Challenge Cup | 27 marzo 2026, 18:01

Megabox Vallefoglia, dalla Serie B alla Challenge Cup: costi, ricavi e crescita di un progetto vincente

Luca Muzzioli

“La Challenge? Un trofeo che dà prestigio, ma pesa nei conti”: il bilancio europeo di Alessio Simoni

I conti della Challenge Cup

I conti della Challenge Cup

VALLEFOGLIA – Dalla Serie B all’Europa, fino alla conquista della Challenge Cup, il terzo trofeo continentale, nel giro di pochi anni. Il percorso della Megabox Vallefoglia rappresenta uno dei casi più rapidi di crescita nel panorama della pallavolo italiana. A raccontarlo è il direttore sportivo Alessio Simoni, che analizza non solo il valore sportivo del successo, ma anche i risvolti economici, organizzativi e strategici di una competizione europea.

"Per la società è un traguardo clamoroso perché è l’esordio assoluto in Europa" spiega Simoni, sottolineando come il club marchigiano, nato nel 2020, sia riuscito in pochi anni a scalare tutte le categorie fino alla vittoria continentale. "Siamo probabilmente la squadra più giovane come storia ad aver vinto la Challenge Cup. In sei anni il club è  passato dalla B all’Europa e l’abbiamo vinta".

Un risultato che va oltre il campo. "Portare una coppa europea in un comune piccolo come Vallefoglia ha creato un interesse enorme: istituzioni, aziende, sponsor. Anche se è la terza coppa per 'classifica', resta comunque una coppa europea, e questo per chi investe non cambia molto".

Un aspetto che Alessio Simoni ha voluto sottolineare con forza riguarda la solidità e l’affidabilità del club, elemento che ritiene determinante nel percorso di crescita della Megabox Vallefoglia del presidente Ivano Angeli. "Se c’è una cosa che non si può dire è che il 10 del mese devi controllare se ti sono arrivati i soldi" – evidenzia – "qui i pagamenti sono sempre puntuali, non hai mai il dubbio".

Una condizione che, secondo il direttore sportivo, rappresenta una base imprescindibile per costruire risultati sportivi. "La serietà di chi paga è fondamentale: ti permette di lavorare bene, di programmare, di dare tranquillità alle giocatrici e allo staff".

In un contesto in cui non tutte le realtà del volley possono garantire stabilità economica, Simoni individua proprio in questo uno dei punti di forza del progetto marchigiano: "Sono molto bravi sotto questo aspetto, ed è uno dei motivi principali per cui in pochi anni siamo riusciti a crescere così tanto".

Un dettaglio che non entra nei tabellini, ma che contribuisce in modo concreto alla costruzione di una squadra competitiva e credibile anche a livello europeo.

La scelta iniziale della competizione non è stata casuale. Dopo la qualificazione ottenuta tramite il playoff, la società ha optato per la Challenge Cup invece della potenziale promozione in CEV Cup dopo la Wild Card di Novara in Champions. "Era la prima esperienza, volevamo una competizione più gestibile e con la possibilità concreta di provare a vincerla. La CEV Cup sarebbe stata più complicata, anche per il livello delle squadre".

Dal punto di vista tecnico e organizzativo, però, il percorso europeo ha avuto un impatto significativo. "Ci ha complicato la vita, soprattutto perché si è incastrato con un calendario già molto compresso. Tante trasferte difficili, voli complicati, settimane pesanti".

Le difficoltà logistiche hanno inciso in modo concreto sulla gestione del gruppo. "Abbiamo dovuto allungare la rosa a 14 giocatrici per evitare sovraccarichi, soprattutto per i centrali. È stata una scelta necessaria, ma significa anche costi in più: un contratto in più, una casa in più, una macchina in più".

E proprio il tema economico è centrale nell’analisi del direttore sportivo. "Partecipare a una coppa incide almeno per un 10-15% sul budget stagionale. Solo di trasferte noi abbiamo speso circa 70 mila euro. Poi ci sono i costi extra, l’organizzazione, il materiale".

Il bilancio finale è chiaro: "Fare la coppa costa circa 100 mila euro. Se la vinci ne incassi 50, ma tra premi e altre spese comunque resti con un saldo negativo intorno ai 70 mila. Se arrivi secondo, praticamente non rientri di nulla".

Una voce spesso sottovalutata riguarda i premi alle giocatrici. "Anche chi non aveva il bonus a contratto lo ha ricevuto, per evitare differenze nello spogliatoio. Alla fine aggiungi altri 20 mila euro di costi".

E poi c’è la produzione televisiva: "La finale va prodotta, e sono altri 5-6 mila euro. Se vuoi valorizzare tutto il percorso e produrre più partite, puoi arrivare a spendere anche 20 mila euro in più".

Nonostante ciò, la Challenge Cup può diventare sostenibile. "Se sei bravo a venderla sul territorio, puoi coprire i costi. In una zona come la nostra, piena di aziende, l’interesse si crea. E se copri le spese, hai già fatto un buon lavoro".

Il ritorno, infatti, è soprattutto in termini di visibilità. "Abbiamo portato 3.000 persone a una finale di mercoledì sera. Questo significa che il prodotto funziona e che puoi proporlo agli sponsor".

Anche la scelta di spostare alcune partite in impianti più grandi ha contribuito alla crescita del pubblico. "Alla Vitrifrigo Arena abbiamo fatto numeri importanti. Allarghi il bacino, magari vengono per vedere le grandi squadre, ma poi tifano per te".

Sul piano sportivo, resta anche l’esperienza internazionale, come quella vissuta nella finale contro il Panathinaikos. "In Grecia ho visto qualcosa di incredibile: 3.000 persone che cantavano per tutta la partita, senza fermarsi mai. Un’atmosfera unica".

Nonostante le tensioni iniziali e le misure di sicurezza, il clima è rimasto sotto controllo. "All’inizio c’era un po’ di preoccupazione, eravamo scortati dalla polizia, ma durante la partita non si è percepito alcun pericolo".

Il bilancio finale, quindi, è articolato. La Challenge Cup non è un’operazione economicamente vantaggiosa nel breve periodo, ma rappresenta un investimento in visibilità, crescita e credibilità. "Dà prestigio alla società, crea interesse e ti apre porte. Se sei capace di sfruttarla, può diventare un passaggio fondamentale nello sviluppo del club".