Intervista: Nadia Centoni, la maglia del Cannes, tre Olimpiadi, l’esperienza del campo nel nuovo ruolo di preparatore

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MODENA – Grinta da vendere e sorriso sempre stampato sul volto era ciò che saltava subito all’occhio quando la si vedeva giocare. Oggi, quella grinta e quel sorriso, Nadia Centoni li mette a disposizione delle attuali e future leve della pallavolo nostrana. Dedizione, passione e voglia di mettersi sempre in gioco, la 7 volte campionessa di Francia con RC Cannes è anche stata recentemente nominata per il Working Group Athletes della CEV al fianco di nomi come Gamova, Ognjenovic, Sokovol e Zagumny.

Il 5 maggio 2018 hai giocato la tua ultima partita ed è stata anche l’ultima volta che RC Cannes schierava in campo una giocatrice con la maglia n.13. Cosa ha significato per te il gesto da parte della società francese di ritirare la maglia?
“Quel giorno io ero sicura al 100% che sarebbe stata l’ultima partita e sapevo che avrei smesso ma non ero al corrente della decisione presa dalla società. Quando ne sono venuta a conoscenza, qualche giorno dopo, sono rimasta prima di tutto sorpresa e poi mi ha fatto enormemente piacere specialmente da un punto di vista morale il gesto è stato per me importantissimo, non me lo aspettavo e mi ha veramente riempito di gioia. Adesso, quando entro al palazzetto di Cannes, da tifosa e spettatrice, e all’ingresso vedo la mia maglia incorniciata e appesa al Palais des Victoires, un po’ di brividi mi vengono”.

Qual è la difficoltà maggiore da affrontare una volta appese le ginocchiere al chiodo? “I primi mesi può sembrare tutto facile, perché lo si vive come un periodo di riposo, ma il passaggio non è affatto facile. Io ho avuto la fortuna di terminare la mia ultima stagione ed iniziare subito con il nuovo ruolo. Faccio un lavoro che mi consente di rimanere nel nostro mondo, e questo sicuramente aiuta tantissimo. Il nodo sta nel fare per molti anni un qualcosa, nel nostro caso giocare a pallavolo, che ci riesce benissimo in un mondo a sé, lontano dalla vita di tutti i giorni. Quando smetti ti ritrovi catapultato nella vita reale da un giorno all’altro. Tanti mentre giocano non pensano alla vita post pallavolo o non riescono a prepararsi per il futuro. Spesso si pensa che ci sarà qualcuno all’interno del tuo mondo che ti aiuterà una volta terminata la carriera ma alla fine non è così. Bisogna reinventarsi e sicuramente si ha un momento di down da affrontare. È meglio provare comunque ad andare avanti a studiare, a provare a costruirsi un futuro anche se questo non è per nulla automatico perché specialmente ad alto livello sei focalizzato prettamente sul gioco. Ciò di cui dobbiamo fare tesoro è la consapevolezza che la partita non è mai finita finché l’arbitro non fischia o non cade l’ultima palla”.

Quanto ti ha aiutata e ti sta aiutando essere stata un’atleta professionista di alto livello nel lavoro che stai svolgendo ora
(ndr preparatore atletico Il Bisonte Firenze)? “Io credo che sia stato fondamentale. Quando ho scelto di fare questa professione non sapevo a cosa sarei andata incontro. Finché ho giocato, avevo una carriera ed è come se io stessi scrivendo un libro. Ora è come se quel libro si fosse completamente chiuso e ne avessi aperto un altro pieno di pagine bianche da scrivere. La cornice però di questo nuovo libro è tutto il mio passato, la mia esperienza e tutto il mio vissuto pratico. Al di là delle conoscenze specifiche che giorno dopo giorno farò, penso che il poter portare a mio supporto quello che è il mio bagaglio di giocatrice professionista che ha vissuto tantissime esperienze italiane ed estere, che ha avuto modo di interagire con moltissime culture e vivere il mondo attraverso le diverse nazionalità delle giocatrici con le quali ho condiviso le squadre, possa essere un qualcosa in più. Per me è stata un’opportunità per crescere, imparare e vedere che tipo di mentalità e metodo di lavoro loro avessero non solo in campo ma anche a livello di preparazione fisica. Ogni squadra pallavolistica ha una cultura fisica ben precisa e a questo io ero molto interessata e ho sempre fatto molta attenzione. Mi sono sempre informata sul tipo di lavoro che i preparatori atletici svolgevano e chiedevo informazioni anche alle altre atlete. La domanda che mi ripetevo spesso era: io, da atleta, cosa voglio dal preparatore?. Ora sto cercando di incarnare quella figura che io volevo quando giocavo anche a livello di approccio”.

Cosa ti piace di più del tuo lavoro? “Mi piace preparare l’allenamento ed individualizzarlo per la persona che ho davanti. Mi piace molto condividere il mio pensiero con la persona perché voglio che sia consapevole di quello che sta facendo. Il mio obiettivo è che l’atleta raggiunga un equilibrio psico-fisico tale che, quando è in campo, non debba pensare all’aspetto fisico perché su quello abbiamo già lavorato e possa così concentrarsi su tutto ciò che è tecnico”.

È più semplice lavorare con la prima squadra o con le giovanili?
“Sulla risposta a questa domanda ci sto riflettendo tanto perché la Serie A e l’alto livello è l’ambiente che conosco meglio e mi è più familiare. È dove mi riesce più ‘facile’ lavorare, perché l’ho fatto per una vita e nonostante pensassi che potesse essere più complicato, in realtà è un qualcosa di molto fluido; con altrettanta fluidità mi viene da lavorare con le giovani. Non avrei mai pensato di poter riuscire a gestire giocatrici under 17 perché non è una fascia della quale avevo molta conoscenza. Ho scoperto che mi affascina tantissimo il mondo giovanile, delle ‘piccole’, tanto che ho dato anche la mia disponibilità per lavorare con la Nazionale U16. Mi piace poter loro insegnare quelle basi che un domani, quando saranno grandi e adulte, si ritroveranno e dar loro un’impostazione di lavoro. È estremamente gratificante vederle crescere giorno dopo giorno. Quella è un’età in cui i cambiamenti e i miglioramenti sono visibili, forti e tangibili. Mi sto rendendo conto che c’è tanto bisogno di un’impostazione di questo genere per le giovani, più figure hanno intorno e meglio è, necessitano continuamente di feedback”.

Come preparatore atletico, quale è stata la sfida più grande che hai dovuto affrontare durante il lockdown?

“Mi sono dovuta inventare di tutto e di più perché si è usciti completamente dagli schemi, ovvero lavoro con i pesi, gestione di un carico dato da una macchina ed esercizi a corpo libero. Ho dovuto cercare di far mantenere una forma fisica utilizzando pressoché il nulla a casa. Complessivamente ho visto che non è andata così male, le ragazze hanno lavorato anche se in maniera totalmente diversa. È stato sfidante il fatto di dover tirare fuori sempre quel qualcosa in più, di non fermarsi. Alla fine il fatto di mettersi continuamente in gioco, innovare e rinnovare gli esercizi è stato molto costruttivo, divertente e stimolante”.

Come è proseguito il rientro in palestra? “Sono ripartita molto dolcemente e lentamente, facendo un riadattamento all’attività. Questo perché da un punto di vista muscolare la ripresa di tono e di forza sarebbe stata anche abbastanza rapida, ma a livello articolare, tutti i mesi di inattività, le giocatrici li hanno sofferti. Nei mesi di giugno e luglio mi sono anche confrontata con altri preparatori i quali ribadivano di ripartire progressivamente, da zero, per scongiurare il rischio di infortuni articolari”.

Chiudendo la parentesi club, parliamo ora di quanto è avvenuto durante il BoA della CEV il 26 febbraio 2021, durante il quale sei stata nominata Segretario del Working Group Atleti.  Sono estremamente contenta e orgogliosa di questa nomina. Per me significa partecipare attivamente allo sviluppo della pallavolo europea, potendo condividere quella che è l’esperienza di una fresca ex atleta in contatto quotidiano con atleti di Serie A/B e con le Nazionali. Cercherò di portare nuove idee e promuovere sempre di più la pallavolo a livello europeo. Non vedo l’ora di cominciare e di incontrare i miei “colleghi”. È un gruppo numeroso composto da nomi molto importanti, da atleti ancora in attività e da chi ha smesso da poco, come me”.

Concludiamo con un ricordo legato alla Nazionale. Contiamo tre partecipazioni olimpiche (Atene 2004, Pechino 2008 e Rio 2016)…
“Ho avuto la fortuna di vivere tre Olimpiadi in tre momenti diversi della mia carriera con tre stati d’animo completamente diversi: Atene l’ho vissuta con tantissima energia, Pechino con più consapevolezza mentre a Rio ero un’atleta matura, già sul viale del tramonto sportivo. Giocare tre Olimpiadi a distanza di così tanti anni vuol dire che sono stata ad alto livello per tanti anni e questa è, per tornare al discorso iniziale, un’esperienza che posso trasmettere a tutte le ragazze con le quali lavoro. Sono ricordi bellissimi che mi porto dentro e che si sommano ad altre tante altre belle esperienze come il Mondiale in Italia nel 2014. Una competizione del genere, giocata in Italia, con la maglia della Nazionale io l’ho sognata dal primo giorno in cui ho indossato la maglia azzurra”.

 

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