Taranto: Di Pinto, atto terzo. “Amo la mia regione e il Meridione. Voglio lasciare traccia del mio passaggio”

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Vincenzo Di Pinto

di Giovanni Saracino

TARANTO – Si è messo in testa di scrivere un libro sulla sua carriera, ricca di aneddoti, molti dei quali inediti e curiosi – almeno così riferisce – ma aspetterà ancora un po’ perché vuole aggiungere un altro capitolo. Quello relativo alla sua storia d’amore con Taranto, arrivata al terzo matrimonio dopo i legami dal 1997 al 2002 e dal 2004 al 2007.

Vincenzo Di Pinto, al secolo “il mago di Turi”, è l’allenatore-manager della rientrante Prisma Taranto che ha acquisito il titolo sportivo di A/2 dalla Materdomini Castellana Grotte.

Ne ha tante di cose da raccontare, coach Di Pinto. Quarant’anni dei suoi sessantadue di vita, gli ha trascorsi nel mondo della pallavolo. Trent’anni, almeno, in cui ha avuto un ruolo, universalmente riconosciuto, di evangelizzatore del volley nella sua amata Puglia (Gioia del Colle, Taranto, Castellana Grotte, Molfetta): “Amo la mia regione, amo il meridione d’Italia. Vorrei lasciare ovunque traccia del mio passaggio” dichiara orgoglioso. In effetti è così, è stato una sorta di predicatore per l’ambiente pallavolistico pugliese. Ha costruito dal nulla cicli vincenti, ha scoperto risorse umane, le ha formate e le ha mandate in giro a diffondere il verbo del volley.

Vincenzo Di Pinto, tra l’altro, è attualmente uno dei due allenatori in Italia, l’altro è Lorenzetti, con più anni di esperienza in serie A (15 stagioni di A1 tra Gioia del Colle, Macerata, Taranto, Perugia, Vibo Valentia, Latina e 8 in A2).

"L'attuale A2 vale tranquillamente il massimo campionato belga, olandese e forse anche quello francese".Vincenzo Di Pinto

La prima domanda che viene da fargli è: come mai ha accettato di ripartire da Taranto e dal campionato di A2 che non lo vede protagonista dalla stagione 2011/2012: ”Ho accettato l’invito di Tonio (Bongiovanni, presidente della Prisma Volley, ndr) ed Elisabetta (Zelatore, vice presidente, ndr) perché sono affettivamente legato a loro e perché il progetto propostomi lo ritengo stimolante. Il fatto che loro due siano riusciti, con sacrifici importanti, a prendere un titolo di A/2 in un momento così difficile per tutto il mondo rappresenta una dimostrazione di attaccamento a Taranto. Qui non parliamo solo di un risvolto sportivo, qui c’è un progetto di rinascita socio-economica di una città bellissima e controversa”.

Che tipo di campionato sarà la prossima serie A/2? C’è la sensazione che il livello tecnico dei nostri tornei sia tornato nuovamente alto. “Lo sblocco delle retrocessioni e l’arrivo di tanti campioni nella nostra Superlega, ha permesso al nostro movimento di tornare ad essere il migliore al mondo. Di converso anche il torneo di A/2 è tornato ad altissimi livelli nonostante la possibilità di impiegare un solo straniero ma è’ anche vero che tanti giocatori di A/1 sono scesi di categoria aumentandone la competitività (Parodi a Taranto, ne è un esempio, ndr). Già nella scorsa stagione, interrotta a causa del Covid, si sono viste ottime cose. L’attuale A2 vale tranquillamente il massimo campionato belga, olandese e forse anche quello francese. Il prossimo campionato di A2, sarà sicuramente un campionato interessante ed avvincente”.

“Guardando indietro, invece, il precedente blocco delle retrocessioni non ha sortito i suoi effetti. Si è soltanto agevolato economicamente società che si sono tolte lo sfizio di giocare in campionati che magari non si sarebbero potuti permettere e non ha favorito alcuna programmazione di crescita degli atleti più giovani”.

Quali sono le squadre che si stanno attrezzando meglio sul mercato? “Metterei in prima fila club come Siena, Bergamo e Castellana Grotte, che hanno esperienza in questo tipo di torneo, avendo lottato per la promozione negli ultimi anni. Ci aggiungo anche Brescia che ha un’ottima intelaiatura di base. Poi ci siamo noi di Taranto e Cuneo, ossia i due club che stanno rientrando nella pallavolo che conta”.

Vuoi dire che con acquisti come il già citato Parodi, Coscione, Padura Diaz o Alletti, Taranto sarà solo un outsider? “Ci siamo appena riaffacciati alla seconda serie nazionale. Quest’anno non penseremo al risultato da raggiungere a tutti i costi perché essere in A/2 è già un risultato. Stiamo costruendo una squadra competitiva che possa far divertire la gente che verrà a vederci. Un mix di giocatori maturi e di personalità che sappiano trascinare giovani in cerca di affermazione. Stiamo pensando a costruire qualcosa di duraturo, ad essere un fattore aggregante”.

Facciamo un passo indietro, guardando a quella che è stata sinora la tua carriera di allenatore di pallavolo. Ci sono rimpianti? “Ho raggiunto risultati importanti in piazze che stavano muovendo i primi passi in serie A1. Il mio pensiero corre al miracolo Gioia del Colle (stagione 1994-95) che ottenne una salvezza insperata con una squadra composta quasi totalmente da giocatori di serie B in un campionato in cui giocavano i più grandi campioni di volley in circolazione. All’epoca nessuno voleva venire a giocare al sud, non c’era tradizione. Al Sud eravamo pallavolisticamente isolati. Sotto Falconara e Macerata c’era il deserto. Tutti i giornali nazionali scrissero di quella squadra, persino l’Unità, un giornale che di sport scriveva pochissimo. Ci descrisse più o meno come la classe operaia che andava in paradiso”.

“Poi ricordo i play-off scudetto raggiunti con Macerata (stagione 1996-97) che all’epoca non era la Lube degli ultimi dieci anni. E, infine, ricordo Taranto che nella stagione 2006-07 raggiunse i play-off scudetto e la semifinale di Coppa Italia dopo aver eliminato Cuneo. Senza dimenticare la vittoria della Challenge Cup con Perugia. Non mi posso certo lamentare”.

"Il re dei procuratori Peia mi offrì la panchina di Modena".Vincenzo Di Pinto
Di Pinto

“Il rimpianto più grosso rimane il non aver potuto accettare, per motivi personali, di proseguire il rapporto con la federazione spagnola dopo lo storico risultato ottenuto ai mondiali di Tokyo del 1998: prima partecipazione della nazionale iberica ed un impronosticabile ottavo posto che con un pizzico di fortuna poteva diventare anche qualcosa di più. Vinsi il premio di ‘most creative coach’.  A tal riguardo c’è una curiosità che voglio svelare: sono stato il primo allenatore nel corso di una manifestazione continentale a gestire la squadra in piedi a bordo campo, schermandomi dietro la giacca. Diventò successivamente un gesto usuale anche per altri allenatori, come Montali ad esempio”.

“La federazione spagnola voleva destinare al mio ingaggio tutto il budget di cui disponeva per convincermi ad accettare di allenare la nazionale iberica sino alle Olimpiadi di Sidney 2000. Sarebbe stata una cosa fantastica, il sogno di qualsiasi uomo di sport: partecipare alle Olimpiadi”.

Tempo fa qualcuno dichiarò che la tua carriera avrebbe avuto sorti differenti se avessi avuto l’accento emiliano….E’ così? “Se ricordo bene è stato il grande giornalista Leo Turrini a dire che il mio accento fosse stato emiliano avrei fatto sicuramente un’altra carriera. Lui mi chiamava vernisè che in dialetto emiliano significava dipinto, tutto attaccato. Non credo che il mio essere meridionale abbia inciso più di tanto. Sicuramente la posizione geografica della mia residenza e quindi della mia famiglia ha influito sulle mie scelte. La migliore pallavolo in Italia si è sempre sviluppata al Nord. Alcuni dicono che sono stato poco politico, ossia che non ho saputo allacciare i giusti rapporti, che mi sono saputo vendere poco. In definitiva, però, ad incidere sulla mia carriera sono state soprattutto le mie scelte personali. Ad esempio dopo la salvezza ottenuta a Gioia mi fu offerta, dal re dei procuratori Peja, di allenare un club forte e blasonato come Modena ma scelsi di andare a Macerata per non allontanarmi troppo dalla Puglia avendo delle situazioni personali che non potevo abbandonare del tutto”.

C’è mai stata la probabilità di essere preso in considerazione come Commissario Tecnico della nazionale azzurra? “Dopo l’esperienza ai mondiali di Giappone nel 1998, vinti dall’Italia, mi giunse all’orecchio la voce che ero tra i tre-quattro nomi in lizza per il dopo Bebeto. Ripeto sono felice della carriera che ho avuto, l’unica cosa che mi manca è una partecipazione alle Olimpiadi”.

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