Il caso: Hakimi, è veramente così? Cosa sta accadendo

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MODENA – Al giorno d’oggi viviamo in un mondo moderno, fatto di tecnologie all’avanguardia, in cui possiamo comprare Chilliz e Bitcoin, messaggiare con persone a km di distanza e avere tutto a portata di click. Sembra quasi un mondo in cui niente ci può colpire e che faccia progredire l’uomo verso nuovi orizzonti. La verità, però, è che in alcune parti del mondo non è così e tutti i diritti conquistati con fatica vengono calpestati da chi è rimasto indietro di anni. La notizia che ha fatto il giro del web in pochissime ore riguarda una giocatrice della nazionale giovanile di pallavolo dell’Afghanistan, Mahjubin Hakimi. La giovane atleta, secondo i giornali, sarebbe stata decapitata dai taleban a Kabul. A denunciarlo all’Independent Persian è una sua allenatrice, identificata per ragioni di sicurezza con lo pseudonimo Suraya Afzali. La ragazza non sarebbe stata ammazzata adesso, ma tempo fa. Perché se ne parla solo ora? Semplice, perché la notizia non era stata diffusa dai familiari. Qualche giorno fa erano comparse sui social media le foto della presunta testa mozzata.
Le immagini che ci sono arrivate da Kabul questa estate rimarranno impresse nella storia, con gente disperata che pur di salvarsi si aggrappavano alle ali degli aerei americani. Al momento del crollo del governo di Ghani, avvenuto il 15 agosto, Hakimi era un’atleta del Kabul Municipality Volleyball Club. La sua allenatrice ha spiegato recentemente che dal colpo di Stato dello scorso agosto i taleban “hanno cercato di identificare le atlete. In particolare quelle della nazionale di pallavolo, che in passato ha gareggiato in competizioni internazionali ed è apparsa in tv” e che solo “due componenti della squadra sono riuscite a fuggire”. La scorsa settimana, la Fifa e il governo del Qatar hanno evacuato invece con successo 100 calciatrici, comprese alcune nel giro della nazionale, e i loro familiari.

Storie drammatiche di vita che oggi sembrano difficile da riuscire a realizzare. Subito la notizia ha portato i politici a mettersi contro i Talebani. L primo è stato il responsabile dello sport del PD Mauro Berruto che su Twitter scrive: “Guardatela come se fosse vostra figlia: Mahjabin è stata decapitata, perché di etnia hazara (sciiti di origine cinese, perseguitati dai taleban che sono pashtun e sunniti, Ndr) e perché giocava a pallavolo senza hijab. Questo è oggi l’Afghanistan. Abbiamo persone lì che sono cadaveri ambulanti. Fermiamo questo genocidio con i corridoi umanitari o ne saremo responsabili”. Il politico, già commissario tecnico della nazionale maschile di pallavolo, era riuscito a far venire in Italia, a fine agosto, un’atleta afghana. In un successivo tweet Berruto propone un minuto di silenzio dello sport italiano, sabato e domenica, per ricordare il dramma delle donne e della popolazione afghane.

L’appello è stato accolto. Il presidente della Fipav, Giuseppe Manfredi, sentiti il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e la sottosegretaria allo sport, Valentina Vezzali, ha disposto un minuto di silenzio su tutti i campi della pallavolo italiana. Il lutto sarà osservato dalla massima serie ai campionati regionali e territoriali, nelle gare in programma sabato e domenica.

La smentita della famiglia – La reazione dei social e dei personaggi di spicco non si è fatta attendere, così come l’uscita di un’altra versione della vicenda. Infatti secondo quanto riferisce all’agenzia Dire Matiullah Shirzad, direttore di Aamaj News, una testata con corrispondenti nelle 34 province afghane, la pallavolista “sicuramente” non sarebbe stata uccisa dai talebani. Stando al cronista, familiari della ragazza avrebbero smentito la morte per mano dei talebani, confermando che è morta in circostanze da chiarire prima della loro occupazuone a Kabul e della loro presa del potere, avvenuta, ricordiamolo, il 15 agosto. Come attestato da varie documentazioni il decesso è avvenuto il 22 del mese di Mordad dell’anno 1400 nel calendario persiano, equivalente al 13 agosto 2021. Shirzad definisce “senza fondamento” la notizia dell’uccisione. Identica smentita da parte di Miraqa Popal, ex editore capo dell’emittente nazionale Tolo News, ora rifugiato in Albania. Il cronista ha rilanciato un post sull’assassinio scrivendo che “non è vero” e che la sportiva “si era suicidata dieci giorni prima della presa del potere talebana”, quando Popal era “ancora responsabile delle notizie per Tolo”. La famiglia non ha accennato al suicidio, commenta Shirzad con l’agenzia Dire, probabilmente perché nella società afghana l’argomento è tabù, per quanto i suicidi siano piuttosto frequenti.

Fake news o realtà? – Certamente la notizia ha scosso tutti e al non è possibile al momento verificare la causa o le circostanze della morte della giovane atleta afghana, ma è possibile concludere con certezza che la giovane sia morta il 6 agosto e non a ottobre, come riportato da Independent Persian e da diversi media indiani.
Inoltre, ci sono elementi che avvalorerebbero la pista del suicidio. La fotografia del suo cadavere, condivisa più volte sui social e pubblicata proprio dal padre di Mahjabin, dimostra che non è stata decapitata. La giovane infatti aveva un cappio intorno al collo al momento della morte, dimostrando come sia morta impiccata.
Oggi anche il THE SUN come tanti altri giornali fanno un passo indietro spiegando che si è trattato di una fake news. Comunque l’unica cosa vera in questa triste vicenda è la perdita di una persona e promettente atleta che aveva un futuro da vivere e che questo in un modo o nell’altro le è stato impedito.

Oltre alla drammaticità della vicenda, che la ragazza sia stata uccisa o si sia tolta la vita, rimane aperta la difficile questione delle donne afgane. Queste donne e cittadine, nonostante tutto, continuano le loro proteste per mantenere quelle libertà che avevano conquistato negli ultimi 20 anni e che i talebani sembrano voler completamente reprimere. La speranza è che si riesca a cambiare questa situazione.

 

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