Lara Lugli e la maternità, i contratti di Legadonne, il cassetto chiuso di Fabris con un progetto finito, forse, sotto le querele

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Il caso nato dalla denuncia dell’amica Lara Lugli su Volleyball.it e sui suoi canali social ha raggiunto il New York Times e il The Guardian.
Sotto l’aspetto etico, morale, naturale, la maternità non può essere interpretata come motivo di danno e su questo il can can mediatico internazionale sta marciando compatto e unito. Giustamente, l’equazione “maternità=danno subito da club/azienda” è inammissibile
Il caso di Lara però è scappato di mano a tutto il movimento. La ragazza voleva semplicemente rivendicare l’ultima mensilità in cui aveva garantito la propria prestazione sportiva alla società di Pordenone. Società che poi ha chiuso i battenti e che ci risulta abbia altre situazioni pendenti con altre tesserate. Essendo comunque una ASD ne risponderà il presidente.  Amen.
Nel caso di Lara ricordo, per chiarezza, che si trattava di un campionato di serie B con ‘mensilità’ non certo nemmeno lontanamente vicine a quella di un giocatore di Superlega o di una giocatrice top di A1 femminile. Il club però ha preferito fare opposizione come sappiamo e da lì il caso è esploso, prendendo però tutt’altra direzione. 

Il tema delle tutele per la maternità in uno sport DILETTANTISTICO è un tema arcinoto che ha la sua risoluzione solo nel cambio di status delle giocatrici. Un cambio di status dal dilettantismo al professionismo che non credo sia nelle corde dello stesso movimento, per possibilità strutturali ed economiche. Un tema che nemmeno la Lega Pallavolo Femminile – al di là di qualche mazzo di fiori, intervista e passerella del suo presidentissimo Fabris – ha mai davvero affrontato veramente, tanto che nei contratti “base” che la stessa Lega suggerisce ai club si legge: “Costituisce clausola risolutiva espressa del presente accordo, impregiudicate le ragioni ed azioni spettanti alla Società per il risarcimento dei danni conseguenti al verificarsi di una o più delle ipotesi qui previste: 1) la mancata prestazione dell’attività richiesta dalla Società secondo i programmi concordati, qualora obiettivamente ciò si protragga per oltre 10 gg. senza giustificato motivo e/o comunque accordo con la Società stessa”.
Una norma che molti procuratori pretendono sia modificata perché 10 giorni sono facilmente raggiungibili anche per uno stop per influenza.  Il contratto base suggerito dalla Legadonne recita anche: “In ogni caso l’inabilità dovuta a comportamento non compatibile con le finalità del presente accordo provoca l’immediata sospensione di qualsiasi forma di compenso fino al completo ripristino dell’efficienza sportiva, fatta salva la richiesta del maggior danno da parte della Società”. 
Il caso – come detto – sotto l’aspetto meramente sportivo è scappato di mano, è assunto a livelli e tematiche che vanno oltre la pallavolo, ma a livello mediatico il messaggio che passa è “la pallavolo, quella cattivona, e il diritto alla maternità osteggiato, visto come danno”. Insomma, non ci facciamo una gran figura quando invece il problema è dello sport dilettantistico tutto. 

Detto tutto questo due considerazioni me le permetto… Perché la Lega Pallavolo Femminile deve trattare il caso in avvio della conferenza stampa di presentazione della sua Final4 di Coppa Italia? Sono contento per l’ennesima vetrina per Lara, che peraltro ringrazio per aver riconosciuto in diretta alla nostra testata di aver dato il la alla visibilità del suo problema, ma perché la Legadonne deve gettare benzina sul fuoco offuscando il prodotto Coppa Italia (con Wolosz che si scollega perché la conferenza stampa va per le lunghe)?  Perché sostenere che “nei cassetti della Lega è chiuso da qualche tempo” un progetto sul tema? Che senso ha? Fabris, inchiodato a quella poltrona, immobile, dal 2006, ha perso la chiave del cassetto?  O il progetto si è perso sotto alle querele intimidatorie fattemi dal presidentissimo?