Serbia vincente. Amor patrio e “fame” alla base di un successo che ha radici anche italiane


Quando mi dicono che in Italia non abbiamo giovani per penso alla Serbia e alla Slovenia. A Rio chiesi al Presidente della Cev Boricic, ex presidente della federazione serba, ex allenatore e giocatore, quale fosse il segreto di questo piccolo Paese, capace con appena 8 milioni di abitanti, di vincere un argento olimpico femminile, poi seguito nel tempo dall’oro mondiale femminile e quest’anno da due ori continentali. Mi disse “il lavoro e l’amore per la Patria” che anima e forgia i loro giovani.

Una riflessione che qualche anno fa a Novi Sad ho toccato con mano. Ho rivisto l’Italia che forse “ho visto” solo tramite i racconti di chi c’è stato prima di me. Un impianto immenso, un palestrone dove giocare una gara di Champions League che in Italia sarebbe  ammesso alla Superlega solo dopo mille revisioni e ritocchi e al fianco di quell’enorme spazio mille altre palestre, meno belle di quelle lucide e ricche di confort che possiamo vedere nei nostri principali impianti, ma con l’odore della fatica e del sudore. Boxe, pesi, altri sport di squadra, tanta fatica.  Non ci mancano gli uomini, non ci manca la tecnica, non ci mancano le conoscenze. Forse ci manca un po’ di fame e amor patrio.  

Quell’amor patrio che quando nel 2011 la Serbia vinse il primo Europeo con Ivan Miljkovic titolare mi ricordo di aver visto già in un un giovane Aleksandar Atanasjevic relegato in tribuna (non era nei 12 a referto). Era lì a guadarsi la partita e a fare il tifo per la sua squadra come un tifoso di una curva calcistica. Non un hooligan, ma un tifoso caldo, caldissimo. Ecco forse la Serbia vince  anche per questo. Ma non solo per questo.

Ci metto anche la dedizione di un Nemanja Petric che si riprende la squadra – dopo la panchina di Bari – e la porta all’oro continentale. La lezione di Uros Kovacevic, così diverso da Nema, ma che come Nema ha avuto trascorsi importanti nel nostro campionato, crescendo, attingendo gli insegnamenti di un maestro come Lorenzetti. Così come dall’Italia hanno fatto propri gli insegnamenti giocatori come Podrascanin e Atansijevic, ma anche moltissimi sloveni.

La finale tutta griffata “ex Yugoslavia” è un indice che il nostro movimento merita virtualmente parte di quelle due medaglie. Vuoi perché molti ragazzi son cresciuti qui, vuoi perché il livello tecnico garantito dalla nostra scuola si è manifestato evidente anche nella Slovenia dove i time out erano orchestrati in lingua italiana da uno staff tecnico di casa nostra: Giuliani e Martilotti. Una Slovenia che ha eliminato Russia e Polonia e che ha meritato di confermarsi ai vertici europei.

Serve un passo in avanti, fiducia e la consapevolezza che non vincere non è motivo di giudizio negativo di un movimento che è ricco e capace ma che deve solo ritrovare il modo di trasmettere fame e amor patrio alle nuove generazioni. La qualità c’è, i numeri anche. Credo che serva solo ritrovare la chiave per ritrasmettere gli occhi di tigre e far capire alle giovani generazioni che ogni passo avanti è da conquistarsi, non è dovuto, dando però loro modo di esprimersi garantendogli non il posto, ma qualità nell’insegnamento e nella cura della loro crescita.

P.s. Ricordo che l’Italia ha già in tasca il pass per Tokyo2020. Serbia, Slovenia e Francia no…

P.s. 2 Arbitri non all’altezza in molte gare di questo Europeo.  La finale per il 3° posto al nostro Andrea Puecher è un riconoscimento della qualità del nostro parco arbitri. Avrebbe meritato la finale per l’oro.