Caso Polo: La verità di De Lellis che non spiega. Il giocatore aspetta la sentenza del Tas di Losanna

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De Lellis ai tempi di Piacenza con l'allenatore Bernardi

MODENA – Stringono i tempi per la sentenza finale sul caso Alberto Polo, ovvero quella che potrebbe essere emessa dal Tas di Losanna. L’entourage del giocatore sta attendendo in questi giorni il responso dalla Svizzera: il ricorso di Alberto Polo sarà ammesso a udienza o meno? Se sì, potrebbe aprirsi un nuovo fronte in grado di ribaltare quanto accaduto in Italia. Se non sarà così, rimarranno tutte le sentenze dell’Antidoping italiano, con Polo unico colpevole, con una pena ‘scontata’ rispetto al massimo possibile per la sua collaborazione, collaborazione rivelatasi però inconcludente nella sentenza che ha assolto coloro che Polo aveva citato. Una evidente incongruenza.
Ora che la fine della vicenda si avvicina, latitano dichiarazioni e atti cui comunque anche la difesa del giocatore ha chiesto l’accesso, dopo la condanna a 4 anni di sospensione dall’attività agonistica per la positività a meldonium e testosterone riscontrata nell’aprile del 2021. Tramite il sito Sportpiacenza.it ha parlato Juan Carlos De Lellis, ex preparatore atletico della Gas Sales, licenziato in tronco dalla società sei giorni dopo il test di Polo.
C’è una “infame accusa” che cita nel suo virgolettato: è quella di Alberto Polo? Qui poniamo un quesito ad Alberto e a Juan Carlos: per quale motivo il giocatore si sarebbe inventato di sana pianta il coinvolgimento del suo preparatore atletico poi rivelatosi estraneo alla vicenda? E come mai De Lellis non lo spiega e non si scaglia apertamente contro di lui? Nella sua ricostruzione dei fatti (qui l’unica critica che gli muoviamo) prova a definire un confine che non esiste, forse contando sulla scarsa conoscenza della materia del lettore medio.
Sgomberiamo il campo: è assolutamente impossibile introdurre nel proprio corpo medicinali che contengano meldonium e testosterone «in buona fede e per finalità diverse». Quello riscontrato nelle urine di Polo è doping studiato, non casuale, né assunto per fantomatiche finalità diverse.
Detto questo, rimane un senso di enorme inadueguatezza del sistema antidoping italiano, almeno in questo caso. Lo stesso De Lellis ha confermato l’esistenza di una condanna in primo grado nei suoi confronti poi ribaltata nell’appello che lo ha assolto: come mai non è uscita nessuna comunicazione in merito mentre di Polo si è subito conosciuta la condanna in primo grado e tramite una strada non ufficiale quella di appello? Perché non rendere pubbliche almeno alcune carte, lo ripetiamo, per il principio di deterrenza? Tutto è oscurato. Dalle corti antidoping, dai procuratori, dai diretti interessati. E così l’unica verità giudiziale che ci arriva sin qui è che Alberto Polo abbia fatto tutto da solo e addirittura si sia inventato il coinvolgimento di altri. Vedremo se il Tas di Losanna scoperchierà la pentola o metterà una tetra lapide a questa vicenda.

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