Il sito ufficiale della CEV è offline da più di due settimane e, onestamente, la sensazione è quella di un salto indietro ai primi anni Duemila: quando le comunicazioni arrivavano via fax, i risultati si scoprivano il giorno dopo e per conoscere gli esiti dei sorteggi si dovevano inseguire i post dei club su Twitter o Facebook, sperando che qualcuno aggiornasse in tempo reale i propri abbinamenti, così da comporre i gironi come fosse un puzzle, dove ogni pezzo era il post di ogni singolo club.
Oggi, da una confederazione europea, ci saremmo aspettati tutt’altra attenzione e soprattutto tempi di risoluzione più rapidi.
Il problema è che questo blackout arriva nel momento peggiore: l’ultimo turno della Champions League maschile, quello che decide chi va ai quarti, chi passa dai playoff, chi retrocede in CEV Cup e chi chiude qui la stagione europea. In uno sport dove non esiste la copertura televisiva capillare della Champions League di calcio o dell’Eurolega di basket, il sito ufficiale dovrebbe essere il punto di riferimento per media e tifosi. Invece, per sapere cosa accade su campi polacchi o di Turchia, Germania o Francia, bisogna affidarsi alla buona volontà dei club e ai loro aggiornamenti social: se non comunicano bene, l’informazione semplicemente non arriva.
È vero: il sito offline è uno scivolone, sì, ma non cancella i progressi fatti in altre aree della pallavolo. Proprio per questo, però, stona ancora di più. Perché una competizione che vuole crescere in credibilità internazionale non può permettersi un vuoto informativo così lungo nel cuore della stagione.
E c’è un’ultima contraddizione: la CEV pretende standard elevati dai club e sanziona chi non rispetta requisiti e procedure, anche sul piano organizzativo e comunicativo. In questo caso, però, viene da dire che dovrebbe multarsi da sola.
La comunicazione non è un dettaglio: è parte del prodotto sportivo. E nei giorni decisivi di una manifestazione europea, non può essere lasciata al caso.











