Storia: I tecnici scudettati degli anni ‘80

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Da sx, senso orario: Prandi, Zanetti, Piazza, Montali e Velasco

MODENA – Il decennio degli anni ’80 della pallavolo italiana, quello compreso fra le stagioni 1980/81 e 1989/90, ha visto grandi allenatori sedersi sulle panchine della nostra serie A1. Italiani, stranieri, innovatori, gestori, vecchie volpi e giovani emergenti. Ma solo cinque di essi, in quel decennio, sono riusciti a vincere almeno uno scudetto.

Fu Silvano Prandi, per tuti il “Prof.”, ad inaugurare il primo scudetto degli anni ’80 conquistando il titolo iridato nella stagione 1980/81 con la Robedikappa Torino. Quella del 1980 fu un’estate in agrodolce per i piemontesi. Da un lato la gioia per l’arrivo di un nuovo e ricco sponsor, Robedikappa, dall’altro la dolorosa cessione del “golden boy” della pallavolo italiana, Gianni Lanfranco, che si trasferisce a Parma per fare grande la Santal. Nella città della Mole non si danno per vinti e sostituiscono il Gianni nazionale con un altro “guru” della pallavolo mondiale, il bulgaro Dimitar Zlatanov, centrale medaglia d’argento ai giochi olimpici di Mosca. Prandi disegna una squadra con il modulo del palleggiatore unico posizionando l’universale Pilotti in diagonale al regista Pietro Rebaudengo. La copia dei centrali è formata da Zlatanov e Dametto, mentre Franco Bertoli e Diego Borgna sono i martelli di posto quattro. Con questo sestetto i piemontesi si laureano Campioni d’Italia con quattro giornate di anticipo vincendo tutte le ventidue gare in programma e dimostrandosi una vera e propria macchina schiaccia sassi. Replica che il Prof. Prandi metterà in scena nella stagione 1983/84 pur dovendo fare a meno del martello italiano più forte dell’epoca, Franco Bertoli, trasferitosi nel frattempo nella ricca Modena a schiacciare per il Commendator Giuseppe Panini. Prandi lo rimpiazza con Bengt Gustafsson, svedese di 195 centimetri di rara potenza, che va ad affiancare in posto quattro il californiano Tim Hovland. In cabina di regia non uno ma due palleggiatori: il talentuoso Fabio Vullo e l’esperto Pietro Rebaudengo con un rispolverato modulo 4-2. A murare e ad attaccare dal centro l’esperto Giancarlo Dametto fa da chioccia al giovane Fabio De Luigi, centrale poco appariscente ma di grande sostanza nei fondamentali di muro e attacco di primo tempo. Torino, con la denominazione Kappa Torino, si aggiudica la stagione regolare con venti vittorie su ventidue gare. Marcia che prosegue nei playoff scudetto con i piemontesi che eliminano prima il Kutiba Falconara, poi i bolognesi della Bartolini, terminando la loro straordinaria stagione “stracciando” la Santal Parma in una finale scudetto che avrà bisogno di solo due partite per determinare la squadra campione d’Italia.

Nella stagione 1981/82, sarà il tecnico parmigiano Claudio Piazza a ricevere il testimone da Silvano Prandi, riportando il tricolore nella città di Maria Luigia, per poi bissarlo nella stagione successiva. A Parma, dopo gli scudetti 1950 e 1951 targati Ferrovieri Parma del Professor Del Chicca e quello della stagione 1968/69 a firma Salvarani, i fratelli Magri hanno rilevato la società con il progetto di riportare la città emiliana ai vertici della pallavolo italiana. Affidano la squadra denominata Veico a Claudio Piazza, allenatore autoctono ed ex palleggiatore del club stesso. Nella stagione 1980/81, a dar man forte alle ambizioni del club, scende in campo il Cavalier Callisto Tanzi che con il marchio Santal porta a Parma grandi giocatori, tra cui il coreano Kim Ho Chul, Gianni Lanfranco (il più noto pallavolista italiano di quegli anni) Marco Negri, Gianni Errichiello, Paolo Vecchi e Maurizio Ninfa, solo per citarne alcuni, con il dichiarato intento di infrangere l’egemonia Kappa che dura dal 1978. Coach Piazza, sergente di ferro dal volto umano e dalla grande leadership, affida con grande sagacia le chiavi della squadra nelle mani del regista coreano che, proponendo un gioco velocissimo e ricco di schemi d’attacco porrà le basi per rendere quella Santal una perfetta macchina da volley. Squadra, quella diretta dal “baffone” parmigiano, che non solo trionferà in Italia ed in Europa ma lo farà giocando una pallavolo tanto spettacolare quanto efficacie ed efficiente, avviando la pallavolo italiana e internazionale verso una vera e propria rivoluzione copernicana.

La stagione 1984/85 sarà invece ricordata come quella dell’ultimo titolo italiano conquistato dalla città di Bologna dopo le vittorie ottenute dall’allora Virtus Pallavolo Bologna nelle stagioni 1965/66 e 1966/67 con Odone Federzoni in panchina. La squadra è affidata a Nerio Zanetti che coadiuvato dal vice Maurizio Menarini allestisce un sestetto di qualità insperata, riciclando una schiera di pallavolisti stagionati e fatti fuori dalle loro ex società. Il pezzo da novanta della truppa è il campione italo – canadese Stelio De Rocco a cui Zanetti affianca Gianmarco Venturi, talentuoso palleggiatore romagnolo, i centrali Squeo (ripudiato da Modena) e Carretti, a sua volta “scartato” da Sassuolo, e il posto quattro Antonio Babini. Schiacciatore quest’ultimo dotato di pochi centimetri ma ampiamente compensati da straordinarie doti di salto e da un’energia pazzesca. I felsinei partono in sordina ma cammin facendo acquisiscono sicurezze sempre maggiori arrivando ad eliminare nientepopodimeno che i campioni uscenti di Torino in una drammatica semifinale risoltasi in tre partite. Bolognesi che, volando sulle ali dell’entusiasmo si trasformano in Davide, sconfiggendo il gigante Golia impersonificato dalla Panini Modena in una finale scudetto che vedeva quest’ultimo club accreditato di tutti i favori del pronostico. La sera del 21 maggio 1985 è quella in cui si celebrerà questa favola a lieto fine, conclusasi con la grande vittoria della Mapier che incoronerà i bolognesi di Nerio Zanetti campioni d’Italia per la terza volta nel corso della propria storia.

Nella stagione successiva, 1985/86, fu un semisconosciuto argentino, Julio Velasco, a spostare il titolo italiano a trenta chilometri verso Nord sempre sull’asse della Via Emilia, e precisamente a Modena. Il tecnico argentino, proveniente dalla piccola realtà di Jesi in serie A2, arriva sotto una Ghirlandina piena di scetticismo, portando un’energia paragonabile a quella di un terremoto di magnitudo forza 9,5, il più alto della storia registrato in Cile nel 1960. Imposta una strategia di totale rottura con il passato sia riguardo la gestione del gruppo che i sistemi di allenamento, novità che una volta metabolizzate dalla squadra conferiscono alla stessa una marcia in più. Un gruppo, quello condotto dal divin Julio, composto da straordinarie individualità quali Fabio Vullo, Raul Quiroga, Esteban Martinez, Franco Bertoli, Luca Cantagalli, Lorenza Bernardi, Andrea Lucchetta, Andrea Ghiretti e altri ancora, che torna ad essere campione d’Italia dopo dieci lunghi anni. Velasco diventa il re della città e lo rimarrà per ben quattro anni, pari al numero degli scudetti da esso conquistati sulla panchina gialloblu, quelli compresi tra il 1986 e il 1989.

In fine ma non ultimo, fu un altro parmigiano, Gian Paolo Montali, a conquistare l’ultimo scudetto in ordine cronologico degli anni ’80, andandosi a prendersi il titolo italiano nella stagione 1989/90, quella del grande slam per gli uomini in maglia Maxicono. Gian Paolo, già da alcuni anni sulla panchina dei ducali avendo sostituito il Prof. Alexander Skiba a metà stagione 1985/86, nell’estate 1989 suggerisce alla propria dirigenza un cambio in cabina di regia tra Dusty Dvorak e Jeff Stork. Una volta accontentato, affida al mancino statunitense la regia di un sestetto che prevede Andrea Zorzi nel ruolo di opposto, Andrea Giani e Claudio Galli centrali, Renan Dal Zotto e il toscano Bracci schiacciatori, con “Pacio” Passani primo cambio sia per i centrali che in posto due. Dopo una vera e propria marcia trionfale, contrassegnata da altri straordinari successi italiani ed internazionali, sarà proprio la Maxicono del tecnico di Traversetolo a conquistare lo scudetto della stagione 1989/90. Il primo, per questo carismatico allenatore fenomenale sia riguardo al lavoro in palestra che nella capacità di far breccia nella testa dei suoi atleti, così come l’ultimo di questi straordinari anni ’80 della nostra pallavolo.

 

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