Caso Polo: L’atleta ricorrerà al Tas di Losanna

Una stringente privacy, che stride coi principi di deterrenza, copre le carte del procedimento

2158

Ancora nessuna luce sul caso Alberto Polo, e sui motivi che hanno spinto la Procura Nazionale Antidoping a ricorrere in Appello contro la sentenza di primo grado (2 anni di squalifica) e sulla motivazione che ha portato i giudici che hanno riesaminato il caso a raddoppiarla definitivamente (4 anni, fino all’aprile 2025). Vige il più stretto riserbo, anche all’interno degli stessi organismi antidoping. La Procura e il Tribunale fanno sapere, infatti, di aver agito e di continuare ad agire nei termini dei regolamenti, nel rispetto della privacy particolare che regola le vertenze sulle positività: «In ossequio – riportiamo – alle linee operative indicate dal Garante della privacy a tutela di coloro che siano sottoposti a procedimenti disciplinari antidoping». Un atteggiamento legittimo, ovviamente, che in ogni caso è in grande contrasto con l’effetto deterrente delle sentenze antidoping: se non si conoscono le motivazioni, che esempio possono trarre gli altri sportivi, come capiscono cosa è ammissibile e cosa no? Perché non si spiega come si è arrivati a sanzionare e perché in quella misura e non in una più leggera o più pesante?

Anche i diretti interessati continuano a trincerarsi nel silenzio, e intanto Alberto Polo potrebbe giocarsi l’ultima carta possibile, quella del ricorso al Tas di Losanna. Al Tribunale Arbitrale dello Sport ci si può appellare entro 10 giorni dalla sentenza contro cui si ricorre. Qui il pool di avvocati che difende Polo dovrà decidere: intanto se fare il passo economico (il ricorso può costare oltre 50mila euro), pur sapendo che lo scoglio più duro da affrontare è quello dell’ammissibilità. Può essere, infatti, che il fascicolo Polo non venga nemmeno aperto, perché la richiesta reputata inammissibile da un punto di vista procedurale o dei contenuti. Nel caso, non probabilissimo, che l’istanza venga istruita, Il Tas si prenderà in carico l’intero fascicolo della vicenda e potrà anche assumere nuove prove o testimoni, qualora sopravvengano. Alberto Polo ha, nel caso, qualcosa in più da dire? Ha nomi da fare che ancora non ha fatto e circostanze da chiarire che ancora non ha chiarito? Probabilmente sì, e se vuole provare a uscire dalla vicenda non come unico o principale responsabile, non avrà altre occasioni per farlo. E nel caso non venga accolto o non venga presentato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport, potrebbe farlo qui, in Italia, aprendo finalmente il vaso di Pandora sulla sua vicenda.

Nel volley il doping non è mai stata una piaga a diffusione capillare come è stato in alcuni sport individuali, ciclismo e atletica sopra tutti. Nei pochi casi in cui si sia assistito a un presunto doping scientifico, come quello che riguarda Alberto Polo, almeno in Italia le spiegazioni sono arrivate: è il caso di Maurizia Cacciatori e della sua positività dopo la Supercoppa 2001 tra Bergamo e Modena. Tra le sostanze trovate allora, tra l’altro, la stessa idroclorotiazide. Maurizia spiegò subito e pubblicamente la sua versione dei fatti e questo la aiutò a ricevere una squalifica minima (due mesi), mai davvero digerita dall’ex stella azzurra. Fuori dall’Italia, suscitò clamore la positività di Murilo al furosemide, altro diuretico dopante: il brasiliano si batté subito, anche sui giornali, per provare la contaminazione alimentare e riuscì nell’intento. Arrivarono 8 mesi di squalifica, la responsabilità oggettiva dell’atleta c’è sempre, ma i giudici dettero credito alla sua versione e la pena fu la minima possibile. Molto più spesso la positività riscontrata è dovuta a sostanze psicotrope e non a farmaci adiuvanti (i casi di Giba, Keba Phipps, Forni o Kovar, per citarne quattro del campionato italiano): qualcosa che non ha bisogno di troppe spiegazioni.

Gli unici precedenti di assoluto silenzio nel mondo del volley sono quelli relativi alle plurime positività al meldonium riscontrare in Russia nel 2016 e quello dell’atleta della nazionale cinese Yan Fangxu all’Epo: in entrambi casi le due federazioni di riferimento fecero di tutto per non far uscire alcuna notizia, tra l’indignazione internazionale.

Perché allora in Italia il movimento non si indigna per il silenzio che è calato sulla vicenda Polo? Perché nessuno ha ancora preso una posizione sulla vicenda che nel suo svolgimento è comunque chiarissima: c’è stato un uso scientifico, studiato e programmato di sostanze dopanti.
Eppure le carte del procedimento sono in mano a soli quattro soggetti: l’atleta e i suoi avvocati, la sua società, l’accusa (ovvero la Procura Nazionale Antidoping), la federazione di riferimento. Nessuno che parli o abbia mai parlato, in questi nove mesi, nessuno che abbia pensato che far luce sulla vicenda vorrebbe dire togliere sospetti di connivenze e coperture poco edificanti per il nostro movimento tout court. Oppure dobbiamo credere a quello che le poche righe in nostro possesso ci dicono? Ovvero che Polo abbia fatto tutto da solo, in “maniera intenzionale” e in malafede? Se la risposta a quest’ultimo quesito è sì, il silenzio e la mancata condanna sarebbero incongruenti lo stesso.

Sostieni Volleyball.it