Il 1978 in Italia è stato un anno oscuro, criptico, complicato. Un anno che verrà affrontato e vissuto con grande pathos e che farà da linea di confine fra due Italie, quelle prima del ’78 e quella dopo. Un anno che sarà sempre ricordato come l’anno degli assassinii eccellenti, Aldo Moro e Peppino Impastato, dei tre Papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, dei due Presidenti della Repubblica, Leone e Pertini e dell’inflazione al 20%. L’anno dei diritti civili grazie alla promulgazione della legge sull’aborto e alla legge Basaglia, norma che disponendo la chiusura dei manicomi restituisce piena dignità di persone ai pazienti psichiatrici. Una stagione che sarà ricordata come motore di grandi cambiamenti e sperimentazioni in campo sociale e culturale. All’interno di questo tumultuoso contesto, vanno in scena due grandi manifestazioni sportive: il Campionato del Mondo di calcio in Argentina, che verrà ricordato come il “Mondiale della vergogna” a causa della feroce dittatura che vige nel paese sudamericano ad opera del generale Jorge Rafael Videla, e i Campionati del Mondo di pallavolo, organizzati in Italia tra settembre e ottobre di quell’anno.

Nel 1974 la FIVB ha infatti assegnato all’Italia il compito di organizzare la kermesse iridata. A Roma, negli uffici federali, ci si interroga su che tipo di manifestazione allestire. Negli anni Settanta la pallavolo in Italia non può essere certamente considerata uno sport di massa. E’ la pallavolo in cui si batte ancora a “bilanciere”, ed è uno sport che viene praticato prevalentemente in ambito scolastico. Solamente le partite di cartello della nostra serie A1 richiamano un certo numero di spettatori, che non superano comunque il migliaio. Così come la nazionale azzurra, piuttosto arretrata nel ranking mondiale, non riscuote grande popolarità nel paese, trovando poco spazio sia sui quotidiani sportivi che nei palinsesti televisivi. Negli ambienti federali, a fronte di queste considerazioni, si pensa sia opportuno organizzare un evento sobrio, senza troppi clamori e senza investirvi troppe risorse.

A pensarla così sono un po’ tutti, tranne uno, il segretario generale della Federazione Italiana Pallavolo Gianfranco Briani. Tra mille dubbi e perplessità dei consiglieri federali, Briani non solo si prende la responsabilità di organizzare una edizione del Mondiale in grande stile, con ben ventiquattro nazionali partecipanti, ma anche e soprattutto di sdoganare la grande piazza di Roma come principale vetrina per tale manifestazione. Le finali si giocheranno a Roma e precisamente nello storico PalaEur, vero e proprio impianto cattedrale che dispone di una capienza di circa diciottomila spettatori. In FIPAV questa scelta viene considerata un azzardo, temendo che un flop della nostra squadra nazionale e un palazzo dello sport mezzo vuoto, possano produrre un effetto boomerang per l’intero movimento pallavolistico nazionale. Considerazioni più che appropriate dal momento che negli ultimi anni la squadra azzurra ha ottenuto risultati poco soddisfacenti.

Diciannovesima ai mondiali di Città del Messico 1974, ottava ai Giochi Olimpici di Montreal 1976 e ottava anche agli Europei finlandesi del 1977, risultati che certamente non rappresentano un bigliettino da visita particolarmente esaltante per presentarsi ad un Mondiale da protagonisti. Edizione Mondiale che tra le altre cose si preannuncia di altissimo livello. Ai blocchi di partenza si presentano vere e proprie corazzate quali l’Unione Sovietica guidata in panchina da Platonov e in campo da Zaytsev e Savin, la Polonia campione del mondo uscente, il Giappone di Nekoda, il Brasile di Rajzman e Da Silva. Senza dimenticare altre grandi nazionali come la Corea del Sud di Kim Ho Chul, la spettacolare Cuba che con Fidel Castro ha fatto diventare il volley primo sport nazionale del paese, e squadre come Cecoslovacchia, Bulgaria e Germania Est, le scuole di pallavolo più rappresentative del panorama pallavolistico internazionale.

All’inizio del 1978 sulla panchina della nostra nazionale siede un tecnico polacco, Edward Skorek, trentacinquenne proveniente dalla Panini Modena, con cui nel 1976 ha vinto il titolo italiano nel doppio ruolo di allenatore/giocatore. Skorek è un’icona della pallavolo mondiale. E’ conosciuto come “il grande bombardiere” avendo giocato per dodici anni con la propria nazionale e vincendo con la stessa, nelle vesti di capitano, la medaglia d’oro sia ai Campionati del Mondo del 1974 che ai Giochi olimpici di Montreal del 1976, sconfiggendo la fortissima Unione Sovietica in cinque set. Skorek fa il suo esordio sulla panchina azzurra azzurro il 19 marzo nel Regno Unito, e precisamente a Milton Keynes in una partita della Coppa Primavera, rimediando una sconfitta per 3-1 contro la nazionale francese, risultato che fa capire quanto lavoro ci sia da fare per poter limare il gap che divide la nostra squadra dalle migliori.

La posizione del polacco inoltre non è definita chiara al 100%. E’ stato sì nominato commissario tecnico dal consiglio federale romano, ma siede in panchina andando a referto come “accompagnatore” dal momento che non ha ancora ricevuto il nulla osta dalla propria federazione per poter figurare ufficialmente come allenatore della nostra nazionale. Tutto pare si possa risolvere in poche settimane ma il tempo passa e la situazione non si sblocca. Skorek non gradisce la situazione. E’ un duro, come tutti gli ex giocatori di quella favolosa nazionale polacca. Invia quindi alla federazione diversi ultimatum fino a che, il 6 maggio al termine della gara di Coppa Latina a Poitiers disputata sempre contro la nazionale transalpina, rassegna le proprie dimissioni dall’incarico di allenatore e se ne va negli “States”, in California, per sparare le ultime cartucce da giocatore nel campionato professionistico a stelle e strisce. La notizia è di quelle che “spaccano”. Mancando soltanto sei mesi all’inizio della rassegna iridata e il panico scorre come un fiume in piena negli uffici federali.

PITTERA E LE CONVOCAZIONI

Si deve trovare un sostituto all’altezza del polacco per preparare al meglio la nostra squadra nazionale, ma non è cosa facile. Vengono vagliate le più diverse candidature, sia straniere che italiane, fino a che la scelta cade su un altro trentacinquenne, Si tratta del catanese Carmelo Pittera, classe 1944, allenatore della Paoletti Catania. Il tecnico siciliano è un vero e proprio studioso di pallavolo. Ricerca e sperimenta nuove metodologie di allenamento e schemi di gioco innovativi, grazie ai quali ha appena conquistato lo scudetto italiano, mettendo in mostra un gioco non solo efficace ma anche spettacolare, con due alzatori in campo a palleggiare e ad attaccare e un gioco tecnico e veloce. Pittera per accettare l’incarico pone alcune condizioni sine qua non, quali totale e incondizionata carta bianca sia riguardo le convocazioni che la programmazione del lavoro estivo. La Federazione accetta e l’allenatore catanese porta con sé in questa avventura azzurra non solo il viceallenatore Nino Cuco, fedelissimo collaboratore e già suo secondo a Catania, ma anche cinque sesti del sestetto della Paoletti. Il catanese Toni Alessandro, che nel club gioca come palleggiatore – schiacciatore nel modulo del doppio alzatore in diagonale al cecoslovacco Koudelka. Massimo Concetti, il miglior giocatore che il florido vivaio marchigiano ha espresso nell’ultimo decennio. Nello Greco, schiacciatore di soli 178 centimetri di altezza, fenomenale nei fondamentali di seconda linea e con bene centoventi centimetri di elevazione che gli fanno guadagnare il soprannome di “Pulce dell’Etna”. Il pisano di nascita Fabrizio Nassi esperto ventisettenne di Pontedera, che di questa nazionale sarà il capitano, e Antonio Scilipoti potente schiacciatore siciliano di Milazzo. Il Professor Pittera è un’”ingegnere” del volley, e sa benissimo che sei mesi di lavoro non sono sufficienti per poter organizzare una squadra partendo da zero. Decide quindi di puntare sul blocco della sua Paoletti, un ingranaggio già perfettamente oliato che non necessita di grandi aggiustamenti. Cinque posti su dodici sono già occupati dai “catanesi”, e per chiudere il cerchio rimangono sette posti liberi. Gli aspiranti ad entrare nel gruppo mondiale sono tanti, e non sarà facile per il nostro tecnico selezionare la squadra migliore da portare a Roma.

Per riuscire a delinearla il tecnico programma un’estate basata su lunghissimi ed estenuanti ritiri collegiali, durante i quali si lavora con la doppia seduta giornaliera per poter curare al meglio non solo la parte tecnica ma anche la preparazione atletica, elemento ancora poco considerato in quegli anni. I collegiali vengono alternati con la partecipazione al maggior numero possibile di tornei per dare la possibilità a tutti gli atleti di esprimersi al meglio e mettersi in evidenza all’occhio dei nostri tecnici. Pittera e Cuco osservano, analizzano, valutano, e alla fine scelgono i dodici da portare al mondiale. Dall’Olio e Lazzeroni saranno i palleggiatori. Di Bernardo l’opposto titolare con Antonio Alessandro suo vice. Marco Negri, Claudio Di Coste, Antonio Scilipoti e Antonio Greco gli schiacciatori.
Gianni Lanfranco, Fabrizio Nassi, Massimo Concetti a contenersi il posto al centro della rete e Fabio Innocenti vero e proprio universale, pronto a subentrare in qualsiasi ruolo tranne che al palleggio.

Il giorno in cui vengono rese note le convocazioni scoppia il putiferio. Mancano alcuni giocatori che fino a quel giorno erano titolari inamovibili dei sestetti azzurri. Mario Mattioli, trentatreenne palleggiatore ravennate ed Erasmo Salemme, trentaduenne centrale laziale, non fanno parte della lista dei dodici.

I due, sono tra i pallavolisti più noti in Italia, e vantano rispettivamente oltre duecento presenze in maglia azzurra. Oltre che ad essere delle vere e proprie icone della pallavolo italiana, sono gli idoli incontrastati della tifoseria romana, avendo conquistato soltanto dodici mesi prima lo scudetto nella capitale. Il modenese Paolo Montorsi e il bolognese Stefano Sibani, sono altri due illustri assenti. Entrambi giocatori esperti e collaudati, la critica pensa che in un Mondiale potrebbero far più che comodo. Inevitabilmente le scelte del nostro C.T. scatenano grandi polemiche. Qualcuno arriva anche a chiedere la testa del Professore, ma Pittera è uomo tutto d’un pezzo, crede ciecamente nelle proprie idee e, supportato dalla Federazione, tira dritto per la sua strada. Considera Dall’Olio il miglior palleggiatore italiano, e pensa che portare Mattioli come suo secondo possa fare ombra al “Pupo” modenese, sottraendogli tranquillità, elemento determinante nel delicatissimo ruolo di regista. Preferisce quindi farne a meno, e convoca come secondo alzatore Alessandro Lazzeroni, ventitreenne di Pontedera in forza alla Mazzei Pisa, una certezza in palleggio ma una presenza decisamente meno ingombrante rispetto a quella di Mattioli, che difficilmente avrebbe accettato di scaldare la panchina a Dall’Olio.

Secondo la maggior parte degli addetti ai lavori già mantenere l’ottavo posto conquistato nelle ultime due grandi manifestazioni internazionali, Olimpiadi 1976 ed Europei 1977, potrebbe rappresentare un buon risultato per la nostra nazionale. Pittera, al contrario, è convinto che la squadra possa fare molto meglio. Consolida un sestetto in cui Pupo Dall’Olio è il palleggiatore titolare, con Mauro Di Bernardo, opposto di classe sopraffina posizionato in diagonale con lui. In posto quattro piazza due mancini: Marco Negri, ventitreenne mantovano che gioca a Sassuolo, vero e proprio professore del “mani e fuori” e il lungagnone Claudio Di Coste, romano di due metri e sette centimetri che pur soffrendo in seconda linea a causa delle sue lunghe leve, attacca a delle altezze siderali per la pallavolo dell’epoca mettendo in grande difficoltà muri e difese avversarie. Al centro Pittera ha come titolarissimi due atleti non particolarmente alti ma dotati di grande tecnica, salto e personalità. Il capitano della squadra, Fabrizio Nassi, universale di 188 centimetri e Gianni Lanfranco, ventiduenne della Klippan Torino, il golden boy della pallavolo italiana, solo un centimetro in più rispetto a Nassi ma un concentrato di talento e forza fisica che lo rendono il miglior giocatore italiano di quegli anni.

Le sedi scelte dalla FIPAV per ospitare le ventiquattro squadre partecipanti sono sei: Ancona, Bergamo, Parma, Roma, Udine e Venezia. L’Italia è inserita nel girone A, con sede a Roma, insieme a Belgio, Cina ed Egitto. Un girone non certo proibitivo anche perché si qualificano per la fase successiva le prime due classificate. La prima partita si gioca il 20 settembre contro la nazionale belga nel magnifico scenario di un PalaEur tirato a lucido per l’occasione con oltre novemila spettatori sugli spalti.

SI INIZIA A VINCERE

Il Belgio non ha grande tradizione pallavolistica ed infatti la partita si rivela una formalità per gli azzurri, che la chiudono in poco più di un’ora di gioco liquidano i belgi in tre set e lasciandogli soltanto 22 punti complessivi. Il giorno successivo c’è il debole Egitto, e anche questa partita si chiude con un 3-0 e parziali nettissimi: 15-4, 15-4, 15-9.

L’Italia sta giocando una buona pallavolo, ma il dubbio è che queste buone prestazioni siano frutto più delle debolezze avversarie che dei propri meriti. La terza gara del girone è prevista per la sera del 22 settembre e questa volta l’avversario è la Cina, squadra che “pesa” un po’ di più rispetto a Belgio ed Egitto, se non altro perché nessuno conosce giocatori e sistema di gioco degli asiatici. Il primo set fila via liscio per gli azzurri (15-8), scenario che fa presagire un’altra passeggiata. Gli asiatici però risorgono nel secondo set e con un gioco tecnico, veloce e difese acrobatiche ribaltano la situazione chiudendo il parziale con un 15-6 a loro favore che riapre i giochi. Gli azzurri paiono aver smarrito la brillantezza che li ha contraddistinti nelle prime due gare ma sospinti da un meraviglioso pubblico romano, vero e proprio settimo uomo in campo, riescono a portare a casa il terzo set per 15-11. Anche il quarto set è appannaggio dei nostri portacolori che, pur senza mettere in mostra una gran pallavolo, lo chiudono sul 15-10. Tre a uno. L’Italia è prima nel girone, ed è tra le prime dodici squadre del mondo.

Nel girone B, quello che si gioca al Palazzetto dello Sport di Bergamo è la Polonia la squadra faro, ma è al PalaCarnera di Udine, sede del girone C, che si vede la miglior pallavolo. Un vero e proprio girone di ferro dal momento che è composto da URSS e Brasile, due delle grandi favorite della manifestazione. Sarà l’Unione Sovietica a prevalere proprio grazie al 3-1 rifilato ai verdeoro brasiliani. Il girone D, quello del PalaTaliercio di Venezia, mette in mostra una grande nazionale cubana guidata da un fortissimo posto quattro, il ventiseienne Ernesto Martinez, straordinario atleta dotato di un impressionante stacco da terra pari a 135 centimetri e da Ruiz, altro atleta di grande sostanza nei fondamentali di attacco e muro. Cuba con una serie di ottime prestazioni si mette alle spalle il Giappone dell’eterno Katsutoshi Nekoda e di Mikiyasu Tanaka, rispettivamente palleggiatore e schiacciatore, due atleti dotati di tecnica sopraffina.

Le partite del girone E si giocano nell’appena inaugurato PalaRaschi di Parma e vedono primeggiare la Bulgaria di Dimitar Zlatanov davanti alla temibile Germania Est.

L’ultimo girone, F, regala infine la sorpresa Corea del Sud, squadra guidata da un piccolo ma fenomenale palleggiatore, Kim Ho Chul, che proprio in questo Mondiale si rivela al grande pubblico come uno degli alzatori destinati a scrivere la storia della pallavolo. Corea che grazie alle magie del suo funambolico regista riesce mettesi dietro le spalle i maestri Cecoslovacchi che sulla carta venivano considerati tra i grandi favoriti della manifestazione.

Si va alla seconda fase. L’Italia rimane a Roma e viene inserita nel girone G insieme a Brasile, Bulgaria, Cina, Germania Est e Unione Sovietica. Un vero e proprio girone della morte le cui squadre fanno paura solo a pronunciarle. La nostra nazionale però durante il girone eliminatorio ha acquisito autostima e una serie di sicurezze che non aveva ad inizio torneo. Grazie alla qualità dei giocatori che la compongono e al grande lavoro svolto in estate da Pittera e Cuco, pare aver preso piena consapevolezza della propria forza e delle proprie possibilità. Il 24 settembre si va quindi fiduciosi ad affrontare il Brasile guidato in panchina da Paulo Sevciuc, che sarà poi allenatore a Treviso nella stagione ‘89/’90, con la speranza di potersela giocare alla pari con i temibili carioca. I sudamericani hanno nel sestetto grandissimi giocatori: il palleggiatore – fantasista, tutto finte e controfinte Wiliam Da Silva, l’universale Bernard Rajzman neoacquisto della Panini Modena, l’opposto José Montanaro, e lo schiacciatore Badà Ribeiro, solo per citarne alcuni. Giocano una pallavolo stellare, rapidissima, fatta di ritmi indiavolati e palloni che volano letteralmente da una parte all’altra del campo.

ITALIA – BRASILE 3-2

I nostri azzurri, sospinti dagli oltre diecimila indiavolati tifosi del PalaEur, giocano una grandissima pallavolo. Primo set per il brasile ai vantaggi, secondo set per gli azzurri, terzo set ancora a favore dei sudamericani con gli azzurri che pareggiano i conti con uno strepitoso 15-10 nel quarto set. Si va al tie-break tra il delirio del pubblico e con un 17-15 che entra di diritto nella storia della pallavolo italiana sono gli azzurri di capitan Nassi a cantare vittoria. Nell’entourage azzurro c’è grande entusiasmo. Quest’ultima vittoria ottenuta contro il fortissimo Brasile libera completamente la testa dei nostri azzurri che grazie ad un gioco veloce, ricco di schemi e con pochi errori, annientano nella successiva gara la Germania Est con un netto 3-1. Stessa sorte tocca il giorno successivo alla Bulgaria, nazionale che “asfaltiamo” con un 3-0 senza storia, lasciando con il fiato sospeso i nostri tifosi soltanto nel terzo set, che chiudiamo con un tiratissimo 17-15. L’ultima partita del girone si gioca il 27 settembre contro i mostri sovietici. Questi ultimi hanno la meglio rifilandoci un netto 3-0, lasciandoci la miseria di soli venti punti complessivi in tre set e passeggiando nell’ultimo segmento di partita che chiudono con un significativo 15-3.
L’URSS chiude il girone al primo posto grazie a quattro vittorie su altrettante partite disputate e l’Italia è seconda. Siamo nelle prime quattro squadre del mondo, un risultato che nemmeno il più ottimista dei tifosi poteva aspettarsi alla vigilia della manifestazione. Ora si tratta solo di recuperare un po’ di energie e di aspettare il nome della squadra che andremo ad affrontare in semifinale.

Nel girone H ci sono Cuba, Corea del Sud, Polonia, Cecoslovacchia, Giappone e la cenerentola Messico. La Polonia campione del mondo uscente e campione olimpica solo due anni prima a Montreal è la favorita per eccellenza del girone, seguita dal Giappone che si è classificato al terzo posto nella rassegna iridata precedente e dalla Cecoslovacchia, grande scuola pallavolistica. Contro tutti i pronostici Cuba e Corea del Sud si classificano prima e seconda del girone. Cuba finisce il girone a punteggio pieno, strapazzando con un 3-0 senza storia la Polonia e gli asiatici guidati da Kim ho Chul terminano il girone appaiati alla Polonia stessa ma finiscono al secondo posto grazie ad un miglior quoziente set.

Le due semifinali sono decretate: il gigante russo sfiderà i funambolici coreani e a noi toccano gli acrobati caraibici, dodici atleti afroamericani dotati non solo di una fisicità straripante ma anche di una tecnica individuale più che ragguardevole. La sfida pare essere di quelle impossibili, a tal punto che il nostro C.T, alla vigilia della gara stessa dichiarerà: “La pallavolo è matematica e per battere Cuba, due più due dovrebbe fare cinque.”

2+2 = 5

La sera del 30 settembre il PaleEur sembra esplodere tanto è pieno. Sono infatti diciottomila i tifosi che lo stipano in ogni ordine di posto, forse andando anche oltre al limite di capienza, per spingere con la loro energia gli azzurri verso la finale. La nostra nazionale scende in campo in maglietta bianca e calzoncini azzurri e non tradisce il grande pubblico romano, pur con una partenza al rallenty nel primo set. Partiamo infatti un po’ bloccati sia in ricezione che in attacco, mentre i cubani, con la loro tradizionale divisa completamente rossa, e guidati in panchina dal santone Herrera, iniziano la partita con l’entusiasmo che li ha contraddistinti in tutte le partite giocate nei giorni precedenti.

Sembrano poter prendere il largo ma i nostri atleti non mollano e a forza di cambi palla e qualche buon break point rimontano fino a portarsi sul 15 pari. Sono però i caraibici con un colpo di coda finale ad aggiudicarsi il primo parziale per 17-15. Un primo set “mostruoso”, durato ben 42 minuti. Ma l’Italia c’è. Siamo in partita. Il braccio è caldo e ci crediamo. Il primo set ha dimostrato che non abbiamo nulla da invidiare ai cubani e che ce la possiamo giocare alla pari. Rientriamo in campo determinati e nel secondo parziale ci portiamo in avanti per 8-0. Il palazzo dello sport è una bolgia infernale, e chiudiamo il set con un 15-11 a nostro favore che rimette tutto in gioco. Il terzo set è drammatico. Palla su palla, le due squadre restano appaiate fino al 14 pari. Si va ai vantaggi e i nostri portacolori chiudono il set con un 16-14 che ci porta avanti per due a uno.
Manca solo un set per compiere l’impresa. Soltanto quindici punti ci separano da quella finale che soltanto pochi giorni fa sembrava una chimera.

Cuba si porta in vantaggio per 7-4. I caraibici giocano una pallavolo scolastica e piuttosto prevedibile, basata su alzate di palla alta in posto quattro e due per massimizzare il salto e la potenza devastante dei loro attaccanti che spesso e volentieri passano letteralmente sopra al nostro muro. Pittera invece ha dato un gioco molto più vario alla nostra squadra, con Pupo Dall’Olio (o Lazzeroni, quando viene chiamato in causa) che fa vedere i sorci verdi ai centrali cubani giocando spesso in primo tempo anche con ricezione sui tre metri. A metà set Pittera mescola le carte cambiando la diagonale palleggiatore – opposto: fuori Dall’Olio e Di Bernardo e dentro Lazzeroni in palleggio e Scilipoti a randellare.

Recuperiamo lo svantaggio e ci portiamo sul dieci pari. Il gioco cubano è sì redditizio, grazie alla forza dei suoi schiacciatori, ma alla lunga diventa prevedibile e consente al nostro muro di prendere le misure agli attaccanti avversari mettendogli la museruola. E dove non arriva il muro ci pensa la nostra difesa, fondamentale in cui i nostri atleti, in piena trance agonistica, si esaltano, e offrono a Lazzeroni la possibilità di organizzare più rigiocate d’attacco nelle quali Marco Negri è implacabile, sia mettendo palla direttamente a terra che usando il muro avversario come il più fedele degli alleati.

Sorpassiamo Cuba e ci portiamo 12-10. Tre punti soltanto ci dividono dalla finale. Di Coste subisce due murate consecutive e Cuba pareggia i conti portandosi sul 12 pari. Siamo già oltre le due ore e trenta di gioco quando capitan Nassi va in battuta. Ricezione di Cuba verso zona due, il palleggiatore cubano corre per alzare ma scivola sul terreno inumidito dall’afa del PalaEur e commette fallo di palleggio. Italia 13, Cuba 12. Altra grande difesa della nostra seconda linea e un autentico boato del pubblico accompagna lo stratosferico attacco punto di Negri sulle mani alte del muro cubano. Il palazzo dello sport sembra esplodere. Italia 14, Cuba 12. Primo match point per gli azzurri che il fuoriclasse Martinez annulla con una bordata in diagonale da zona due. Marco Negri con un altro grande attacco conquista il cambio palla che porta lo stesso martello mantovano in zona battuta. Solito bilanciere mancino con lunghissima traiettoria a parabola verso zona. Il ricettore cubano è indeciso se riceverla o se lasciarla andare. La segue fino ai nove metri e all’ultimo istante decide di riceverla, ma la invia direttamente nella nostra metà campo dove Scilipoti, uno degli uomini di fiducia del Professor Pittera, litigandosi la palla con Lanfranco la schiaccia violentemente a terra regalandoci il quindicesimo punto. 15 a 12 e un 3-1 che ci manda diretti in finale. La matematica, pur essendo una scienza esatta, per una volta ha fallito, e due più due ha fatto cinque, per dirla alla Carmelo Pittera. Il pubblico è letteralmente impazzito. Invade il campo per abbracciare gli azzurri e in diretta TV si vedono le immagini del nostro numero dieci, Gianni Lanfranco, che a fine manifestazione risulterà tra i sei migliori giocatori del Mondiale, sdraiato sulle braccia dei tifosi che correndo, lo trasportano in una sorta di marcia trionfale per l’intero campo di gioco. Siamo in finale.

Pittera, lo staff tecnico, la federazione e l’Italia intera è incredula di fronte a quanto sta combinando questa meravigliosa squadra. L’Italia, che nello sport è abituata ad esultare per le gesta dei calciatori piuttosto che per qualche impresa individuale di ciclisti, sciatori o velocisti, questa volta lo sta facendo ammirando battute, palleggi, schiacciate, muri e difese di questi splendidi dodici pallavolisti.

Nell’altra semifinale, quella tra Unione Sovietica e Corea del Sud, Savin e compagni fanno degli asiatici un sol boccone, senza neppure sudare più di tanto, chiudendo i conti con un 15-3, 15-3, 15-9 in poco più di un’ora che non ammette repliche.

Nella finalissima ce la dovremmo quindi vedere con l’Unione Sovietica ma considerando il livello di gioco che stiamo esprimendo nulla ci è precluso in partenza. Si può arrivare a sognare di abbattere l’orso sovietico, anche se nel girone che dava l’accesso alle semifinali ci ha battuti con un netto 3-0 lasciandoci soltanto 20 punti in tre set. Partita che però, non aveva alcun valore ai fini della classifica.

Platanov è il guru di questo gruppo di ragazzoni sovietici. Può disporre di una vera e propria corazzata composta da dodici intercambiabili atleti che rappresentano il gotha della pallavolo mondiale. Zaytsev è il palleggiatore della squadra, il regista che con la precisione delle sue alzate, una capacità tattica da fine stratega, freddezza e lucidità, riesce a dare spettacolo e concretezza al proprio sestetto. Savin è di gran lunga il centrale più forte del mondo, mostruoso sia a muro che in attacco di primo tempo, così come Loor, altro centrale praticamente immarcabile in attacco di primo tempo. L’opposto Ermilov e i fenomenali Moliboga e Selivanov, per tecnica e forza fisica sono veri e propri attaccanti killer dalle bande. Vladimir Kondra infine, è una vera e propria macchina da seconda linea. Perfetto in ricezione e un gatto in difesa, il vero precursore del ruolo del libero che arriverà nella pallavolo vent’anni più avanti.

LA FINALE

La sera del 1 ottobre c’è la diretta RAI, e, oltre ai diciottomila presenti sulle tribune del PalaEur, c’è l’intera Italia incollata davanti ai teleschermi per gustarsi questa magnifica finale. La cronaca della partita affidata a Giorgio Martino, prestato per quest’occasione dal calcio alla pallavolo.

I sovietici scendono in campo con la consueta maglia rossa e pantaloncini blu, mentre i nostri portacolori sono in maglia azzurra e pantaloncini bianchi. Pittera parte con Pupo Dall’Olio in regia, Di Bernardo opposto, Negri e Di Coste schiacciatori e Lanfranco – Nassi coppia di centrali.

La nostra nazionale parte bene e si porta in avanti per 2-0 nel primo set ma i sovietici ci mettono ben poco ad entrare in partita e ribaltano il risultato con un parziale di nove punti a zero. Esce Negri ed entra Innocenti che con i suoi attacchi e la sua grinta cerca di dare sostegno all’attacco azzurro. Il muro dei sovietici è altissimo e granitico e obbliga Dall’Olio a velocizzare il più possibile il gioco mandando il più possibile in combinazione i suoi attaccanti. In quegli anni le squadre si schierano con il centrale davanti al palleggiatore e quindi è più semplice variare i tipi di attacco, mandando in primo tempo anche gli schiacciatori così come in secondo tempo i centrali, una tipologia d’attacco in cui i nostri Lanfranco e Nassi si esaltano. Pittera sostituisce Di Coste con Nello Greco per le rotazioni di seconda linea e recuperiamo qualche punto portandoci a sole tre distanze dall’URSS che conduce per 11-8. Altro strappo dei sovietici che si portano sul 13. Il Professore si gioca allora il doppio cambio: fuori la diagonale Dall’Olio – Di Bernardo e dentro Innocenti – Scilipoti per dare nuova linfa e vivacità al nostro attacco. Di Coste rientra per Greco in prima linea e si va avanti con una serie interminabile di cambi palla senza che nessuna delle due squadre muova il tabellone segnapunti. Di Coste è un po’ macchinoso nei movimenti, ma dall’altro dei suoi 207 centimetri riesce a passare addirittura sopra il muro sovietico e a garantirci una buona quantità di pallone messi a terra. Oltre ai cambi palla non riusciamo però ad andare anche perché Savin e Loor, magistralmente imbeccati da uno Zaytsev sempre lucidissimo, hanno percentuali altissime nell’attacco di primo tempo e in fase cambio palla, la mettono sempre giù. Una ricezione difettosa di Lanfranco regala primo il set ball ai sovietici. Riusciamo ad annullarne tre fino a che un errore in attacco di Scilipoti, che spara fuori una diagonale da posto quattro, regala il set alla banda di Platonov.

Si cambia campo e il secondo set vede gli azzurri in campo con Innocenti al posto di Di Bernardo. Partiamo a razzo e ci portiamo avanti prima per 8-3 e poi per 11-5. Il pubblico romano sogna l’impresa. Salgono però in cattedra Ermilov e Selivanov con i loro devastanti attacchi dalle bande, così come Savin e Loor al centro, che con primi tempi scavano voragini nei nostri ottantun metri quadrati di campo. Palla dopo palla i sovietici si riportano sotto ma noi resistiamo. 13–11 per l’Italia. Il vantaggio si è ridotto ma mancano soltanto due punti per pareggiare i conti dei set. Murato Di Coste, 13-12. Incomprensione tra Lazzaroni e i nostri schiacciatori nello schema d’attacco e siamo 13 pari. I sovietici mettono a segno due punti in due minuti, punti che risulteranno pesantissimi nell’economia del set e della partita stessa. Pittera chiama time out, più per spezzare il ritmo e per far rifiatare i nostri che per dare precise indicazioni tecnico – tattiche. Rientriamo in campo e Nassi viene murato. 14-13. C’è il sorpasso sovietico. Sul set ball per i nostri avversari Lazzeroni organizza uno schema d’attacco che prevede la finalizzazione di Gianni Lanfranco in secondo tempo, attacco che terminerà out la sua corsa, e anche il secondo set va ai fuoriclasse di Platonov.

Il terzo set è una passeggiata di salute per i mostri dell’est Europa. I nostri atleti hanno spesso tutte le energie fisiche e nervose di cui disponevano in quel drammatico secondo set giocato punto a punto e perso solo per un paio di palloni. Non abbiamo più nulla da mettere sul terreno di gioco. La squadra ha terminato le batterie dopo un campionato mondiale giocato su livelli tecnici e agonistici incredibili, insperati e nemmeno immaginabili alla vigilia della manifestazione stessa. L’URSS è per la quinta volta nella sua storia Campione del Mondo. Un numero indefinito di giovani in festa scendono sul terreno di gioco del PalaEur per rendere omaggio ai nostri portacolori, diventati in questo fine estate romano veri e propri eroi nazionali, al punto tale da venir nominati Cavalieri per meriti sportivi dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

In quel 1 ottobre romano, nell’aria si sente qualcosa di diverso, di nuovo. La delusione per la sconfitta subita in finale esiste, è inutile negarlo. Quando si arriva in testa alla gara a vedere lo striscione dell’ultimo chilometro, è dura poi accettare che a vincere sia il concorrente che ci affiancava. Ma nello stesso tempo si intuisce che da quel giorno la pallavolo italiana non sarà più quella di prima. L’Italia non solo è medaglia d’argento ma si colloca davanti a grandissime nazionali che a per palmares, tutti mettevano davanti ai nostri azzurri. Sette vittorie complessive e solo due sconfitte, entrambe maturate contro la corazzata di Platonov, squadra di un’altra categoria rispetto a tutte le altre 23 nazionali che hanno dato vita a questa splendida kermesse internazionale. Non siamo più la nazionale che entrava nelle manifestazioni internazionali in punta di piedi, quasi chiedendo permesso, con il solo scopo di limitare i danni. Questo grande risultato ci ha dato la consapevolezza che il nostro movimento pallavolistico è sano e che la nostra nazionale è composta di giocatori di assoluto valore mondiale. Non a caso Gianni Lanfranco, centrale straripante in attacco e muro, e Marco Negri, mancino di grande tecnica e autentico professore del “mani e fuori”, vengono addirittura inseriti nel sestetto ideale della manifestazione insieme al palleggiatore coreano Kim ho Chul, allo spettacolare universale carioca Bernard Rajzman, al russo Savin e al cubano Ruiz.

La pallavolo italiana, sia come machina organizzativa, che sul piano della promozione e della propaganda di sé stessa, ha stravinto il suo mondiale. Nuovi successi ci attendono e il nostro volley, da sport di nicchia, diventerà da quel giorno sport nazionale.