere qualificata come fonte di produzione normativa (da ultimo C.U. n. 7 del 04.04.2012), si evidenzia una – ennesima – lapalissiana discriminazione nei confronti dei tesserati delle serie inferiori, i quali, oltre ad essere spesso destinati a “subire” le insindacabili decisioni del proprio sodalizio, devono anche fare i conti con una Federazione poco accorta nel disciplinare adeguatamente la procedura atta a sciogliere il pregiudizievole ed incostituzionale rapporto (vincolo sportivo) che li lega alle affiliate. Si ritiene, infatti, che il problema stia alla base del sistema, non esistendo un equo bilanciamento tra poteri delle affiliate e diritti dei tesserati. Non si comprende come la FIPAV consenta ai sodalizi di poter – quasi – liberamente decidere in merito a cessioni, rinunce o ritiri senza, allo stesso tempo, conferire maggiori garanzie di svincolo a coloro che subiscono gli effetti di tali decisioni. Se per gli atleti delle categorie superiori (professionisti “di fatto”) tale scelta può essere in parte condivisibile, vista la loro “suscettibilità” di valore economico, non lo è affatto per i giocatori delle categorie inferiori, i quali, se intenzionati a sciogliere il vincolo, dovranno – in alcuni dei casi sopra previsti – intraprendere un vero e proprio procedimento, con stress, incertezze e spese a loro carico.