Difesa o palla a coppie?

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Se siete dei liberi da antologia, ma soprattutto se in seconda linea non vi si può guardare, allora certamente siete a conoscenza di quanto sia colorito lo slang del volley riferito alla difesa. La nostra lectio magistralis di oggi parlerà quindi di bagher, tuffi, slanci e immobilismo.

Vogliamo parlare, ad esempio, delle esclamazioni degli allenatori ogni qual volta una palla prendibile (ma anche no) cade? Si parte coi semplici “Dai!” “Ma svegliati!” “Vuoi che la prenda io?!”, agli insulti personali, fino a locuzioni che chiamano in causa le sfere celesti per passare infine ai famosi rompitori di cartelline o di cestelli delle borracce.

Mi sono perso. Avevamo detto di parlare dello slang della difesa. Così sia.

Intanto ci sono i tuffi. C’è quello plastico, ben riuscito, da fotografare senza lesinare scatti, che è definito “tuffo a pesce”, poiché ricorda la leggiadria dei movimenti sinuosi dei cefali, o anche quella dei cetacei al Delfinario di Riccione. Ma soprattutto c’è quello da pachiderma, da tricheco in pensione, il tuffo che sfonda i parquet in legno, che deforma irreparabilmente il mondoflex, che fa zampillare il petrolio dal sottosuolo se state giocando a beach volley: a Modena lo chiamiamo tuffo a “paciana”, intendendosi per “paciana” un rospo da stagno, di quelli grossi, tozzi, pesanti e per nulla agili che si trascinano in avanti a piccoli passi e con enorme lentezza.

Ma ci sono anche altre espressioni per definire questo gesto tecnico sublime e che richiede anni e anni di non-applicazione: tuffo a peso morto, tuffo a balena, tuffo a scimpanzè, tuffo a sacco del pattume e chi più ne ha più ne metta.

Alcuni egregi difensori però evitano accuratamente di sporcarsi la maglietta, e hanno il loro perché. Nel gergo comune sono definiti “statue di sale” o “gatti di marmo”. Ma, voglio dire, perché denigrare un’arte così sublime come la scultura? Una branca dell’artigianato che ha regalato capolavori su capolavori all’Italia e non solo? Considerando che tendenzialmente il o la pallavolista ha un gran bel fisico, è meraviglioso ammirarlo in tutta la sua staticità, immobile, lapidario.

Lapidarlo è l’istinto primo che viene in mente all’allenatore ma passiamo oltre, non si può certo discutere di fronte all’arte. E infatti sono tanti i mister che, avvicinandosi al difensore statua di sale, come Michelangelo col suo Mosè chiedono “Perché non parli?”, aggiungendo anche “Gran Mascalzon., Lup. Man., Pezz. di Merd., Figl. d. Putt… La devi chiamare quella palla capito?! È tua!!!”.

Ecco allora che l’allenatore può diventare vendicativo, come nel caso di questo mister giapponese che manco in Mila&Shiro…

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Ci sono poi anche tante forme artistiche nella difesa, una delle più sublimi è la cosiddetta “ala di pollo”, che riesce al meglio quando il difensore si gira di schiena per evitare la bordata in faccia e del tutto casualmente, nel girarsi, difende il pallone col gomito o una parte del braccio, protesa appunto ad aletta di pollo, piazzando quello che era un punto sicuro degli avversari in testa al palleggiatore per un primo tempo che manderà in bestia chi sta dall’altra parte della rete.

Infine c’è un nuovo modo di fare difesa. Quello di Hubert Henno, brevettato assieme ad Aleksandar Atanasijevic in gara -4 di finale scudetto: comunemente si chiama “palla a coppie”, o “attacco e difesa”, ma è inusuale veder svolgere quello che solitamente è un banale esercizio di riscaldamento pre-partita nei due scambi decisivi per l’assegnazione del tricolore… che buontemponi il francese e il serbo!

Per tutto il resto, per altre forme linguistiche più o meno ortodosse che definiscano i gesti di difesa, non esitate a contattarci a [url=mailto:volleyslang@volleyball.it||volleyslang@volleyball.it[/url]. Vi aspettiamo!