Intervista: Matteo Piano, “Ho pensato al ritiro”. Chi sono? “Vulcanico, consapevole, entusiasta. In una parola libero”

Il centrale piemontese in forza alla Powervolley Milano si racconta... L'operazione, la voglia di ritirarsi... La telefonata di Daldello che lo rimprovera e gli cambia la prospettiva. Le riflessioni al bialbero di Casorzo, il ricordo olimpico...

Matteo Piano e Lucio Fusaro
Matteo Piano e Lucio Fusaro

Punto, a capo.

Matteo Piano è tornato, dopo aver subito un’altra importante operazione, ancora una volta, spinto dalla passione per il volley. Ha tentennato, ascoltato consigli e capito quale fosse la soluzione migliore, per sé stesso. Sport, cultura e progetti: l’universo Piano è tutto scoprire e Volleyball.it lo vuole fare insieme a voi.

Dopo esserti sottoposto all’operazione al tendine d’Achille hai detto di aver dovuto imparare nuovamente a camminare.

“Anche se sembra la frase di un colossal, è proprio vero. Dopo che stai più di un mese senza mai appoggiare il piede per terra devi ricominciare tutto dall’inizio. Ero tanto arrabbiato quanto stupito, come fossi un bambino. Andavo in palestra ad Asti e pensavo ‘devo davvero reimparare a camminare’. È una cosa che a pensarci fa un po’ sorridere perché se ti fermi un attimo e realizzi di dover imparare nuovamente a compiere azioni che facevi costantemente e quotidianamente è veramente strano; sono momenti e movimenti automatici e belli ai quali magari non presti nemmeno attenzione. Sono fortune immense con le quali non tutti nasciamo e chi ci nasce non ci presta troppa attenzione. La bellezza e la libertà di camminare a me è stata sottratta per solo un mese e quando ho iniziato la riabilitazione stentavo a credere di dover ricominciare tutto da capo. È stato un percorso veramente lungo, per mesi non ero libero di muovermi, stare in piedi, correre”.

Possiamo dire che il ciliegio citato nel tuo post su Instagram sia tornato a fiorire? “Mi sono paragonato al Bialbero di Casorzo (un ciliegio nato su un gelso, in provincia di Asti – ndr), una rarità incredibile che c’è vicino a casa mia, in Piemonte, perché ho pensato che se mi dovessi augurare qualcosa e provare ad immaginarmi come avrei potuto essere un giorno mi piaceva l’idea dell’albero che fiorisce. Qualcosa di più bello di un albero che fiorisce è un altro che ci fiorisce all’interno ed è un fenomeno rarissimo in natura. Credo di essere su quella strada, la vita del Bialbero è bella ma dura e tosta; bisogna essere molto cauti.”

Recentemente Andrea Giani ha dichiarato che hai anche pensato al ritiro. “È vero, ho pensato al ritiro. L’avevo comunicato a Giani e ad altre persone, per una settimana non mi sono mosso da questa idea perché mi sono detto ‘io le mie cose le ho fatte, mi sono ripreso da due operazioni molto delicate in due momenti altrettanto delicati’. L’ultima volta mi sono operato il 21 marzo 2016 e il 21 agosto 2016 giocavo la finale olimpica. In cinque mesi, passare dal letto di ospedale alla finale di Rio con un intervento alla schiena non è stato semplice. Sapevo cosa significasse decidere di operarsi, ero a conoscenza della grinta e della costanza che ci vogliono per la ripresa. Proprio per questo non ne volevo più sapere, non me la sentivo di operarmi. Una serie di situazioni mi avevano portato a chiudere un guscio molto forte attorno a me. Sono una persona molto emotiva e molto sensibile ma in questa situazione non lo sono stato. Sapevo che tutti avevano ragione e anche in cuor mio sentivo che l’operazione era l’unica strada percorribile. La mia famiglia è stata molto accogliente, mia mamma non era in completo disaccordo con me mentre mio padre sarebbe stato molto dispiaciuto se avessi smesso. Anche il mondo della pallavolo mi ha in un certo senso redarguito. Giani, il mio Presidente, il mio preparatore atletico mi hanno detto che ritirarmi sarebbe stato un peccato e non sarebbe stata la scelta giusta”.

Cosa ti ha portato a cambiare idea? “Un giorno ero ad Asti, ad un passo dal cedere, ero andato al Bialbero il pomeriggio prima con mia cugina e le dicevo: ‘Elena, mi sa che prima o poi dovrò decidermi a cambiare idea’. Poi inaspettatamente suona il telefono, era Nicola Daldello, una persona a me molto cara. Una chiamata inaspettata ed una semplice domanda: ‘Matteo, ma è vero che non ti vuoi operare?’. Lì mi sono lasciato un po’ andare, mi ha fatto sorridere perché forse con lui avevo meno confidenza e quando mi sono sentito sgridare da Nicola mi ha fatto effetto”.

Cos’è cambiato da quel momento? “Ho deciso di fare un viaggio, un bellissimo viaggio, e tornare con la grinta giusta per affrontare l’operazione. E così è andata”.

A Milano e alla Power Volley senti di essere in una nuova fase della tua carriera? “Credo che la nuova fase sia iniziata l’anno scorso con il cambio di società. Milano è una società diversa, ha un margine di bellezza molto ampio e per bellezza intendo gli intenti che ci sono nel costruire un progetto. È una società che può ambire a diventare grande e bella, due aggettivi che spesso non vanno di pari passo, e comunicare dei valori importanti nella pallavolo. Quest’anno è un consolidamento, sono il capitano di un gruppo frizzante molto fresco sotto la guida di Giani e uno staff d’eccellenza. Il mio arrivo a Milano ha senza dubbio segnato una nuova fase del mio percorso.”

21 agosto 2016, Maracanazinho, Rio de Janeiro. Stavi per salire sul secondo gradino del podio olimpico, a cosa pensavi? “Quando sono salito su quel gradino guardavo negli occhi Sebastiano Cencini, il fisioterapista che mi ha seguito per la riabilitazione alla schiena, e mi veniva da piangere, anzi piangevo. Ho pianto perché ero arrabbiato per non aver potuto giocare la finale, ero incazzato nero perché ci avevo messo l’anima per essere lì e forse, nel momento meno opportuno, ho mollato la mandibola che avevo tenuto tesa per più di cinque mesi perché sapevo quanto avessi speso per arrivare fino a lì. Ancora adesso a ripercorrere quel momento mi vengono le lacrime agli occhi perché ho da sempre sognato le Olimpiadi e ci sono arrivato. Con tutte le sfighe ed infortuni che ho avuto, ci sono arrivato”.

Cosa rappresenta per te l’argento olimpico? “L’argento olimpico è l’Olimpiade in sé. Andare ai Giochi Olimpici e vincere una medaglia è un sogno ed io credo che l’Olimpiade fosse il sogno sportivo della mia vita. Ce l’ho dentro di me, poi avvalorare la partecipazione olimpica con una medaglia è indescrivibile. Il secondo posto olimpico rappresenta anche una nuova boccata d’aria fresca per il movimento pallavolistico italiano, ha rinfrescato il bronzo di Londra 2012”.

Cos’è Brododibecchi? “Brododibecchi è il nostro bel mestiere, come lo definiamo noi. La cosa più bella che io e Luca (Vettori, ndr) stiamo facendo in questi anni parallelamente alla pallavolo. È nato da un’esigenza di tenersi vivi, di fare altro e di utilizzare il proprio impegno sportivo, di non esaurirsi solo nel campo e nello sport. Avevamo la fortuna di essere riconoscibili e avere attenzioni e quindi abbiamo voluto creare un qualcosa di bello e spesso in cui crediamo da condividere. Prima di tutto è nata la web radio, siamo stati dei pionieri perché cinque anni fa abbiamo iniziato con dei podcast sul web, di questo ne sono orgoglioso. Successivamente siamo diventati associazione culturale lavorando su un progetto sociale di collaborazione con ragazzi africani. Da quest’anno inoltre collaboriamo con una Onlus di Torino per un progetto migranti. Realizziamo oggettistica, maglie e felpe devolvendo gran parte del ricavato per il sociale. Ora stiamo pensando ad uno step successivo, vogliamo che il nostro impegno arrivi anche ai ragazzi. È importante aver trovato una nostra consapevolezza e luce che possa essere interessante da portare avanti”.

Cosa ti ha portato a fare dello sport la tua vita? “Un giorno decisi di provarci e vedere fin dove sarei potuto arrivare visto che mi allenavo giorno e sera. Da ragazzo ho sperimentato molto e sono contento di averlo fatto perché ho capito che volevo fare della pallavolo la mia vita. Lo sport mi permette di girare il mondo e conoscere continuamente nuova gente quindi non posso che essere contento”.

Qual è l’aspetto che ti piace di più della pallavolo? “Mi piace la dinamicità, ho una quotidianità che non è quotidianità, varia di continuo e questo mi affascina moltissimo. Quando sono libero, il lunedì è il giorno più bello del mondo (ride). Poi il fatto di giocare nei palazzetti mi rimanda all’idea del teatro e del palcoscenico e il condividerlo con i tuoi compagni in quella forma geometrica particolare, all’interno di quel quadrato, mi fa impazzire. La pallavolo è uno sport d’empatia, vado pazzo per il giocare con e per qualcuno che è felice quando tu sei ugualmente felice. Il volley è veramente unione, è abbracciarsi tutti insieme sia in fase di punto che in fase di non punto. Quando la guardo da fuori poi penso proprio che sia umanamente una cosa pazzesca; nella pallavolo per far funzionare tutto deve esserci un’armonia eccezionale… tanti complimenti a chi l’ha inventata!”

Quali parole useresti per presentarti? “Da una presentazione fatta da un mio ex allenatore, ho scoperto da poco di essere una persona ambiziosa e devo ammettere che è vero, anche se non l’ho mai saputo. Sono un entusiasta incredibile, tanto che entusiasta è la parola della mia vita. Sono vulcanico, consapevole e molto diretto”.

In una parola? “Libero”.

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