Finale 1. posto
RANA VERONA - SIR SUSA VIM PERUGIA 1-3 (27-25, 22-25, 21-25, 22-25)
Rana Verona: Christenson 1, Sani 9, Cortesia 1, Ferreira Souza 28, Keita 15, Nedeljkovic 4, D'Amico (L), Planinsic 0, Staforini (L), Bonisoli 0, Vitelli 8, Mozic 3. N.E. Gironi, Glatz. All. Soli.
Sir Susa Scai Perugia: Giannelli 3, Plotnytskyi 17, Crosato 11, Ben Tara 16, Semeniuk 13, Russo 5, Ishikawa (L), Dzavoronok 1, Solé 0, Colaci (L), Gaggini 0. N.E. Argilagos, Cvanciger. All. Lorenzetti.
ARBITRI: Puecher, Verrascina.
NOTE - durata set: 30', 28', 29', 32'; tot: 119'.
TRIESTE - La Del Monte Supercoppa consegna un altro pezzo di storia alla bacheca della Sir Susa Scai Perugia: con questo successo, Perugia eguaglia il primato di sette trofei nella competizione detenuto dalla Sisley Treviso. Non solo: a livello individuale, Massimo Colaci firma un record personale che lo proietta nella storia della Supercoppa con nove vittorie complessive, primato assoluto nella competizione.
Dentro questo quadro storico si inserisce una finale che non è stata una passerella. Contro una Verona mai doma, capace di strappare il primo set e di mettere spesso in discussione l’inerzia della partita, Perugia ha vinto per resilienza, gestione dei momenti chiave e capacità di colpire quando il set chiedeva lucidità più che spettacolo.
Una vittoria che racconta meno la potenza di una squadra e molto di più la sua maturità: Perugia non ha dominato sempre, ma ha saputo non scomporsi mai. E in una finale, questa è la forma più alta di superiorità.
I PIÙ - Gli umbri non hanno dominato sempre, ma non si sono mai disuniti. Anche quando Verona ha messo pressione (primo e quarto set), la formazione di Lorenzetti ha assorbito i colpi, tenuto la linea e colpito nei momenti chiave. Perugia ha vinto i set “sporchi”: quelli in cui non sei più lucido tecnicamente, ma devi esserlo mentalmente. Qui si è vista la differenza tra squadra forte e squadra che sa vincere le finali. Ogni volta che il set si è rimesso in equilibrio, l’inerzia è cambiata dai nove metri e questo vale per entrambe le squadre, solo che Perugia ha sbagliato di meno.
I MENO - Verona ha costruito vantaggi, li ha difesi e poi li ha buttati. Invasioni, attacchi out, servizi sbagliati nei finali: quando giochi punto a punto, regalare è un suicidio sportivo. Darlan è stato spesso l’ancora, ma Keita e Mozic hanno vissuto momenti di buio proprio quando serviva lucidità.
SESTETTO - Soli schiera Christenson-Darlan in diagonale palleggiatore-opposto, al centro Cortesia e Nedeljkovic e in posto4 Sani (Mozic avvio in pancina) - Keita, libero Staforini. Lorenzetti manda in campo Giannelli palleggiatore con Ben Tara a completare la diagonale, Russo e Crosato come centrali, gli schiacciatori Semeniuk e Plotnytskyi, infine Colaci libero.
LA PARTITA - L’avvio della finale è a senso unico: la Perugia parte lanciatissima e impone subito la propria cifra. Semeniuk, Ben Tara e Plotnytskyi annichiliscono Verona nelle prime rotazioni, scavando il primo solco del set (4-7) e mantenendo il controllo del parziale per buona parte della frazione. Ma la partita, come spesso accade nelle finali, non segue una linea retta.
Qui entra in scena Darlan. Dai nove metri prova a riaprire il set a più riprese, finché non lo fa davvero: due ace e un punto in attacco riportano Verona sul 21 pari, trasformando un set apparentemente già scritto in un terreno scivoloso per Perugia.
Gli umbri hanno comunque l’occasione di chiuderla, complice un set ball di Russo. Tuttavia Verona non solo resta in piedi: si prende due set point e al secondo, dopo un servizio micidiale di Darlan, Keita mette il punto che ribalta il parziale (27-25).
È un set buttato alle ortiche da Perugia e strappato con ferocia da Verona. E racconta subito una cosa: questa finale non si vincerà con la superiorità tecnica, ma con la gestione dei momenti in cui la partita chiede nervi saldi.
Verona prova a insistere sulla pressione dai nove metri, scelta coerente con quanto aveva funzionato nel primo set (Perugia ridotta a un misero 5% di ricezione perfetta). Il problema è il rovescio della medaglia: quando forzi il servizio e sbagli troppo, rompi il ritmo anche a te stesso. E nei set in equilibrio, spezzare il flusso con errori ripetuti non aiuta ad alzare l’intensità, la abbassa.
In fase di costruzione, Christenson si affida al capitano Mozic (86% in attacco) come terminale privilegiato; Giannelli, dall’altra parte, varia molto di più la distribuzione, diluendo i riferimenti del muro veronese. Ma anche per la Sir l’inerzia cambia su un episodio dai nove metri: l’ace di Dzavoronok, subentrato al servizio, porta Perugia avanti 18-20 e sposta l’equilibrio del set.
Il secondo strappo è ancora più simbolico che numerico: il muro di Crosato su Mozic (20-23) certifica il momento di difficoltà dei gialloblù. A quel punto Ben Tara viene messo nelle condizioni ideali per chiudere senza muro e non sbaglia: 22-25.
Un set che Perugia vince non tanto per superiorità costante, quanto per capacità di colpire nei due momenti chiave in cui Verona aveva ancora il parziale in equilibrio.
La Sir Susa Scai Perugia parte “quadrata”, con ordine e concretezza, e come nella prima frazione costruisce rapidamente un vantaggio di tre punti che riesce a gestire fino a metà parziale. La trama sembra chiara: Perugia prova a scappare, Verona prova a rientrare.
E infatti, puntuale, spunta di nuovo Darlan: prima a muro su Semeniuk (14-15), poi con l’errore di Ben Tara in attacco che vale il 16 pari e, subito dopo, con un ace che suona come un avvertimento serio per gli umbri. La partita sembra di nuovo sul punto di scivolare verso l’ennesimo set riaperto all’ultimo respiro.
Ma in questa finale la calma la portano gli ace. Semeniuk trova il servizio giusto e riporta i Block Devils sul +2, spegnendo l’inerzia emotiva veronese. La squadra di Lorenzetti non si disunisce, amministra il vantaggio con ordine e chiude il parziale con Crosato (21-25). È un set che racconta la maturità di Perugia: assorbe i colpi di Darlan, non si fa trascinare nella battaglia nervosa e vince per gestione del momento.
Verona aveva in mano il set. Lo aveva costruito con pazienza e lo aveva anche allungato: +4 sul 14-10 grazie all’ace di Keita, con l’inerzia chiaramente dalla parte scaligera. In una finale, questo dovrebbe bastare per portarti almeno al tie-break.
Gli umbri invece non si scompongono: restano certosini, punto dopo punto. La parità arriva grazie al servizio di Ben Tara, anche se a capitalizzare sono i compagni: è la pressione dai nove metri che riorienta il set, non il colpo singolo. Da lì in poi Perugia non perde mai la scia, nemmeno quando Vitelli mura Ben Tara (20-21) e sembra poter riaprire il parziale in favore di Verona.
Il finale è una sequenza di errori che pesano come macigni: invasione di Keita, attacco out di Darlan e, a chiudere il conto, errore al servizio ancora di Keita (22-25). Non serve un colpo di genio a Perugia: basta restare lucidi mentre l’altro si scompone.
È il set che spiega la partita: Verona ha l’energia, Perugia ha la resilienza. E nelle finali, quasi sempre, vince la seconda.










