Mondiali 2010: Amarcord Gabbiano d’Argento, 30 anni dopo

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MODENA – La storia del Mondiale 1978. La nascita del Gabbiano d’Argento, tratto da L’Oro del Volley di Alessandro Gullo e Maurizio Nicita.

1978

Arriva il Mondiale, in settembre. Nel girone si affrontano Belgio, Cina e quell’Egitto, che rievoca tristi fantasmi messicani. Il clima dell’esordio contro i belgi è teso. La Federlazio Roma protesta, con il dirigente Ammannito in testa, perché non ci sono Squeo, Mattioli e Salemme. Al primo matchball (14-0 del terzo set) tutto è alle spalle. I timori sulla ricezione, la bassa statura media e la tenuta del “lungagnone” Di Coste (207 cm.), sembrano quasi ridicoli. L’Italia vince bene, può solo crescere.

La partita con gli egiziani è una passeggiata. Si entra nei primi dodici, impresa mai riuscita. Negri è ottimo in attacco, in qualche modo la mette sempre giù, Di Bernardo non spreca una palla, una diagonale assassina.

La partita con la Cina inizia con un contrattempo perché lo scaramantico Pittera, sino a quel punto, si è attaccato sulla tuta le spillette regalate da belgi ed egiziani, tradizionali omaggi prepartita. Quando gli orientali donano un uccellino di stoffa, don Carmelo ha un attimo di sconforto: come lo attaccherà sulla tuta per ripetere il rito propiziatorio? A risolvere tutto è il suo caro amico e secondo Nino Cuco, sempre accompagnato da una borsa degna di Mary Poppins. Cuco trova ago e filo e cuce l’uccellino sulla tuta. Sospiro di sollievo: la partita può cominciare. La Cina non sembra irresistibile. Si vince il primo set tranquillamente, poi gli avversari cominciano a passare da tutte le parti. Sull’ 1-1 e 4-11 del terzo set, la squadra va in barca. Ma il Palaeur si sta affollando e incita la squadra. Pittera cambia Dall’Olio con Alessandro, che azzecca due muri consecutivi e rinfranca il gruppo. I gialli si bloccano e vengono messi da parte due punti per la seconda fase: primi classificati del girone.

Nella “poule” ci sono Brasile, Germania Est, Bulgaria e Unione Sovietica, tutte squadre che in passato hanno sempre battuto nettamente gli azzurri. Ci si chiede: che speranze ci sono?

Si parte col Brasile che va 2-1 con una difesa super. Ha il numero 3, Rajzman, che spacca muro su muro; ed un alzatore, il 7, William Da Silva, che fa dannare Nassi e Lanfranco. Arrivare sul 2 pari costa tanta fatica. Sembra tutto finito nel quinto set, nonostante il tifo bestiale di oltre diecimila spettatori (sì, diecimila, quando non si arrivava oltre i duemila per le finali scudetto); gli uomini di Paulo Sevciuc vanno sul 14-10 ed hanno il matchball. Ma i miracoli avvengono, perché la difesa azzurra si trasforma, i brasiliani si innervosiscono per alcune decisioni arbitrali ed il pubblico trascina l’Italia, che vince 17-15 con un grande Negri.

La vittoria sui brasiliani sblocca definitivamente la squadra, che batte di netto anche i tedeschi. Il gioco è ricco di velocità e combinazioni. Entusiasma Di Coste, che tira la palla alta, va in finta e pure palleggia. Smentisce Pittera, che profetizzava l’acquisto di sette paranchi per reggerlo, scoppiato di fatica.

Si sbriciola anche la Bulgaria, con qualche patema nel terzo set, risolto da una bordata di Scilipoti. L’allenatore bulgaro ha dovuto cambiare sia Zlatanov che Karov: sembra un sogno.
L’Italia è almeno quarta. Il pubblico è in delirio, Pittera incredulo; la sua voce roca sottolinea questa condizione: sono bastati tre mesi di serio lavoro per arrivare a livelli altissimi.

L’entusiasmo è a mille, nel palazzone romano cadono gli dei: Polonia, Giappone, Bulgaria. Le nuove stelle sono Corea del Sud e Italia.

In semifinale agli azzurri tocca Cuba, che ha martellato tutti. Ernesto Martinez salta, pardon vola, un metro e 35. Pittera con accento siculo continua ad assicurare che “ormai il più è fatto, siamo andati ben oltre, possiamo romperci anche un braccio, ma non serve”. Eppoi la squadra è stanca. Conia una frase esemplare: “La pallavolo è matematica e per battere Cuba, due più due dovrebbe fare cinque.”

Gli azzurri stanno per aprire la pagina più bella. Le emozioni di quella serata sono incredibili. Primo set: 9-0 per Cuba. Ogni spettatore guarda quello a fianco, alza le spalle, come dire: è normale. L’avversaria è Cuba. Inizia la rimonta, che sembra il fiammifero che riaccende i diciottomila del Palaeur. Sale l’urlo, non c’è più lo spettatore singolo, esiste sola il pubblico, un muro deformato che diventa il settimo giocatore: 9-9. È battaglia, si arriva 15-15. Poi 15-17, con la sensazione che il successo sia solo scivolato via casualmente. In un attimo l’Italia, nel secondo set, vola sull’8-0. I cubani vivono la situazione con un effetto centrifuga, travolti dal ciclone. Il Palaeur diventa una bolgia, quello che fino al fischio d’inizio era un tifo normale, si trasforma in un sabba infernale. I cubani fondono. Caronte Herrera li traghetta uno dopo l’altro verso l’inferno della panchina: l’Italia conduce 2 set a 1. E Pittera? È l’unico freddo. Doppio cambio. Dentro Scilipoti per Dall’Olio, Lazzeroni su Di Bernardo. Scilipoti breccia ogni muro. Lazzeroni alza tutto, difende, mura. II tormento e l’estasi. Quando sul 14-12, su ricezione lunga dei cubani, Scilipoti schiaccia il pallone dei sogni, l’aria sembra diventare liquida. I cubani si trasformano in statue di pietra, irreali. II pubblico è in delirio; la tv meno, visto che ha sospeso la diretta sul 14-14 del terzo set. Gianni Lanfranco svetta a torso nudo in mezzo al pubblico impazzito.

Italia in finale, incredibile: “Due più due ha fatto cinque!”. Si respira un’aria particolare; è palpabile la consapevolezza che questa vittoria sia uno spartiacque nella storia della pallavolo azzurra. Si può affermare che c’è un prima e un dopo Italia-Cuba. Prima si cercava di evitare delle brutte figure, dal 2 ottobre 1978 la Nazionale va a caccia di risultati prestigiosi.

In finale la Nazionale trova i sovietici di Platonov, imbattibili, inarrivabili ancora per qualche anno. Gli azzurri si avvicinano al successa solo nel secondo set: in vantaggio 13-7. Ma i sovietici bloccano la rincorsa azzurra. Palleggia il fuoriclasse Zaitsev, si consacra un grande centrale, Aleksandre Savin.

Il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini, nominerà gli azzurri Cavalieri per meriti sportivi. Otto anni dopo l’Universiade di Torino, arriva il primo risultato di valore assoluto.
L’entusiasmante cammino azzurro diventa un film-documentario: “Il Gabbiano d’argento”. E con questo nome sarà per sempre ricordata l’impresa. Lanfranco e Negri (nella foto contro Cuba) entrano nel sestetto ideale del mondiale, con Savin, Rajzman, Kim Ho Chul e il cubano Ruiz.

Un’ultima curiosità. Il toscano Innocenti, come del resto un po’ tutti nel clan azzurro, non ha creduto ad un’Italia capace di arrivare fra le prime e fissa nei primi giorni d’ottobre il matrimonio, anche perché convinto che Pittera non lo avrebbe inserito fra i dodici. Arriva sull’altare subito dopo la finale senza neanche aver provato l’abito da sposo.