Intervista: Barun torna all’addio al volley giocato. “Decisione rimandata da anni, era il momento. Ora sarò mamma”

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MODENA – A pochi mesi dai 37 anni e dopo 23 stagioni sui campi da gioco di sei diversi campionati (Croazia, Turchia, Italia, Romania, Azerbaijan e Giappone), Katarina Barun Susnjar ha detto basta, annunciando l’8 maggio il suo addio al volley giocato. A pochi giorni da quella decisione, la campionessa croata si racconta tra passato, presente… e futuro.

Partiamo dal fondo, quando è nata l’idea di smettere e di iniziare una nuova vita?
“Quando è finita la stagione in Giappone ho maturato la decisione definitiva, ci avevo già pensato prima ma quando è caduta l’ultima palla, appena finito di festeggiare lo splendido bronzo vinto con le mie compagne, ho deciso che era il momento giusto. Ho avuto anche delle proposte per terminare la stagione in Europa, alcune tecnicamente anche molto importanti e ne sono stata felice e lusingata ma avevo preso questa decisione e questa volta era definitiva”.

Non era la prima volta che valutavi di smettere? “A dire il vero avevo già deciso, ero determinata a farlo… Era il 2014 ed ero reduce dalla mia prima e unica stagione a Baku. Poi però è arrivata una chiamata da Novara, che per me e mio marito Martin è una seconda casa, e ho rimandato i propositi di stop. Ogni anno spostavo la data all’estate successiva… la verità è che amo tanto questo sport e sentivo di avere ancora traguardi da inseguire e raggiungere”.

Questa volta nessun ripensamento? “No, questa volta non c’è stato margine. Come ho detto, sentivo che era il momento giusto. Poi ci ha pensato anche la vita a confermarmelo, visto che poche settimane dopo aver preso la decisione ho scoperto di essere incinta di due gemelle, il regalo più bello che la vita potesse farmi”.

Il futuro, oltre che nel ruolo di “mamma”, ti vedrà ancora vicina alla pallavolo?
“Sicuramente farò di tutto per rimanere vicina a questo sport, anche se non so ancora in quale veste. Mi piacerebbe diventare allenatrice o dirigente, non so quale delle due strade preferirei ma senza dubbio voglio continuare a fare pallavolo, è lo sport che amo fin da ragazza, che mi ha dato tanto, cui ho dato tutta me stessa e cui sento di poter dare ancora qualcosa. Intanto, però, mi godo la maternità e la mia Zagabria: mi è mancata tanto negli anni in cui ho giocato lontano, sto riscoprendo la quotidianità tra amici e famiglia cui ho dovuto rinunciare nel corso della mia carriera”.

A proposito della tua carriera, quali sono state le tappe che ritieni cruciali?
“Ce ne sono tante, ma ne cito tre. Dopo gli esordi con il Mladost nella mia città e il passaggio in Turchia, Bergamo è stato il primo top club a puntare su di me e a farmi scoprire la pallavolo italiana e mi sono tolta lo “sfizio” di vincere una Champions League con la Foppa. Poi c’è stata l’avventura in Romania, segnata da un gravissimo infortunio quando ero al Metal Galati: in uno scontro sotto rete mi procurai una bruttissima frattura della caviglia e i medici mi dissero che difficilmente sarei tornata a camminare bene, figuriamoci a giocare. Invece dopo un lungo recupero e tanti sacrifici sono tornata in campo e dopo un’altra stagione in Romania è iniziata la mia avventura a Novara, quella che come detto sarebbe diventata poi la mia seconda casa. In quella città, dove ho giocato prima con l’Asystel e poi con la Igor, non ho solo vinto una Coppa Italia e uno Scudetto, ho creato dei legami profondi e bellissimi con tante persone che sono diventate amici veri e come me anche mio marito. Dopo Zagabria è lì che ci sentiamo a casa. Sono orgogliosa di aver contribuito a regalare alla città quello Scudetto che aspettavano da quasi vent’anni”.

Nell’ultimo biennio, invece, hai giocato in Giappone. Come ti sei trovata?
“Credo quell’avventura sia arrivata al momento giusto per me e sinceramente è stato un biennio fantastico: ho chiuso la carriera con la sensazione di aver vissuto qualcosa che mi mancava e anche il cammino a livello tecnico è stato importante. Dopo la stagione non molto facile vissuta a Modena, sentivo il bisogno di cambiare radicalmente e il Giappone mi ha permesso di recuperare serenità”.

C’è qualche rimpianto che ti è rimasto? “No, non sono una persona che vive di rimpianti. Do tutto quello che ho ogni giorno, in quello che faccio, per quello in cui credo. Mi piace potermi guardare alle spalle con serenità. Una cosa, però, la voglio dire, per quanto scontata: ho tanta gratitudine. Per tutte le persone che mi hanno sostenuta, che hanno creduto in me e che mi hanno accompagnata in questo viaggio. Per le compagne, gli allenatori e le società con cui ho condiviso gioie e anche momenti difficili. Per la mia famiglia e, più di tutti, per mio marito Martin. Non tutti lo sanno ma ha messo la propria carriera da giocatore di basket in secondo piano per starmi vicino, ha fatto sacrifici per me senza mai farmi pesare nulla, perché capiva che avevo bisogno di lui al mio fianco. Ora è arrivato il momento che sia io a dedicarmi a lui e alle bambine in arrivo tra qualche mese”.

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