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Generazioni azzurre presenti e future – foto © tarantini
MODENA – Chiudiamo i Giochi 2016 con il Pagellone finale. Tanti punti di riflessione e discussione, anche verso TOKYO2020.

GIANNELLI 9: Il futuro è già qui, ed è dentro le sue mani. La Storia non ancora, ferma sulle soglie del metallo più prezioso da vent’anni. Ha già promesso di riprovarci nel 2020, ci sarà di sicuro anche nel 2024 e perché no, nel 2028. Speriamo per lui, e per noi, che in questi 12 anni germogli una nuova generazione in grado di varcarla, quella soglia.

ZAYTSEV 9: Quei tre ace dal 22-22 al 25-22 nel quarto set di semifinale devono essere un punto di partenza e non di arrivo. Guai a sentirsi realizzati, Ivan. Il ‘crestato’ leader degli azzurri sembra averlo capito bene, e l’appuntamento a Tokyo è più un avvertimento ai rivali che un monito ai compagni.

JUANTORENA 8: Ecco, forse Osmany non ci sarà, tra quattro anni, quando l’anagrafe dirà 35. E altrettanto forse, è stato quello che ha sentito più pesante la vicinanza del traguardo, lì, a un millimetro dai suoi polpastrelli. Ma se la squadra si è espressa così nei 15 giorni di Rio lo deve anche e soprattutto alla sua guida in spogliatoio. E poi, diciamoci la verità senza far torti a nessuno: sarebbe stata da medaglia, questa Italia, senza la naturalizzazione del cubano?

Futuro e Presente, verso Tokyo2020 – foto © tarantini
LANZA 8: La finale è andata come è andata, l’abbiamo già scritto: può capitare, la posta in palio era la più alta della carriera. Il torneo però è da incorniciare, Lanza ha mostrato carattere e classe da vendere. Sarà lui l’asse portante del gioco laterale dei prossimi anni, ora gli mancano le proteine per far diventare i suoi muscoli quelli di un vero leader.

BIRARELLI 8: Capitano coraggioso, ha giocato tutte le partite decisive del torneo menomato. Eppure in finale è stato uno dei migliori, eppure le sue battute salto float hanno messo in ambasce la ricezione degli Stati Uniti. Mancherà tantissimo uno come lui, alla futuribile spedizione di Tokyo.

BUTI e COLACI 8: Entrambi sopra le aspettative. Protagonisti di un’Olimpiade straordinaria.

SOTTILE, VETTORI, ANTONOV, ROSSINI, PIANO 8: Tutti hanno dato il loro contributo in campo e in spogliatoio creando un clima e una serenità di squadra che poche volte avevamo visto.

BLENGINI 8: Saliamo per un attimo anche noi sul carro dell’“ok, però”: ok, però con Juantorena in più, eravamo capaci tutti. Forse sì, la storia non ci darà mai la controprova. Ma Blengini ha mostrato carattere e savoir-faire, sopratutto dopo la buriana di Rio 2015, l’impresa in World Cup e le delusioni di Europeo e World League. Ha lasciato che il gruppo si cementasse sui generis. Lo ha guidato con pazienza, un obiettivo alla volta. Ha preparato le partite in maniera meticolosa e organizzata. Lo scrivo qui e non lo scrivo più: ci sarà anche conflitto d’interesse, ma il doppio incarico è tutto fuorché un limite. Per un allenatore e per una nazionale.

Giannelli tutto il futuro nelle mani verso Tokyo2020 – foto © tarantini
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FEDERVOLLEY 6: Lo diciamo prima noi. “Due argenti e vi permettete pure di criticare?”. Figuriamoci. Però, sì. Bottino straordinario, nulla da dire. Ma ci sono dei però consistenti.
Non ci soffermiamo troppo sul beach volley (anche perché in queste pagelle abbiamo sempre trattato di indoor): Lupo e Nicolai hanno dimostrato di essere assolutamente all’altezza della concorrenza dopo aver compiuto un percorso straordinario e la misteriosa positività della Orsi Toth (sulla cui positività prima o poi qualcuno dovrà dare spiegazioni, ndr) ha bloccato un’altra coppia di livello.
Potrebbe dirsi la stessa cosa per l’Italia maschile di volley, ma qui arriva il primo appunto: senza la naturalizzazione di Juantorena difficilmente questa squadra sarebbe andata a medaglia, forse non si sarebbe nemmeno qualificata. “Osmany però c’era e bla bla bla”, benissimo. Prima annotazione da tenere a mente: il cubano della Lube è tutto meno che prodotto della scuola italiana o del lavoro federale. La carenza di un terzo martello, aggiungiamo, è stata fatale (per l’oro). Guardando a Tokyo 2020 la base “giovane” c’è, è innegabile: Giannelli, Lanza, Zaytsev che avrà 32 anni ma potrà ancora dire la sua, Colaci, Piano, le ‘riserve’ Vettori e Antonov. Ma verosimilmente Juantorena e Birarelli non faranno parte della spedizione (per limiti di età) e mancheranno così all’appello una prima banda, una terza banda (indispensabile a questi livelli, guardate cosa ha fatto il Brasile con Felipe) e almeno un centrale (meglio due). Per ambire davvero a quell’oro anelato da Zaytsev e Giannelli sono indispensabili. Dove li troviamo?
Idem, se non peggio, al femminile: le uniche giocatrici che potranno diventare fuoriclasse sembrano essere Egonu e Orro. Poi qualche buon prospetto ma niente più.

Magri e Bonitta, Olimpiade femminile gettata – foto © tarantini
Cosa sta producendo il movimento, dietro le medaglie? Questo chiederemmo con franchezza e senza polemiche alla Fipav, dopo mille riforme di campionati (queste sì, discutibili) e prese di posizioni sui tecnici, con una base maschile ahinoi sempre più sottile e dissanguata dai costi dei campionati e una base femminile molto ampia ma che non trova ancora sufficienti talenti. Senza, ripetiamo, che ci vengano sbandierati davanti i due magnifici argenti, di cui sicuramente anche Roma è artefice.

Cosa c’è, dietro? Cosa bolle in pentola, con vista su Tokyo 2020? Qual è la programmazione dei prossimi quattro anni? Si è fatto un lavoro ad ampio respiro per creare continuità attorno al magnifico gruppo maschile o si spera in un altro paio di bingo stile Giannelli? Concludendo: siamo sicuri che la base vista a Rio per maschile e femminile e le programmazioni federali siano sufficienti ma soprattutto adatte per puntare alle medaglie a Tokyo? Ci piacerebbe un dibattito aperto a più voci, anche quelle mai d’accordo con la Fipav. Non una chiusura dietro a due argenti bellissimi, ma che vorremmo brillassero a lungo e diventassero una partenza e un rilancio, non il trofeo di caccia da mostrare ai prossimi banchetti. Può essere così, vogliamo che lo sia.

BERNARDINHO E BRUNO 10: Sul primo cosa si può dire ancora? La cavalleria di ammettere che senza il lavoro psicologico di Lorenzetti, Bruno non sarebbe il vincente che è ora è poesia per le orecchie di chi vuol sentire. Il secondo ha vinto tutto col club da febbraio a maggio e ha portato a casa quell’oro che si sentiva già al collo sia nel 2008 che nel 2012 ma che poi era finito altrove. Può bastare? Hanno ragione, i due: ora sarà difficile trovare altri sogni da inseguire. Ma realizzare l’ultimo a casa propria non dev’esser stato male.

FELIPE 9: Ok, era arrivato a soli 19 anni. Ma il Felipe “ammirato” a Modena fino al 2007 era un giocatore più “estronso” che estroso, per dirla con Velasco. Migliore in campo per distacco sia in semifinale che in finale, le conclusioni sono due: o il livello del volley mondiale è drammaticamente precipitato, o questo ragazzo ha saputo compiere un percorso che pochi atleti riescono a compiere, maturando e imparando dagli errori passati. Chapeau.

Ngapeth e Bruno, olimpiade opposte per i due campioni d’Italia – foto © tarantini
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FRANCIA E NGAPETH 4: Arrivati a Rio con baldanzosa fiducia, i transalpini non hanno vinto (e nemmeno portato al quinto set) neanche uno degli scontri con le ‘big’. L’Italia non ha fatto nessun biscotto col Canada e la Francia ha mostrato uno stile vittimista troppo “italiano” nel non riconoscere il proprio fallimento, forse dovuto all’euforia del primo Villaggio Olimpico.

STATI UNITI 8: Il gioco più bello e vario dell’Olimpiade. E non è un caso che sui banchi della tribuna stampa si parlasse di finale anticipata tra gli americani e l’Italia. Poi la finale vera è andata come sappiamo e va bene, ma la medaglia a stelle e strisce è più che meritata.

RUSSIA 4: Ok, sono stati a un passo dal bronzo. Ma la semifinale col Brasile (e tante altre partite del girone) non hanno scuse. Proponiamo Bertinotti sulla panchina, perchè qui c’è bisogno di rifondazione (anche morale, viste tutte le ombre del post qualificazione olimpica tedesca?).

VELASCO E ARGENTINA 8: Il maestro è vivo e lotta insieme a noi. E riesce a spremere il meglio anche da un gruppo di simpatici scavezzacollo come i suoi compatrioti. “L’Argentina mi ha fatto studiare, dovevo restituirle qualcosa”. Julio, che dio ti conservi a lungo.

MESSICO 8: I tifosi più simpatici (e ubriachi) dell’Olimpiade. Li rivogliamo ovunque.

IL PUBBLICO BRASILIANO 9: Ok, quando si vince è tutto più facile. Ma siamo sicuri che un qualsiasi palazzetto italiano avrebbe intonato agli acerrimi rivali un coro mentre salivano sul podio, come hanno fatto i 10mila carioca cantando “Italia Italia” mentre i premianti apponevano l’argento sul collo degli azzurri?

RIO 2016 6,5: I Giochi che rischiavano di non iniziare nemmeno, alla fine hanno avuto un’unica vera pecca macroscopica: quella dei trasporti. Il Maracanazinho è stato per 15 giorni luogo di festa e di fascino, gli impianti hanno funzionato tutti alla perfezione. Alla faccia di tutte le critiche anticipate. Il vero problema di Rio non sono (state) le Olimpiadi. Il vero problema di Rio è Rio stessa, con le sue distonie atroci.