Azzurre, quando sbagliare un giudizio è un piacevole errore…

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Sembra ieri. A Torino, nella settimana finale del Mondiale maschile, a chi mi chiedeva della nazionale femminile dicevo: “Sono felice che questo gruppo vada a giocarsi il Mondiale in Giappone, lontano dagli occhi della massa, in orari poco consoni alle grandi platee televisive, con un fuso orario che non aiuterà i giornali a seguirle. Andranno in Giappone a prendersi qualche scoppola – senza processi – che servirà loro in chiave Tokyo2020, perché è un bel gruppo e ha il futuro davanti”.

Sono stato piacevolmente smentito, su tutta la linea. Interessi, tv, media, risultati. C’è stato tutto. Queste ragazze hanno bruciato le tappe più velocemente di quanto potessi immaginare, hanno fatto passi avanti in convinzione nei loro mezzi che non credevo possibile in così poco tempo. Avevo fiducia nel quadro d’insieme perché nel femminile vedo un progetto chiaro da anni e una fluidità di sviluppo che nel maschile manca, ma non credevo possibile che la squadra oggi potesse giocarsi una finale mondiale. Credevo (e credo) alla Tokyo a cinque cerchi, non credevo a Yokohama.

E’ bello sbagliare così un giudizio, lo ammetto. Cosa mi è piaciuto maggiormente? La determinazione del gruppo, la genuina e spontanea capacità di essere davvero un insieme. Cosa che nel maschile ho riscontrato meno. Oltre alla bellezza della loro corale armonia spicca anche l’approccio di Davide Mazzanti. Era da anni che non vedevo un Ct così in sintonia con il suo gruppo. Seppur di diversa età anagrafica Davide mi ricorda l’equilibrio di Marco Mencarelli. Non un nome che spunta a caso se si pensa alla crescita di molte di queste ragazze.

Davide, non despota o profeta, ma più fratello maggiore o zio buono. Capace di lasciare spazi, ma farsi sentire nel momento giusto. Allenatore con una visione di lungo respiro che nella gioventù delle sue atlete vede un valore e non un gap, il tecnico marchigiano è uno che non ha avuto paura di rinnovare, voltando pagina, andando contro anche a ordini popolari precostituiti. 

Visto che siamo arrivati sin lì, l’argento mi porta ad un solo rammarico, l’assenza nella rosa delle 14 di una giocatrice come Caterina Bosetti. Sarebbe stato l’asso in più da calare e rendere la diagonale Lucia Bosetti-Sylla più solida. Nel cammino che la volontà e capacità delle azzurre ha reso così lungo, la presenza di una schiacciatrice di “esperienza” come Caterina (ha 24 anni) sarebbe stata una carta in più da giocarsi nella finale per uscire dal tema Egonu a cui forse ci siamo appoggiati troppo. Peccato che l’infortunio occorsole ce l’abbia tolta per questa occasione. Ma tornerà. 

I fari si sono accesi su queste ragazze, i dati di audience e gli spazi sui media non solo sportivi sono stati da vero fenomeno popolare, capaci di svegliare sui social anche il peggio che oggi alberga nella Nazione. 

Per restare al bello di questa avventura un plauso spetta anche alla Federazione che nei decenni ha avuto il merito di aver creato le basi per questa crescita con un progetto serio e consolidato come il Club Italia. La stessa Fipav e il movimento dei club ora non dovranno disperdere l’entusiasmo creatosi.