Sitting volley: Una popolarità che cresce

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Chi immagina che il sitting volley sia uno sport di nicchia, relativo solo a persone diversamente abili, si sbaglia di grosso. Questa disciplina sportiva in anni recenti ha acquistato sempre maggior consenso e con il passare del tempo ha finito per coinvolgere persone di ogni età e con varie caratteristiche e inclinazioni. Ma come funziona esattamente la pallavolo da seduti? Le regole non differiscono poi molto da quelle del volley tradizionale e la vera differenza consiste nel fatto che si gioca stando seduti a terra e non si può sollevare il bacino, in nessuna fase di gioco.

Regole tradizionali con qualche variante
Stabilito che il corpo deve rimanere attaccato al terreno, gli altri elementi rimangono simili a quelli della pallavolo: si gioca sei contro sei, con tre tiri per parte e lo stesso calcolo per il punteggio. La rete è posizionata più in basso, ovvero a 1.15 metri di altezza per i maschi e a 1.05 metri per le femmine. In più, nel sitting volley sono permessi dei movimenti che sono vietati nella pallavolo tradizionale, come ad esempio il muro sul servizio. Ancora, in Italia, la pallavolo da seduti si può giocare anche con squadre miste, che abbiano almeno due disabili. Segno che ormai questa disciplina è davvero aperta a tutti, senza barriere, e rappresenta un modo per guardare allo sport da un punto di vista diverso. Un giocatore che eccelle in questa disciplina, poi, deve avere grandi qualità: forza e velocità, oltre a competenze tecniche e alla capacità di usare la tattica e di pensare in modo rapido a soluzioni per fare più punti.

Lo sport nasce a metà del Novecento
Un successo su scala globale, che i promotori della disciplina forse nemmeno si aspettavano. Per scoprire le origini di questo sport bisogna guardare agli anni Quaranta del secolo scorso, quando il dottor Ludwig Guttmann, esperto di sport e benessere, iniziò a studiare dei programmi di allenamento adatti anche a persone con difficoltà fisiche o motorie. Il suo obiettivo era usare lo sport come terapia, per via del benessere che suscita in coloro che lo praticano, tanto a livello fisico quanto sotto il profilo mentale. Un primo esperimento, cui segue il battesimo ufficiale nel 1956 in Olanda, dove viene lanciato come proposta per i reduci della Prima Guerra Mondiale, che non hanno più piena prestanza fisica ma necessitano di praticare attività sportive e anche di trovare occasioni sociali. Insomma, lo sport come formula per rilanciare capacità fisiche e psicologiche, ma anche per prendere coscienza di differenze che non rappresentano ostacolo alle relazioni con gli altri.

Da sport di nicchia alle competizioni olimpiche
Da quel momento di progressi ce ne sono stati molti. Nel 1976 un primo inserimento della disciplina nelle Paralimpiadi di Toronto, con l’ingresso ufficiale nel 1980 all’edizione di Arnhem in Olanda per gli uomini e a quella di Atene del 2004 per le donne. In Italia il sitting volley ha preso piede a partire dal 2013, quando la Federazione Italiana pallavolo lo ha inserito tra le sue discipline e ha iniziato a creare una nazionale, che solo pochi anni dopo, nel 2018, si è classificata quarta ai mondiali. Una dimostrazione del fatto che lo sport cambia nel tempo e conquista, come ben sanno coloro che sono appassionati di scommesse sportive online 888 Sport e sono pronti a sfidare la fortuna seguendo discipline anche meno comuni. A far interessare tante persone al sitting volley è stato probabilmente anche il fatto che una figura storica della pallavolo internazionale abbia deciso di dedicarsi a questo sport. Parliamo dello schiacciatore brasiliano Amauri Ribeiro, due volte alle olimpiadi, che adesso allena la nazionale italiana di sitting volley e circa un anno fa ha permesso alla squadra tricolore di aprirsi la strada verso le Paralimpiadi di Tokyo. Secondo Amauri, la pallavolo da seduti è meravigliosa perché risulta aperta a tante tipologie di disabilità e consente a ciascuno di partire dalla propria esperienza per valorizzarla a servizio degli altri. L’obiettivo di tutti è mandare la palla nel campo avversario e per riuscirci occorrono allenamenti, tecnica, dedizione. A suo dire, una volta seduti, tutti sono uguali in campo e solo chi si è preparato nel mondo giusto e ha volontà finisce per spuntarla. Una prospettiva interessante per uno sport, che tra l’altro, ha continuato ad essere praticato anche nei periodi più complicati della pandemia. Perché giudicato dai vari decreti come una disciplina che non implica nessun contatto.

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