Caso Polo: Perché nessuno parla?

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MODENA – Si arricchisce di un altro capitolo, forse l’ultimo, la vicenda che riguarda Alberto Polo e la sua positività a meldonium, testosterone, idroclorotiazide riscontrata il 2 aprile scorso. La Corte d’Appello del Tribunale Antidoping ha infatti accolto il ricorso avverso la decisione di primo grado, dando ragione soltanto in parte alla Procura Antidoping. Gli anni di squalifica per Alberto Polo sono stati raddoppiati, passando da 2 a 4, ma stando al testo del dispositivo è evidente che la Procura, nel presentare appello, avesse chiesto una pena maggiore.

Nel testo si legge chiaramente di come la Corte d’Appello dichiari, citiamo, «il signor Polo responsabile di violazione intenzionale (attenzione a questo aggettivo) dell’art. 2.1 del Codice Sportivo Antidoping». La scadenza della squalifica è protratta così fino al 1° aprile 2025: considerando che in questi ulteriori tre anni e mezzo Polo non potrà allenarsi in alcun modo se non da solo e senza essere tesserato per alcuna federazione o ente, ce n’é abbastanza per decretare la fine della carriera del centrale, almeno all’alto livello cui era arrivato nel 2021, con le porte della Nazionale che si stavano schiudendo. Una revisione potrebbe arrivare soltanto di fronte a nuovi elementi che ribaltino il quadro, ma è difficile che il caso venga riaperto.

Il dispositivo, come abbiamo riportato, parla di violazione intenzionale dell’art. 2.1, ovvero quello che riguarda la “Presenza di una sostanza proibita o dei suoi metaboliti o markers nel campione biologico di un atleta”. Da qui si capisce come la Corte abbia tirato una riga: Polo sapeva che sostanze stava assumendo e perciò è pienamente responsabile dell’accaduto e lo ha fatto deliberatamente. Una sentenza che però stride non poco con quella di primo grado, molto più blanda a fronte di una collaborazione notevole del giocatore: la difesa del centrale aveva infatti presentato un memoriale difensivo che aveva richiesto due giorni di dibattimento, evento pressoché unico nelle vertenze antidoping che durano solitamente lo spazio di un’ora o due. Proprio tale memoriale gli aveva consentito di ricevere una riduzione della squalifica. Evidentemente in quella difesa qualcosa non tornava, la Procura deve averlo in parte provato. Non si può ancora leggere nulla, però: la Cancelleria del Tribunale rimanda la consultazione degli atti e delle motivazioni delle sentenze a un consenso scritto da parte del giocatore, come a dire che senza il suo assenso non si potranno leggere le carte del dibattimento.

Conviene ancora al giocatore mantenere il riserbo avuto sin qui? Il dubbio viene proprio dalla rimodulazione della condanna. La positività a meldonium e testosterone e la compresenza del diuretico per cercare di mascherarne l’assunzione sono atti gravi che, stando alle fonti di medicina dello sport, comporterebbero una squalifica dai 4 agli 8 anni. Che in primo grado Polo avesse ottenuto uno sconto così consistente, venendo squalificato per soli 24 mesi, era indice della collaborazione proattiva del giocatore a individuare altre responsabilità di quanto accaduto.
La revisione della sentenza porta invece ad alcune considerazioni, ovviamente ipotetiche ma probabilmente molto vicine alla verità: la prima è che comunque la si guardi, la sentenza conduce ad affermare che Polo non abbia fatto tutto da solo, altrimenti avrebbe preso il massimo della pena, quanto richiesto dalla Procura. In secondo luogo, come si è arrivati ai quattro anni? La Procura ha indagato più a fondo preparando l’appello e ha scoperto che Polo ha deliberatamente mentito? Oppure sono arrivate nuove carte (derivanti da indagini e inchieste penali, della Procura di Piacenza o di altre istituzioni?) che hanno dimostrato come la collaborazione di Polo sia stata incompleta o inesatta.

Nel caso Polo abbia fatto tutto completamente da solo, sorprenderebbe l’atteggiamento della Gas Sales, che non ha quasi mai parlato della vicenda, non ha mai espresso la propria opinione su quanto accaduto se non tirandosene completamente fuori a luglio e anche nelle scorse ore ha speso parole di stima per il ragazzo per bocca di Hristo Zlatanov, quando invece dovrebbe sentirsi parte lesa, addirittura potrebbe chiedere danni d’immagine se, come risulta dalle poche carte che abbiamo in mano, il ragazzo ha agito intenzionalmente. Se invece è vera l’ipotesi che ci siano nuovi elementi che coinvolgono più persone o fatti rispetto a quanto portato da Polo in primo grado, sarebbe bene che chi deve raccontare cosa è accaduto finalmente lo racconti, ne va della credibilità non solo di un atleta e della sua società, ma dell’intero movimento.
In fondo a questa analisi, poniamo alcuni quesiti cui ci piacerebbe venisse data risposta.

  1. Perché Alberto Polo o i suoi avvocati non raccontano pubblicamente cosa è accaduto nel marzo 2021 che ha portato l’atleta a essere positivo a un controllo antidoping? Cosa ha da temere di più, ora che purtroppo la sua carriera è compromessa?
  2. Perché nemmeno la sua società parla chiaramente della vicenda? Le parole di stima, comprensione e rammarico per il ragazzo stridono con la sentenza d’appello e con un insieme di sostanze che descrivono senza ombra di dubbio un approccio scientifico e non casuale o dozzinale all’uso di quelle sostanze dopanti.
  3. Perché nemmeno Juan Carlos De Lellis parla? Eppure è stato licenziato in tronco pochi giorni dopo la positività di Polo e in molti hanno collegato i due fatti. Forse sbagliando, ma perché non chiarire tutto?

Speriamo che i contorni di questa vicenda così nebulosa si chiariscano al più presto, per darci un’immagine più chiara e più solida di ciò che è accaduto. A memoria non ricordiamo nel mondo sportivo in generale casi conclamati di doping circondati da un così spesso e rumoroso silenzio.

 

Tutto il caso Polo

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