Rachele Sangiuliano, Marco Martinelli, Michele Pasinato, Lorenzo Bernardi, Roberto Masciarelli, Paolo Tofoli, Andrea Zorzi

TRENTO – Tre panchine, una cesta di palloni e un videowall con una scritta: il fenomeno, i fenomeni.

Play, si inizia.

Sei uomini seduti, camicia bianca e blue jeans. Si voltano, i loro occhi fissano il contributo video alle loro spalle. Attacco, muro, copertura. Ancora attacco, difesa, contrattacco, mani out. Punto. Un’altra scritta: Cuba 14 – Italia 16. Siamo Campioni del Mondo. Siamo la Generazione di Fenomeni.

Al Teatro Sociale di Trento in occasione del Festival dello Sport, i sei protagonisti sono stati: Andrea Zorzi, Paolo Tofoli, Marco Martinelli, Roberto Masciarelli, Michele Pasinato e Lorenzo Bernardi accompagnati e guidati nel racconto da Rachele Sangiuliano.

Un percorso di emozioni, di ricordi, di sconfitte amare e di vittorie stimolanti.

Due ore dedicate al racconto dei fenomeni, della squadra consacrata dalla Federazione internazionale come la migliore del XX secolo perché, nel corso degli anni, è rimasta vincente nonostante il ricambio di giocatori e allenatori.

O forse, è meglio chiamarli minatori, come piace a loro. “Eravamo dei grandi lavoratori, ci allenavamo con intensità. Il bene della squadra era superiore a tutto” (Zorzi).

Tutto ebbe inizio nel marzo del 1989, all’Hotel Ritz, a Modena, dove Julio Velasco convocò il primo ritiro e i primi colloqui individuali coi giocatori.

Zorro, in cosa devi migliorare?” è questa la domanda simbolo che aprì le porte alla conoscenza tra Andrea Zorzi e Julio Velasco, rinominato dai “suoi” fenomeni sergente di ferro.

Subentra Lorenzo Bernardi: “Io non ho sostenuto il colloquio con Julio, ci conoscevamo già da Modena. Velasco ha la capacità di vedere cosa può ottenere da un giocatore. Quando arrivai a Modena, ero palleggiatore ed entravo in campo per alzare il muro al posto di Dall’Olio. Un giorno Velasco mi disse ‘Se ci credi e cambi ruolo, tra due anni sarai titolare in nazionale'”.

Ha sempre puntato su chi credeva, non sui grandi nomi” si inserisce Paolo Tofoli.

Tutti gli ospiti si trovano d’accordo nel definire la competizione olimpica di Barcellona la più difficile e turbolenta. Una sconfitta che ancora si fatica ad accettare.

Rispetto ad Atlanta ’96, soffro più Barcellona ’92, per come si è conclusa“, dice Andrea Zorzi.

Il microfono passa a Lorenzo Bernardi, un’esplicazione ed analisi precisa e puntuale: “Il ’92 è stato l’anno in cui forse abbiamo avuto più problemi interni. Come diceva Paolo prima, Velasco non ha mai guardato né nomi né cognomi, ha sempre puntato su chi credeva mentre nel ’92 credo abbia subito anche lui una grossa pressione esterna peer chiamare giocatori che fino a quel momento lì non erano mai stati convocati. Il 1992 è stata una di quelle annate che non nascono bene e finiscono malissimo. A Barcellona ci siamo presentati con una squadra che non aveva una propria identità, nel senso che, fino a quel momento lì, Velasco aveva instaurato un certo rapporto per il quale c’erano i sei titolari e c’erano le riserve. Ogni giocatore che subentrava dalla panchina era il sostituto diretto di un preciso titolare. I ruoli erano molto chiari. Nel ’92 invece le cose erano molto incerte, avevamo dodici titolari. Questo senza ombra di dubbio è stato un argomento di discussione e brontolii per tutta l’estate. Nonostante questo, noi siamo andati alle Olimpiadi di Barcellona, dove tutti ci avevano accreditato come il dream team, ci consideravano la squadra che aveva già vinto la medaglia d’oro ancor prima di iniziare la competizione. Mi ricordo che Velasco durante le riunioni quasi sembrava convincere noi che mancava poco per raggiungere un qualcosa. In realtà, è stata l’unica volta ci mancava qualche cosa ancor prima di iniziare. L’Olimpiade, pur non giocando benissimo, tutto sommato, l’abbiamo affrontata bene. Abbiamo vinto il girone da sei in anticipo, l’ultima partita la giocammo contro gli Stati Uniti, una partita ininfluente dove la scelta dell’allenatore, giusta o sbagliata che fosse, è stata quella di non giocare con tutta la squadra. Perdemmo la partita ma in qualità di primi del girone avremmo incontrato la quarta dell’altro girone. L’Olanda, che a Barcellona era la quarta del girone e ad Atlanta è stata la dodicesima ed ultima squadra che si era qualificata nel torneo intercontinentale. In quel momento eravamo la nazionale a livello di squadre che vinceva più di tutte, eravamo presi da esempio anche da altri sport”.

“Ricordi un sacco di cose” interviene Andrea Zorzi.

Quel quarto di finale, alle 10 di mattina al Palau Sant Jordi a Barcellona, l’unico anno che il tie-break finisce a 17 con un punto di distacco, finisce 3-2, 17-16 per l’Olanda. Lì è stata la prima ed unica volta che io ricordi in cui ci siamo trovati, durante il tie break, a discutere e litigare in campo tra noi giocatori, compagni di squadra” puntualizza Bernardi.

La domanda è d’obbligo: “Come si riparte dopo una débâcle?” chiede Rachele Sangiuliano.

Da dove ci si è fermati, dal lavoro in palestra” è la risposta ferma di Michele Pasinato.

Si racconta anche di un’Italia 1, quella dei titolari, e di un’Italia 2, quella delle riserve.

La palla passa a Roberto Masciarelli che ha il compito di “smascherare”, spiritosamente, i dietro le quinte di quella nazionale.

“L’Italia 2 è quella che prendeva parte alle trasferte infinite in Corea, in Cina, in Giappone, quella che voleva rispettare la filosofia mangiamo quello che troviamo sul posto, con il rischio di tornare deperiti. Quella che si è ritrovata in campo a giocare a Belem, in Brasile, dopo che durante il riscaldamento si creò un solco nel parquet riparato un po’ alla carlona con pezze e nastro adesivo. Nonostante tutte le avversità che ci capitavano nel corso delle trasferte, l’imperativo era vincere. Noi dovevamo vincere”.

Fortissimi, vincenti ma… amici? “Eravamo amici a gruppi – confessa Masciarelli – Ci rispettavamo. C’era chi si conosceva già dal club e chi invece si scopriva per la prima volta. Le amicizie ce le siamo create”.

Si è parlato del passato, si sono ricordate le grandi vittorie e ripercorso le sconfitte brucianti. Ma si è parlato anche del presente. Si è raccontato di Zorzi giornalista con la passione per la recitazione teatrale, di Masciarelli imprenditore nel settore dei controlli non distruttivi ed allenatore in Serie B ad Osimo, di Tofoli allenatore sia nel femminile che nel maschile, di Bernardi allenatore appassionato dei temi di formazione, di Pasinato impiegato in un’agenzia assicurativa e allenatore di giovani leve padovane e di Martinelli impegnato in un’attività commerciale legata al giocattolo e allenatore.

Una serata di spunti e di retroscena raccontati direttamente da chi ha vissuto quelle emozioni in prima persona. Semplicemente, emozioni di fenomeni.