Velasco, Supercoppa e Mondiali, un filo azzurro che unisce ed è poesia

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La Del Monte Supercoppa è più bella… se a vincerla è Julio Velasco. E’ poesia sportiva, non ce ne vogliano gli altri suoi colleghi, ma per noi datati, presenti ai suoi primi passi gialloblù negli anni ’80 e poi a quelli azzurri, Julio è Julio. Ha un palmares che su Wikipedia ti fa quasi – idealmente – voltare pagina, ma la Supercoppa tra un titolo Mondiale e l’altro, gli mancava.

Lo ha fatto – rivincere – perché i giovani d’oggi, la Generazione Z, gente cresciuta con il cellulare in mano, al nome di Velasco iniziava ad arrancare. Non come noi brontoloni dell’altro secolo che di Julio siamo capaci di venerare anche il più pittoresco dei gesti, anche un “ombrello” a quello che poi sarebbe divenuto il Ct campione del Mondo. Da oggi il suo nome campeggia sui titoli dei principali quotidiani sportivi e i ragazzi d’oggi, magari incuriositi, andranno a cercare qualche informazione in più su Google.

Ha vinto, ha rivinto, ha vinto per la prima volta. Lo ha fatto perché 29 anni dopo, vincere anche la coppa del Nonno ha un sapore speciale. E la Supercoppa coppa del Nonno non lo è. Poco importa che ci sia chi cataloga il trofeo come al Trofeo Tim calcistico, chi gli affida poco valore, resta il dato che nelle ultime 4 stagioni la Supercoppa è stato il “la” a due sinfonie culminate con il “triplete”. Insomma meglio vincere e festeggiare che perdere e spiegare.

Julio Velasco, Giulia Gabana e Catia Pedrini – Modena festeggia la conquista della Supercoppa – foto © Daniela Tarantini

Julio Velasco ha guidato Modena al successo dopo l’estate più rocambolesca del club nella sua recente storia. L’ammutinamento televisivo ad opera di giocatori che avevano già un contratto in tasca per vestire altre maglie, l’allontanamento di un tecnico che doveva costruire un progetto a lungo termine che lascia così una squadra già assemblata dalla società da mesi, la mossa riparatrice di Catia Pedrini che nel mare in tempesta ha saputo individuare un porto sicuro proprio in Velasco. Lui ha ripagato così, al via post Mondiale ci ha riportati all’epoca in cui eravamo tutti un po’ più ingenui e ancora non segnati dalla vita. 29 anni dopo ha subito rivinto.

Al di là della squadra e dei colori che si sono imposti nella due giorni umbra, ha vinto Julio Velasco. Ha preso una macchina non disegnata da lui (seppur con diversi protagonisti di alta qualità) e l’ha portata alla vittoria leggendo al meglio lo spartito, ovvero lasciando ai suoi giocatori la serenità necessaria per cercarsi e imparare a capirsi in campo, non avendo avuto tempo e modo di per farlo prima.

Poesia sportiva allo stato puro.

SUPER SUPERLEGA – Domenica prende il via il campionato. Sarà una Superlega affascinante come non mai. Sarà il campionato di Perugia con Leon ad affiancare Atanasijevic e De Cecco, sarà la stagione della Lube caraibica con Juantorena-Leal-Simon guidati da quel talento che è Bruno, aspettando il braccio di Sokolov; sarà la stagione di Trento che ha rivoluzionato la squadra con estremo giudizio tattico: confermati Giannelli e Vettori (quest’ultimo chiamato a non tradire la nuova prova di fiducia societaria) e gli arrivi di Russell, Grebennikov e Lisinac (mercato da 10 per quelle che erano le necessità del club); sarà la stagione di Modena che si dimostra società dalle mille vite e mille intuizioni con Velasco, Cantagalli, Zaytsev, Christenson, Anzani…
Sarà la stagione delle sorprese, sperando negli exploit di Verona, chiamata a fare un passo in più, quello che le manca per entrare tra le grandi; aspettando l’arrembante Siena che ha riportato la Toscana in A1; sarà l’anno difficile di Milano attesa al trasloco e al compito di giocare con il peso di un 2017/18 da applausi sulle spalle.

Sarà l’anno delle retrocessioni e già questo – vista l’incapacità di molti club di investire su società e struttura nelle passate annate quando non c’era l’incubo della discesa in A2 – è un altro bel segnale del movimento per migliorare la qualità del campionato, già alta.

CIAO MONDIALE – Il torneo 2018 maschile è andato in archivio con risultati organizzativi da medaglia d’oro. Audience, share, pubblico e incassi hanno sancito come questo terzo mondiale italiano abbia vinto il confronto con i due precedenti di 2010 e 2014. Un mondiale più televisivo, più social, più forte sotto l’aspetto comunicazionale. Nelle attese dovrà dare un nuovo impulso al tesseramento. Seminare è stato seminato, innaffiato anche… Ora la palla passa alla base che dovrà sfruttare l’onda lunga.

Ha vinto la Polonia, di squadra. Forse sovvertendo anche i pronostici che vedevano Stati Uniti e Russia accreditate dei favori. I polacchi hanno messo in campo un organico coeso con un Kurek desideroso di cancellare l’amarezza di 4 anni fa quando venne escluso dal gruppo biancorosso a pochi giorni dalla rassegna iridata giocata proprio in casa e poi vinta dai suoi compagni. Piccola annotazione… i polacchi dal prossimo anno avranno in squadra anche Leon.

Sono mancate all’appello in principal modo le due big della Volleyball Nations League: la Francia, esclusa addirittura dalle top sei, e la Russia, fuori dalle semifinali. Bene il Brasile, squadra che non molla mai, nonostante assenze e infortuni, capace di valorizzare al meglio la qualità di Bruno e William in regia. Per i verdeoro è la quinta finale consecutiva ai Mondiali, 16 anni dopo l’oro vinto in Argentina 2002, generazioni di pallavolisti dopo, i sudamericani chiudono con il titolo di vice campioni del Mondo, il secondo consecutivo. In arrivo in verdeoro, oltre al ritorno di Lucarelli, è annunciato Leal.

Bene la Serbia, la squadra che ha riportato l’Italia piedi per terra in quel di Torino, squadra tenace unita da spirito nazionalistico senza pari sottorete. Bene gli Stati Uniti che seppur attesi in finale alla fine hanno portato a casa un bronzo.

SIAMO MANCATI – Sul campo siamo mancati noi italiani. Siamo arrivati dove dovevamo arrivare, alla Final Six di Torino, viatico necessario per tenere viva la rassegna iridata sotto l’aspetto mediatico. Però ai primi veri impegni ci siamo sciolti come neve al sole. Impressionante il ko con la Serbia, impressionante l’approccio alla sfida con la Polonia. Dovevamo lasciarli a 20 nei tre set, il primo è stato perso a 14! Fine delle comunicazioni, sentir parlare, anche gente navigata, dei biscotti altrui rende indigesta qualsiasi prima colazione.

UN VUOTO DA COLMARE – C’era e c’è un enorme vuoto da riempire. Juantorena l’ha in parte colmato per due annate ma ora lascia l’azzurro, e si sapeva. E’ stato necessario averlo in sestetto in questi anni per avere in campo un 6+1 di valore internazionale e nessuno deve fare la morale al movimento azzurro per questa scelta pre olimpica. Oggi la fanno anche altri con ben altri numeri rispetto a quelli del movimento italiano. Resta il dato: c’è un vuoto da colmare, soluzioni da trovare che non possono ridursi ad un braccio di ferro tra Fipav e movimento dei club. Serve tempo, servono idee condivise, programmazione a lungo termine e la consapevolezza che per qualche anno l’azzurro al maschile potrà anche correre il rischio di prendere schiaffoni a destra e manca. Con la consapevolezza di tutti dell’esistenza di un progetto per il futuro questi saranno meno dolorosi. Anche non qualificarsi per Tokyo2020 potrebbe essere una ipotesi da considerare, tenendo presente che per le nazionali europee è più difficile strappare il biglietto olimpico dello stesso torneo a cinque cerchi. Senza drammi, bisogna trovare una strada per costruirci un nuovo futuro.