Internazionale | 09 agosto 2026, 15:38

Brasile, Giovane Gávio critica i giocatori verdeoro: "Non sfruttano Bernardinho nel modo migliore"

Redazione Volleyball

Il due volte campione olimpico analizza il momento della nazionale brasiliana maschile, difende i ct Bernardinho e José Roberto Guimarães e richiama i giocatori alle proprie responsabilità.

Giovane Gávio durante l'intervista al Charla Podcast

Giovane Gávio durante l'intervista al Charla Podcast

BRASILE - Giovane Gávio richiama i giocatori della nazionale brasiliana alle proprie responsabilità. Ospite del Charla Podcast (incontro raccontato da Webvolei) , il due volte campione olimpico ha analizzato la fase attraversata dal Brasile maschile, eliminato nella prima fase dei Mondiali 2025 e rimasto fuori dalle Finals della Volleyball Nations League 2026.

Secondo l'ex schiacciatore, la crescita internazionale ha ridotto il vantaggio costruito dal Brasile nelle stagioni più vincenti, mentre all'interno della squadra manca una figura capace di assumere una leadership riconoscibile.

"Il mondo è cresciuto moltissimo: gli altri hanno cercato di capire come giocavamo e si sono evoluti. Oggi non abbiamo un leader in campo e questi ragazzi devono essere messi alla prova nei principali campionati del mondo. Per questo la mia critica è rivolta agli atleti, perché non sfruttano Bernardinho nel modo migliore", ha affermato Giovane.

Gli elogi a Bernardinho e José Roberto Guimarães

Nel corso dell'intervista, Giovane ha ricordato di aver lavorato con i due allenatori più rappresentativi della pallavolo brasiliana, Bernardinho e José Roberto Guimarães, sottolineandone qualità e capacità di innovazione.

"Entrambi sono straordinari. Zé ha avuto la capacità di inventare e schierare quattro attaccanti nel 1992, cosa che Bebeto non era riuscito a fare. Il lavoro quotidiano di Bernardinho è eccezionale e lui è una persona straordinaria: questa generazione non sta sapendo approfittarne".

La generazione del 1984 e l'ispirazione Montanaro

Giovane, eletto miglior giocatore del mondo nel 1995, ha indicato nella selezione brasiliana medaglia d'argento ai Giochi del 1984 la principale fonte di ispirazione per la sua carriera. Un gruppo che, a suo giudizio, contribuì a cambiare il volley del Paese affrontando metodi di preparazione molto più duri e disponendo di mezzi tecnologici decisamente inferiori rispetto a quelli attuali.

"La generazione dell'84 era molto più atletica, perché la preparazione fisica era disumana, non aveva la tecnologia di oggi e sopportava tutto. In quel periodo era molto più difficile giocare a pallavolo: bisognava improvvisare e resistere a tutto ciò che veniva sperimentato su di loro".

Tra i protagonisti di quella squadra, Giovane ha riservato un pensiero particolare a Montanaro: "Era una generazione che ci ha ispirato molto, con giocatori come Renan, ma Montanaro è stato la mia grande ispirazione e ha avuto un ruolo importantissimo nella mia vita, aiutandomi all'inizio della carriera".

Gli ori olimpici del 1992 e del 2004

L'ex campione ha ripercorso anche il primo titolo olimpico del Brasile, conquistato a Barcellona 1992. Il progetto iniziale di José Roberto Guimarães guardava al 1996, ma la crescita della squadra e una vittoria contro Cuba ottenuta due mesi prima dei Giochi cambiarono le prospettive del gruppo.

"Zé arrivò all'inizio del 1992 con un programma per vincere nel 1996, ma la squadra trovò gli equilibri durante il percorso. Fu importante battere Cuba due mesi prima: quella generazione non ci era mai riuscita e quel risultato cambiò tutto. Ai Giochi finimmo nel girone della morte, lo chiudemmo al primo posto e lì cominciammo a pensare al titolo".

Giovane ha ricordato con ironia anche i festeggiamenti dopo l'oro: "Sapete dove celebrammo il titolo del 1992? Da McDonald's. Nulla contro, fu fantastico, ma non ricevemmo premi né altro perché non avevano preparato niente".

Dodici anni più tardi arrivò il secondo oro, ad Atene 2004, con una squadra che viveva il torneo con una consapevolezza differente: "In quei Giochi avevamo la certezza della medaglia, anche se non sapevamo di quale colore. Era la squadra del lavoro e sentivamo di meritarlo: pensavamo di vincere non per arroganza, ma perché eravamo preparati".