BRNO – Una lunga intervista per ripercorrere oltre vent'anni di pallavolo serba, raccontare come è cambiato il suo modo di allenare e spiegare che cosa vede nel presente e nel futuro della Nazionale. Zoran Terzic si è raccontato a Miljana Rogač, giornalista di Meridian Sport, durante l'Europeo di Brno, parlando senza particolari filtri di Maja Ognjenovic, Tijana Boskovic, delle giovani, delle naturalizzazioni e anche degli errori commessi durante la propria carriera.
Ma il passaggio che inevitabilmente richiama maggiormente l'attenzione italiana è quello dedicato proprio alle Azzurre di Julio Velasco, campionesse olimpiche e mondiali in carica. Terzic non nega la forza dell'Italia, ma respinge l'idea che la Nazionale azzurra abbia un vantaggio tecnico enorme sul resto del mondo.
"Paragonare questa Italia alle grandi squadre del passato è ridicolo"
"Penso che non siano così superiori. Lo penso davvero. Paragonare questa Italia ad alcune grandi squadre del passato, non soltanto italiane ma di qualsiasi Nazionale, secondo me è ridicolo".
Il tecnico serbo argomenta il proprio punto di vista partendo soprattutto dal reparto delle schiacciatrici. "È molto semplice. Chiedete a qualcuno che non segue completamente la pallavolo femminile, che non conosce tutte le rose, di nominarvi le quattro schiacciatrici-ricevitrici della Nazionale italiana. Se ne conosce più di una... Forse conoscerà Sylla, perché la gente se la ricorda, gioca da tanto tempo e ha giocato contro di noi anche ai Mondiali. Le altre tre, garantisco, la maggior parte delle persone non saprebbe nominarle".
Una valutazione che estende anche al centro, mentre su Paola Egonu non ha dubbi. "I centrali sono okay, discreti, ma niente di 'wow'. In passato c'erano certe 'babaroghe' (figura mitologica del folclore serbo, ndr), non parlo soltanto dell'Italia ma in generale, che facevano davvero paura. Egonu invece è veramente una giocatrice di altissimo livello e lì non c'è altro da aggiungere".
Secondo Terzic, la lunga serie di successi italiani nasce dall'unione di più fattori. "Non è che l'Italia oggi sia chissà quale squadra. Un po' le è andato tutto bene, un po' le altre hanno giocato peggio, un po' ci sono stati cambi generazionali e naturalmente c'è anche la loro qualità. Le italiane non sono sempre le migliori, ma anche quando non lo sono, loro continuano comunque a sentirsi le migliori".
Proprio la fiducia accumulata attraverso le vittorie rappresenta, a suo giudizio, uno dei punti di forza principali delle Azzurre. Per questo è curioso di vedere quale sarà la loro reazione quando arriverà una sconfitta importante.
"Vedremo come saranno quando perderanno il primo torneo e se a quel punto perderanno anche quella fiducia in se stesse. Spero che potremmo essere noi a farle scendere dal trono. Sarebbe bello".
Naturalizzazioni: "Se lo fanno tutti, perché noi no? Ma ne accetterei soltanto una. La Turchia ne ha 3"
Dal confronto con l'Italia il discorso passa alla Turchia, altra grande rivale della Serbia negli ultimi anni, e quindi al tema delle naturalizzazioni.
La posizione ideale di Terzic sarebbe molto netta. "A dire la verità, mi piacerebbe che per una Nazionale giocassero soltanto persone che siano realmente cittadine di quel Paese e, soprattutto, persone che non abbiano mai giocato per nessun'altra Nazionale".
Il regolamento attuale, però, gli appare contraddittorio. "Quello che c'è adesso... non so più se sia una Nazionale, una Nazionale di club o che altro. Tijana, secondo alcune di queste regole, per noi è quasi una mezza straniera, eppure non esiste una serba più serba di lei. Lei per noi è quasi considerata straniera, mentre Vargas non è straniera in Turchia, oppure Sinead Jack e tante altre giocatrici".
Ciò che gli piace ancora meno è la possibilità di utilizzare più naturalizzate. "Prima esisteva la regola che se ne potesse avere soltanto una, mentre adesso la Turchia ne ha tre. Penso che sia davvero un po' troppo. Da quello che ho sentito ce ne sarà anche una quarta, ma non anticipiamo nulla, vedremo".
Eppure, se le regole restano queste, anche Terzic ammette che la Serbia dovrebbe sfruttarle. "Da una parte, sinceramente, io non lo permetterei. Dall'altra, però, se ce l'hanno tutti, perché non dovremmo averla anche noi?"
Fino all'ammissione finale: "Accetterei una naturalizzata, sinceramente. Garantisco che il 90% della nostra gente direbbe: 'No, non la vogliamo'. Poi, se arrivassimo quinti, partirebbero le critiche contro la squadra e soprattutto contro l'allenatore. Se invece arrivassimo primi con una naturalizzata, tutti dimenticherebbero che è naturalizzata. Pensiamo a essere primi. Ma ne permetterei una sola, non di più".
Da giocatore della Stella Rossa alla convinzione: "Questa Serbia sarà campione del mondo"
L'intervista torna poi alle origini. Terzic racconta di avere sempre immaginato un futuro nello sport, tanto da iscriversi alla Facoltà di Educazione Fisica, ma non pensava certamente che avrebbe trascorso gran parte della propria vita professionale nella pallavolo femminile.
Da giocatore aveva vestito anche la maglia della Stella Rossa, prima di proseguire al Mladost di Zemun, ricoprendo prevalentemente il ruolo di ricevitore ma giocando occasionalmente anche da palleggiatore.
Quando prese in mano la Nazionale serba il panorama era completamente diverso da quello attuale. Ma dopo alcuni anni, osservando il livello delle avversarie e soprattutto la qualità del gruppo che stava crescendo, Terzic capì di avere qualcosa di speciale.
Ricorda una Maja Ognjenovic di appena 20 anni, Spasojevic e Djerisilo attorno ai 22-23, Jelena Nikolic a 22 e Vesna Citakovic tra le più esperte pur avendo soltanto 25-26 anni. "Era davvero una squadra molto, molto forte e si vedeva che sarebbe cresciuta e avrebbe fatto qualcosa di importante".
La convinzione era tale che, dopo il bronzo mondiale del 2006, pronunciò pubblicamente una previsione destinata a realizzarsi. "Mi chiesero se considerassi quello un grande successo e io risposi, serissimo: 'Naturalmente sì, ma sono convinto che questa nostra generazione possa diventare anche campione del mondo e lo dimostreremo'. Circa dodici anni dopo siamo diventati campioni del mondo". Non era entusiasmo del momento. "Ci credevo davvero".
"Una volta con me era come nell'esercito"
Terzic non nasconde quanto sia cambiato nel corso della carriera. All'inizio il rapporto con le giocatrici era completamente diverso, anche perché molte di loro le aveva cresciute fin dai 17 anni alla Stella Rossa.
"Ero molto più severo. Alcune cose non le permettevo. Era praticamente come nell'esercito: si sapeva quando c'era il riposo pomeridiano, che non si poteva uscire, entro quale ora bisognava essere nelle camere e così via".
Con gli anni ha cambiato prospettiva. "A un certo punto capisci che quello che fai è una stupidaggine, perché se vogliono uscire, usciranno. Bisogna creare soprattutto un rapporto di fiducia reciproca, nel quale loro si fidino di me ma anch'io mi fidi di loro".
Terzic arriva persino a riconoscere che certi comportamenti, un tempo considerati inaccettabili, possono essere perfettamente normali all'interno di un gruppo. "È normale che giocatrici con un certo carattere qualche volta scappino, escano la sera, bevano qualcosa. Una o due volte durante una preparazione non è niente di terribile. Bisogna trovare la misura. Una volta sarebbe stato un grosso problema, oggi non lo è".
Allenamenti interrotti dopo 45 minuti. Oppure sotto neve e pioggia
Anche l'immagine del Terzic furioso nei time-out, spiega, non coincide con quella dell'allenatore quotidiano. Ama lavorare seriamente ma in un ambiente rilassato, lasciando spazio alle battute e al divertimento. "Mi piace soprattutto quando l'allenamento passa scherzando. Non significa lavorare senza serietà: bisogna lavorare seriamente e allo stesso tempo scherzare. È la soluzione migliore".
Se tutto funziona, può addirittura fermare una seduta dopo 45 minuti. "Vedo che tutto funziona e interrompo: andiamo a prendere un caffè, che altro dobbiamo fare?"
E se al mattino vede una squadra mentalmente scarica, può essere direttamente lui a offrire il caffè. Ma attenzione a non approfittarne. "Se succede nuovamente dopo qualche giorno, allora per loro diventa un inferno. Le porto fuori ad all enarsi sotto la neve e la pioggia. A chiunque può capitare una giornata così una volta al mese, ma non continuamente".
"All'inizio pensavo: io sono l'allenatore, lei è la giocatrice. Era un errore"
Tra le evoluzioni più importanti c'è anche la capacità di ascoltare. "Le giocatrici hanno imparato molte cose da me, ma anch'io ho imparato da loro. All'inizio non imparavo nulla dalle giocatrici e questo è stato un mio errore. Pensavo: io sono l'allenatore, lei è la giocatrice e basta. Non esisteva feedback".
Tra le straniere dalle quali ritiene di avere imparato maggiormente cita due italiane allenate a Perugia, Manuela Leggeri e Simona Rinieri, campionesse del mondo con l'Italia nel 2002, e la russa Marina Babeshina. "Da loro ho davvero imparato moltissimo".
Maja Ognjenovic: "È come entrare in palestra e trovare i palloni"
Un capitolo enorme della storia di Terzic è inevitabilmente dedicato a Maja Ognjenovic. Il tecnico pensava che sarebbe stato difficile convincerla a tornare ancora una volta in Nazionale. In realtà bastò guardarla giocare.
"L'ho chiamata: 'Maja, tu ti diverti giocando. Se è così, allora gioca, perché no?'. Che tu abbia 30, 40 o 50 anni è irrilevante, se il corpo riesce a sopportarlo e soprattutto se hai desiderio e motivazione".
Terzic racconta di averla ritrovata motivatissima, capace ancora di trascinare le compagne. "È migliore di quanto sia mai stata, incredibile".
Ma proprio la lunghissima convivenza rende difficile per lui percepire pienamente la grandezza della palleggiatrice. "Per me lei è qualcosa che si dà per scontato. Come quando entri in palestra e ci sono i palloni: così è Maja in palestra. Una cosa normale. Forse per questo non la guardo nemmeno in quel modo. Ma è una grande giocatrice, una grande persona, una grande capitana. È grande sotto ogni punto di vista".
La grandezza di Ognjenovic, però, ha finito per mettere involontariamente in ombra le altre palleggiatrici serbe. "Maja è una sola. Quello che faceva in campo, le sue magie, sono cose che nessun palleggiatore al mondo faceva. È logico che, confrontato con lei, qualsiasi altro sembri debole, anche se non è affatto così".
L'esempio scelto è Bojana Drca, già Zivkovic. "Con lei abbiamo vinto l'Europeo 2017 perdendo un solo set e nel 2022, con Santarelli, è diventata campionessa del mondo. Ha dimostrato di essere una giocatrice fantastica, ma è sempre rimasta un po' in secondo piano perché Maja era la numero uno".
Tijana Boskovic: "Mai, mai e mai un problema in Nazionale"
L'altra grande protagonista è naturalmente Tijana Boskovic, lanciata da Terzic nella Nazionale maggiore quando era ancora giovanissima.
Il tecnico parte da una considerazione generale. "I grandi giocatori, nella maggior parte dei casi, sono anche grandi egoisti, chi più chi meno. Parlo di egoismo sportivo. Devono esserlo: vogliono l'ultimo pallone e vogliono segnare l'ultimo punto".
Boskovic, però, possiede anche un'altra qualità. "Tijana è prima di tutto una sportiva ed è davvero una persona molto, molto buona. Mai, mai e mai ha creato alcun problema in Nazionale, indipendentemente dal suo status nel club, nella pallavolo mondiale o nella nostra Nazionale. Indipendentemente da chi fosse l'allenatore, io oppure uno dei due italiani: mai".
Terzic riconduce molto di questo atteggiamento alla famiglia e in particolare al padre, conosciuto durante l'esperienza al Fenerbahce. "Il suo modo di vedere le cose era lo stesso: va bene tutto, ma la Nazionale viene prima di tutto".
Ha visto Boskovic conquistare finalmente anche il campionato turco e la Champions League, ma sostiene che il rapporto emotivo con la Serbia resti qualcosa di particolare. "La sua gioia era enorme, ed è normale. Ma l'emozione che mette quando gioca con la Nazionale è qualcosa che davvero pochissimi giocatori riescono a dare".
Ed è proprio questo, secondo Terzic, uno degli aspetti per i quali dovrà essere ricordata. "Un giorno, quando Tijana smetterà di giocare, e spero che non accada presto, dovrà essere ricordata prima di tutto per questo. Poi naturalmente per la giocatrice che è, ma su quello non c'è neppure bisogno di parlare".
La nuova Serbia: "Per loro vittorie, medaglie e popolarità sembrano quasi normali"
Ognjenovic e Boskovic appartengono alle generazioni che hanno portato la Serbia al vertice. Quelle più giovani entrano invece in una realtà completamente differente. Terzic è convinto che esista abbastanza talento per continuare a vincere, ma vede una differenza culturale.
"Quando costruisci qualcosa fin dall'inizio e sai quanto sia stato difficile arrivare a tutto questo, allora ti sembra strano quando arrivano giocatrici che trovano praticamente tutto già fatto. Risultati, vittorie, medaglie, popolarità, denaro: tutto sembra quasi scontato".
Non ne attribuisce però la colpa alle giovani. "Sono brave persone e ottime giocatrici che devono ancora imparare moltissimo. Nemmeno Maja, Tijana e le altre a 21 anni sapevano tutto. Se comprenderanno la pallavolo e lo sport nel modo giusto, credo che potranno ottenere risultati davvero importanti".
Antonovic, classe 2009: "Dal prossimo anno può essere importante nel sestetto"
Tra i talenti sui quali Terzic punta c'è Nadja Antonovic, nata nel 2009. "È un talento del quale dobbiamo prenderci cura: noi in Nazionale, il club e tutti gli altri. Non significa tenerla sotto una campana di vetro, ma provare a farla diventare la miglior giocatrice che può essere".
A impressionarlo è stata soprattutto la velocità di apprendimento. "Alcune cose che abbiamo insegnato in allenamento le ha assimilate in maniera incredibilmente rapida. Quello che mi dà speranza sono il suo talento e il suo fisico".
Le aspettative sono già importanti. "Ci aspettiamo che dal prossimo anno possa diventare una giocatrice importante per il sestetto titolare, una schiacciatrice-ricevitrice capace di aiutarci molto in qualsiasi competizione".
Terzic ammette che con le più giovani capita di avere l'impressione di parlare linguaggi differenti, ma ricorda che succedeva anche con le campionesse di oggi. La differenza è che in passato quasi l'intero gruppo conosceva ogni suo segnale. "Adesso ho due o tre giocatrici esperte che conoscono letteralmente ogni mio minimo gesto. Per questo gli errori delle altre sono molto più visibili. Prima, quando su 12 o 14 giocatrici ce n'erano 13 così, si notava molto meno".
"La semifinale è sempre l'obiettivo. Non arrivarci è un fallimento"
Nonostante decenni di successi, Terzic continua a rifiutare i pronostici troppo lontani. "Penso soltanto al prossimo avversario. Cerco di portare anche la squadra a ragionare così. Nel momento in cui prima del torneo cominci a parlare della medaglia d'oro senza essere neppure vicino alla finale, generalmente stai commettendo un errore".
Una soglia minima, però, esiste. "Da molti anni dico sempre la stessa cosa: il nostro obiettivo è entrare in semifinale in qualsiasi competizione. Non arrivare in semifinale per me è un fallimento".
L'infortunio di Tijana Boskovic all'ultimo Mondiale aveva inevitabilmente modificato le possibilità della Serbia. "Non prendiamoci in giro. Si sa quanto lei significhi per noi. Le giocatrici che occupano quel ruolo non sono vicine al livello di Tijana".
Una volta raggiunta la semifinale, però, Terzic non ama fare graduatorie preventive. "Giochi contro le tre migliori squadre del mondo o d'Europa e dici: saremo primi, secondi o terzi? È una sciocchezza".
C'è comunque una statistica che gli dà fiducia: in tutta la sua gestione soltanto una volta la Serbia è arrivata in semifinale senza poi salire sul podio, all'Europeo 2013. "Dopo tutte le altre semifinali, e sono state davvero tante, abbiamo sempre conquistato una medaglia. Spero che sarà così anche questa volta".
"Per me siete le migliori al mondo"
Tra le sconfitte ne resta una legata a una delle sue frasi più famose. A Belgrado, davanti a un'Arena gremita, durante un time-out disse alle giocatrici: "Ragazze, sia quando vinciamo sia quando perdiamo, noi siamo una famiglia... Per me siete le migliori al mondo".
In quel periodo si parlava anche di un suo possibile addio alla Nazionale, ma Terzic precisa che la frase non nacque da quello. "Era soprattutto per il loro atteggiamento. Si vedeva quanto fossero tristi perché stavamo perdendo davanti a un'Arena piena, strapiena. Semplicemente non riuscivano ad accettarlo".
La sua reazione fu istintiva. "Una sconfitta è una sconfitta. Capitano sconfitte dolorose e di ogni tipo. Ma come in una famiglia: ci sono cose belle e cose brutte, però la famiglia resta sempre la famiglia".
"Un allenatore, purtroppo, viene ricordato soltanto per i risultati"
Dopo oltre vent'anni ai massimi livelli, Terzic distingue anche tra le opinioni che considera importanti e quelle che non gli interessano. "Ci sono molte giocatrici la cui opinione per me conta. La rispetto e rifletto quando mi fanno una critica. Non si tratta soltanto di Maja e Tijana o delle grandi giocatrici, ma soprattutto delle persone. E poi ci sono tante giocatrici della cui opinione non mi importa assolutamente nulla".
Lo stesso atteggiamento vale per i commenti del pubblico. Ricorda che dopo il bronzo mondiale del 2006 furono praticamente tutti positivi. Fu un'eccezione. "Dopo l'Europeo di Belgrado 2011, quando siamo diventati campioni d'Europa per la prima volta, il 30% dei commenti era negativo. E di quelli negativi il 90% era contro di me: perché non c'è questa giocatrice, perché manca quell'altra, perché questo, perché quello... Sciocchezze. Semplicemente non presto attenzione ai commenti".
Alla fine, dopo generazioni, vittorie, sconfitte, titoli europei e mondiali, la conclusione di Terzic è molto semplice. "Per quanto riguarda il modo in cui vorrei essere ricordato... Se un allenatore viene ricordato, purtroppo viene ricordato soltanto per i risultati. Da noi funziona così. Quindi probabilmente anche io sarò ricordato per i risultati".










