La pallavolo nel frullatore… Regular season in 140 giorni, Play off e Champions in 63

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Nel 1993 lavoravo al mensile Supervolley, ero uno dei rari redattori di quel sogno che ho visto crescere fino ai successi dell’Italia nel 1994 e poi scomparire, tornare, scomparire, tornare tra le pieghe di un mercato editoriale avaro di soddisfazioni per una testata – seppur fatta con il cuore – di nicchia.

Una delle copertine di approfondimento era intitolata “L’anno dello stress”. Si approfondiva una nuova problematica per il movimento pallavolistico italiano, ovvero quello di una stagione pesante, dai ritmi serrati, spacca muscoli e stritola campionato.

Il motivo era il giocar troppo e con tappe troppo ravvicinate l’un l’altra. Certo quando l’Italia di Velasco non era ancora l’Italia di Velasco e gli azzurri al massimo arrivavamo 9° ad un Europeo, non avevano ambizioni di partecipare a Mondiali, Grand Champions Cup, World League (che ancora non c’era) dedicandoci grande preparazione e attenzione. Il problema non si poneva, i ritmi erano quelli soft del fine settimana.

Era il 1993. Ieri – marzo 2018 – si è chiusa la regular season di Superlega dopo 26 giornate di campionato disputate in appena 140 giorni. Insomma, dal 1993 ad oggi la problematica, sia al maschile che al femminile, non è stata risolta.

140 giorni corrispondono a poco più di 4 mesi e mezzo per 26 giornate che da metà ottobre hanno visto chiudersi il girone di andata di Superlega il 26 dicembre ed ora la regular season nel primo weekend di marzo. Per contare le sole gare di campionato si parla di una partita ogni 5 giorni, decimale più decimale meno.

Domenica si riparte, solo la giostra di consolazione dei Play off Challenge Cup eviterà che per metà delle squadre del massimo campionato il tutto finisca qui, eppure lo stress rimane. Tra campionato e Coppe, dove ci auguriamo che tutte le nostre squadre arrivino in fondo, da domenica a metà maggio (il 13) quando si giocherà la finale di Champions League, in appena 63 giorni le formazioni che disputano la coppa maggiore potrebbero giocare 19 gare (comprendendo l’eventuale gara 3 dei Quarti di finale, le eventuali gara 4 e 5 di semifinale e finale scudetto), ovvero con la media di 3,3 giorni.

A questi aggiungiamo che Perugia in questa stagione ha già disputato i preliminari di Champions League, la Lube il Mondiale per Club, che i 4 team migliori della Superlega hanno disputato anche le due final4 di Supercoppa e Coppa Italia.
Ah, dimenticavo: il 25 maggio parte la nuova Volleyball Nations League, dubito che Blengini possa iniziarla con chi, eventualmente, ha disputato laFinal4 di Champions League… O forse sì, dandogli stop a seguire.

Insomma “l’anno dello stress”, da quando è cambiato il registro della presenza azzurra a livello mondiale, è un tema con cui convivere, difficilmente risolvibile. Di certo non chiedendo alla FIVB di togliere questo o quell’impegno internazionale visto che il nostro movimento nazionale per Losanna è solo uno tra le necessità diversificate di oltre 220 paesi affiliati a livello mondiale (qualcuno lo spieghi a Fabris…). Semmai se ne parlerà dopo il 2020, anni che ora la Federvolley mondiale sta già pianificato.

Ecco perché il ritorno alle retrocessioni di Superlega di cui si riparla oggi in Lega è più che necessario. Al di là delle necessità egoistiche di chi difende il proprio piccolo orticello senza guardare alle necessità di un vertice che deve essere brillante motivo di richiamo di risorse e interessi. Mandato in soffitta un torneo a 14, anche a 12 è già troppo ampio. Sia per calendari che per possibilità tecniche ed economiche, ma è sempre meglio di un torneo a 14 senza le retrocessioni a pungolare. Resto dell’idea che la Superlega poteva essere un torneo a franchigie riservato a 10 squadre a caccia di un “anello” e che si potesse lasciare alla Fipav la gestione di un A nazionale con un proprio scudetto federale con piani diversi di promozione e appeal. 

Forse nel maschile si va verso una cosa ibrida. L’importane è mai più tornei che a metà stagione vedono metà delle partecipanti vegetare sotto la metà della classifica senza obiettivi e per anni non lavorare sullo sviluppo del prodotto sul proprio territorio, grazie alla certezza che tanto la salvezza è acquisita anche se la squadra è meno costosa di quelle dei vertici di A2.