Italians: Giuseppe Vinci, "Tu vuò fa l'americano"

Scritto da Antonietta Paradiso  | 

di Giuseppe Vinci

TE LA DO IO L’AMERICA. Una domanda che sicuramente balenerà nella mente di tutti è perché io abbia scelto di andare negli Stati Uniti e dove sia nata la scintilla.

Semplice, tutto è avvenuto cinque anni fa al torneo preolimpico in Giappone che ha dato il pass all’Italia, di cui ero uno degli scout, per i Giochi di Pechino. Come ogni sportivo, avevo sempre sognato di andare alle Olimpiadi. Sapendo che quel sogno era diventato “vero”, e dopo aver avuto una serie di anni duri con varie società che non erano state in grado di pagarmi regolarmente, dopo il match con l’Argentina che ha consegnato il pass alla Nazionale, mentre andavo a recuperare la telecamera con cui avevamo ripreso la gara mi sono chiesto: “E ora che un sogno si avvera, cosa voglio fare?”.

Un mio sogno è sempre stato quello di continuare gli studi universitari e così, tramite tanti amici americani e su tutti Ryan Millar (il centrale all’epoca nella Sparkling Milano club con cui lavorava alle statistiche lo stesso Vinci, ndr), ho iniziato a discutere del mio sogno e lui mi parlò del campionato NCAA (il campionato universitario americano) e della sua esperienza a BYU (Brigham Young University, a Provo, nello Utah, ndr), un’università dalla tradizione importante nella pallavolo. Ho inviato la mia candidatura e le mie proposte a moltissime università mentre viaggiavo per la World League del 2008 e nel giro di poche settimane ho avuto risposte da molte di quelle che contattai. E ora eccomi qui, 5 anni più tardi.

MODELLO AZIENDALE. Lo sport negli Stati Uniti ha un’organizzazione di carattere aziendale, particolarmente sviluppata e professionale. Proprio questo mi ha colpito subito. Questa strutturazione, tra l’altro, ti facilita anche nell’inserimento.

[caption id="" align="alignleft" width="287"] Giuseppe Vinci, con la divisa dello Staff Usa[/caption]

Nel mio caso specifico, sono inserito in un contesto che – per intenderci – è simile a un’azienda italiana tra i 100 e i 200 dipendenti e, va ricordato, io mi trovo ad allenare una squadra di pallavolo. Essendo un laureando e non un assunto full time ho diverse regole da rispettare. Tra queste un numero di ore limitato per le interazioni coi giocatori, che oltre che essere atleti sono tutti studenti. Questo limite però non ce l’ho per quanto riguarda il monte ore con lo staff tecnico. Personalmente mi occupo sia della squadra maschile che di quella femminile dell’ateneo. Oltre ad allenare, tra l’altro, sono impegnato sia con gli scout che con l’analisi a video per uno studio completo degli avversari.

Una cosa molto unica, è il supporto che ho da parte dello staff tecnico e da parte dell’amministrazione in tutta la ricerca che faccio con professori e studenti dell’università riguardante metodologie di allenamento, analisi analitica dei sistemi di gioco e dei sistemi di valutazione e così via. Naturalmente il budget che ho per queste iniziative è piccolo ma ho la libertà di gestire vari progetti che abbiano un obiettivo preciso. L’idea di avere un budget per il mio ruolo e per la mia ricerca è qualcosa che credo sia davvero unico e dimostra la grande fede che l’amministrazione ti dà una volta che vieni scelto.

ORGANIZZAZIONE. La pallavolo e le altre discipline rientrano nell’ambito del dipartimento sportivo dell’ateneo “Atheltics Department” organizzato alla stregua di un’azienda. C’è un CEO, l’amministratore delegato per lo sport che supervisiona tutto il dipartimento (contabilità, marketing, pubbliche relazioni, etc.). Naturalmente, il direttore generale ha molti assistenti a vari livelli che supervisionano anche specifici sport per un totale di 70-80 impiegati che, nella mia università (tra le più rinomate livello sportivo), si trovano a gestire circa 600 atleti che competono in 15 sport. Il budget gestito proviene direttamente dalle donazioni (circa quaranta milioni di dollari per la mia università), dalla vendita dei biglietti e dal lavoro di marketing qui portato avanti ad alti livelli e legato sia alla ricerca di sponsor che di donazioni. Ci sono poi anche moltissimi addetti alla comunicazione (almeno 2 per squadra. Per il football e il basket molti di più), perché anche quest’ultimo è un aspetto tenuto particolarmente in considerazione e a uno assolutamente standard superiore rispetto a quello italiano. Questo è anche possibile grazie all’aiuto di un numero altissimo di volontari e impiegati part-time che sono studenti all’università e che hanno bisogno di esperienza in modo tale da essere più preparati una volta che avranno un titolo di studi nel loro settore. Per esempio, uno studente di Pubbliche Relazioni cerca di lavorare con la televisione dell’università o con una delle squadre in modo tale da avere esperienza diretta ancor prima di cercare un vero lavoro.
La sezione della pallavolo nella mia università contempla tre tecnici a tempo pieno (hanno assicurazione, pensione e benefit), un studente-allenatore, un team manager e degli altri manager, che non sono altro che studenti dell’ateneo che aiutano la squadra e nel nostro caso sono tre studentesse che fanno tutto il lavoro di scoutizzazione.
Ogni squadra ha poi a disposizione un fisioterapista a tempo pieno, supportato da due studenti di fisioterapia che compiono così il proprio tirocinio. Naturalmente, le squadre con una rosa più ampia hanno a disposizione più personale.

VOLLEY, MEDIA E TIFOSI. Lo sport, del resto, ha un ruolo chiave nella struttura accademica americana, tant’è che abbiamo un canale televisivo che trasmette le nostre gare via cavo negli USA a oltre 200 milioni di famiglie, dando la possibilità di vedere il volley in diretta. Tramite satellite molti di questi canali universitari sono disponibili e, in aggiunta, ESPN dà l’opportunità di vedere anche in Italia lo sport universitario a stelle e strisce (per la pallavolo solo le fasi finali dei campionati).
La passione per le squadre d’ateneo è tanta ed è ampliata dalle iniziative di marketing legate a ingressi gratuiti al Palasport, oltre che dalla vendita diretta di biglietti e abbonamenti.
Le medie di presenze agli incontri sono alte. In Nebraska, nel campionato universitario femminile, la squadra ha avuto 170 sold out (tutto esaurito) consecutivi. E parliamo di una media di 5.000 persone a gara. Gli impianti della pallavolo, in genere, sono da tre o quattromila posti a sedere. Il nostro ne ha cinque-sei mila. Quello del basket ben ventunomila, il football arriva a sessantacinquemila.
Tra l’altro proprio coi sostenitori si crea un forte legame e un’identità unica. Chi è vicino ai colori di un’università li fa suoi per tutta la vita, un po’ come si vede nei film.

CAMPIONATO. Il torneo maschile è di alto livello, quello femminile ha standard buoni. L’età media dei giocatori è, trattandosi di universitari, di circa ventuno anni.
Al maschile sono trenta le squadre che si contendono il titolo della propria Conference, numero più alto invece sul versante rosa. Complessivamente ci sono circa un migliaio di formazioni femminili in tutta la nazione, suddivise in quattro o cinque categorie. Tre divisioni (la prima, la seconda e la terza), poi un torneo riservato ai college più piccoli e uno per le lauree brevi.
Il regolamento, nelle singole Conference, prevede partite di andata e ritorno al ritmo di due a settimana da gennaio ad aprile al maschile (da settembre a novembre al femminile) e così come negli altri sport di squadra negli States la classifica considera la percentuale complessiva degli incontri vinti sui confronti disputati. Le migliori sessantaquattro squadre scelte in parte da una commissione formata da allenatori, poi, si qualificano alla fase nazionale con uno scontro diretto in trentaduesimi, sedicesimi, ottavi e quarti e quindi una Final Four che chiude la rassegna.

Più in generale alla base di questi tornei non c’è la volontà di creare attenzione sulla pallavolo o alzare il livello di gioco, quanto piuttosto dare l’opportunità agli atleti di praticare il proprio sport preferito dando grande attenzione allo studio. Quanto agli atleti, il numero di borse di studio è di dodici al femminile e quattro e mezzo per il maschile.
La borsa di studio comprende pagamento delle tasse universitarie, vitto e alloggio presso il campus (o assegno per la sussistenza all’esterno) e libri.
Nel mio college, la rosa della squadra maschile è composta da venti giocatori, che si suddividono le quattro borse di studio e mezza, mentre quella femminile è composta da diciotto giocatrici, di cui dodici borsiste (non si possono frazionare le borse di studio).
La vita degli atleti è davvero intensa perché si svegliano ben presto (alle 6.45 c’è la seduta pesi), poi alle 8 vanno a lezione e quindi il pomeriggio passa tra allenamento tecnico e studio. C’è molta attenzione alla cultura del lavoro e ciascun giocatore si gestisce autonomamente. Questo è alla base della cultura sportiva americana.

LE DIFFERENZE CON L’ITALIA. Rispetto alla situazione italiana, negli Stati Uniti c’è un sistema di professionismo puro in cui l’allenatore ha un ruolo di rilievo, gestendo un budget e fungendo, di fatto, anche da direttore sportivo. Il tecnico è al tempo stesso un educatore perché si trova a gestire ragazzi tra i 18 e i 24 anni che vengono contattati intorno ai 16-17 anni parlando con i loro genitori, di cui si deve guadagnare la fiducia. Come? Cercando di presentare al meglio il corporate identity: ossia il college di cui si è parte, presentando quella che è l’offerta formativa a tutto tondo.
La stabilità delle strutture e dei ruoli significa anche maggiore stabilità nel lavoro.
Ma cosa deve fare un giovane giocatore per venire negli States? Semplice guardare questo video e all’interno troverà tutte le risposte del caso, oltre a fatto che può contattarmi personalmente. Contattare le direttamente le università quando si è in quarta superiore è molto importante. Naturalmente preparatevi con buoni voti e un buon inglese.

https://youtu.be/zeMsrw-bReo

LA VITA NEGLI STATI UNITI. L’ambientamento non è stato difficile, anche perché, vuoi per i libri, vuoi per i film, vuoi per le serie tv, in qualche modo siamo già orientati nella cultura statunitense. Ovviamente, rispetto all’Italia, ci sono delle differenze. Prima di tutto il cibo. Un esempio? Il latte. Qui non esiste la confezione da un litro o da mezzo litro. Il formato minimo è da un gallone, circa quattro litri.

IL FUTURO. Innanzitutto laurearmi (traguardo raggiunto ad agosto, ndr), motivo principale per cui sono qui negli Stati Uniti. Poi rimarrò qui nel mondo del volley sperando di poter ricevere tutti i visti necessari per stare a lungo. Due anni fa, ho anche fondato una ditta, qui negli States, impegnata nello studio di diversi modelli statistici e nella fornitura di servizi di analisi statistica alle squadre interessate. Attualmente, dopo l’esperienza full-time alle Olimpiadi di Londra e una medaglia d’argento, sono ancora impegnato con la nazionale statunitense di volley femminile, ma solo come consulente.

La mia esperienza a stelle e strisce mi ha cambiato molto come persona. “Far su baracca e burattini”, recandosi dall’altra parte del mondo non è così semplice come decidere di andare a fare l’Erasmus, perché si è davvero lontani da casa. Io, però, avevo fatto questo investimento in ottica futura e posso dire, col senno di poi, di essere stato pienamente ripagato sia a livello professionale che a livello umano. E anche con gli interessi. Ciò nonostante, l’Italia rimane la terra più bella del mondo.



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