Mondiali 2022: Il fascino di Italia-Cuba. Quando 2+2 fece cinque, la rivalità dei primi anni novanta e “el Diablo” Despaigne

Scritto da Simone Serafini  | 
LUBIANA (Slovenia) - Italia-Cuba non può essere una partita come le altre. Mai, al di là dei rispettivi valori in campo. Troppa storia, troppi ricordi (spesso dolci) per una sfida che ha segnato un’epoca nel volley mondiale. Un “clasico” nei primi anni novanta, quando era l’alba della generazione dei fenomeni e la principale antagonista era la squadra caraibica. Con un preambolo di una decina di anni prima, quando l’Italia nella semifinale del Mondiale 1978 sconfisse Cuba e la matematica...

Quando due più due fece cinque – Primo mondiale organizzato in terra nostrana, ma all’epoca l’Italvolley è tutt’altro che una super potenza in questo sport. Qualche mese prima, dimessosi Skorek all’improvviso, la Federazione decide di affidare la panchina a Carmelo Pittera, giovane allenatore catanese capace di portare allo scudetto la squadra della sua città. Scelta d’azzardo, tanto più che il tecnico decide di non convocare Mattioli e Salemme, due mostri sacri dell’epoca, affidandosi al nocciolo duro della sua Paoletti Catania. L’Italia sorprende. Prima batte la Cina in rimonta, sospinta dal Palaeur di Roma. Poi nel secondo girone che qualifica alle semifinali, sconfigge il Brasile 3-2 dopo esser stata sotto 10-14 nel quinto set. Le vittorie con Germania Est e Bulgaria proiettano l’Italia in semifinale contro Cuba. Alla vigilia della sfida, Pittera disse la frase che poi divenne storica: “La pallavolo è matematica, e per battere Cuba due più due dovrebbe fare cinque”.
Due più due per una volta fece cinque. Cuba è forte, bella, straripante atleticamente. Una delle potenze del movimento. Neanche un inizio shock per gli azzurri (0-9) ferma il destino. Il Palaeur, dicono le cronache dell’epoca, è grondante di passione con i suoi diciottomila “Italia, Italia” all’unisono per tutto l’incontro. Perso il primo 15-17 dopo una straordinaria rimonta, l’Italia ormai ha acquisito quella consapevolezza di poter giocarsela alla pari. Quel momento in cui ti senti su una nuvola, che non esistono più razionali pronostici, reali valori, che veramente può succedere di tutto e per una volta puoi far sì che due più due faccia veramente cinque. Pareggiati i conti (15-11), superati i cubani sempre più smarriti (16-14), l’apoteosi con il punto di Scilipoti per il 15-12 finale. Una delle imprese più grandi di tutto lo sport italiano, con i protagonisti di quello che fu definito il Gabbiano d’Argento proclamati dall’allora presidente Pertini Cavalieri della Repubblica.

Esorcizzato El Diablo
- L’isola lontana, atleti fenomenali, un mix di ammirazione e timore misto a paura per gli italiani. L’Italia sta uscendo, con l’Europeo vinto nel 1989, dal torpore degli anni ottanta per candidarsi ad assoluta protagonista. Ci sono Lucchetta, Zorzi, Cantagalli, Bernardi e compagnia, tutti figli del “progetto Skiba”. C’è Velasco che stava cambiando metodologia tecnica e mentalità (gli occhi della tigre, la cultura degli alibi). Ci sono tutti gli ingredienti per essere i protagonisti, ma ci sono anche loro. Soprattutto loro. Con l’Urss che si sta sfaldando (in senso geopolitico, con ovvie ripercussioni sportive) e gli Usa senza Kiraly e Timmons, Cuba è la squadra da battere. Cuba lo spauracchio, Cuba la bestia nera. Cuba con il regista Diago, capace però anche di fare male a muro e in battuta. Con Beltran, Vante, Hernadez ma soprattutto con lui, “El Diablo” Joel Despagine. Opposto fenomenale, elevazione fuori dal comune, potenza mai vista. Sembra infermabile. Alla Coppa del Mondo in Giappone nel 1989, il nostro primo battesimo a livello mondiale, ci ferma al quinto set. E’ il primo incrocio, ma si capisce che ne sarebbe nata una rivalità epocale. Anche per le filosofie di gioco diverse, per gli atteggiamenti differenti, per “l’odio sportivo” fra i protagonisti (come dimenticare, nella finale di World League nel 1992, Zorzi che dopo una murata presa passa sotto la rete muso a muso con i giocatori cubani?).
Nel 1990 ci sono i Mondiali in Brasile ad ottobre, si annusa la grande impresa. In precedenza  l’Italia ha vinto la World League a luglio, ma Cuba non partecipa. Successo anche nei Goodwill Games a Seattle, ma Cuba ci batte nel girone (non arriva in finale, 2-3 contro la Russia). Siamo forti, l’Italia è una certezza, primeggia nel mondo. Ma Cuba la soffriamo. Ai Mondiali siamo nello stesso girone. E ci asfaltano 3-0, con Zorzi in panchina (“perchè non è ancora pronto” dice Velasco) e Cuba che sembra, ancora una volta, di un altro pianeta. Per vincere il titolo bisogna batterli. Bisogna esorcizzare il Diavolo. Ci si ritrova all’ultimo atto, dopo che l’Italia ha battuto in semifinale il Brasile e i venticinque mila della torcida del Maracanazinho. Il primo set sembra la prosecuzione di tutte le sfide con Cuba. 15-12 per i caraibici, con Despaigne straripante. Sembrano avere qualcosa in più, l’Italia è lì, se la gioca ma non ha lo spunto vincente. Ma è la serata in cui si fa la storia. Lo Zorzi in difficoltà nella fase iniziale della manifestazione ormai è un lontano parente, saranno 50 le azioni vincenti per lui a fine gara. Tofoli dirige l’orchestra, il muro e la difesa azzurra arginano El Diablo e i suoi compagni, e secondo e terzo set sono facili per gli azzurri. Una partita, per definirsi mitica, ha bisogno di momenti thriller. Infatti  l’Italia dal 10-5 si fa rimontare, va sotto 14-13, ribalta 15-14. Ma otto (8) match point sono tutti annullati da Despaigne. L’ultimo ad arrendersi, El Diablo è fedele al suo soprannome. Il nono è quello buono, con il contrattacco di Bernardi che proietta l’Italia per la prima volta sul tetto del mondo.

Il quarto set di Italia-Cuba del 1978

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Gli ultimi punti di Italia-Cuba del 1990

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