PARIGI – Nel podcast ufficiale della Fédération Française de Volley, “Ensemble”, il palleggiatore della nazionale francese Antoine Brizard si è raccontato a cuore aperto: dalla coesione del gruppo azzurro alla rivalità sana con il capitano Benjamin Toniutti, passando per la sua crescita personale, la crisi d’ansia ai Giochi di Parigi e il desiderio di restituire qualcosa al volley francese.

“Insieme è la parola che ci definisce”
"Ensemble, insieme… È il nostro grido prima di ogni allenamento, prima di ogni partita. Mi fa subito pensare alla Nazionale francese” – racconta Brizard – “più ancora delle vittorie, è qualcosa di speciale che ci lega. Durante l’anno giochiamo in club diversi, spesso all’estero, e sento storie di compagni che non parlano neppure con i colleghi della loro nazionale. Noi invece siamo sempre felici di rivederci. È un privilegio.”
Il regista campione olimpico di Tokyo 2021 spiega che quella della Francia è una squadra diversa da tutte le altre: “Penso che la gente si faccia un’idea quasi romantica di noi, ma quello che abbiamo è reale. È come una colonia estiva: lavoriamo duramente, ma con un’amicizia e un rispetto reciproco enormi. Siamo persone molto diverse, con caratteri opposti, eppure ognuno ha imparato a conoscere e capire l’altro. Il nostro segreto è questo.”
“Toniutti, un fratello. Ci siamo migliorati a vicenda”
Brizard definisce sé stesso “uno dei due direttori d’orchestra” della nazionale, accanto al capitano Benjamin Toniutti: “Se oggi sono il giocatore che sono, è anche grazie a lui. Mi ha insegnato tanto, spesso senza saperlo. È un grande competitivo, vuole sempre giocare, ma mi ha sempre messo a mio agio. Se domani dovesse prendere il mio posto, lo farebbe. Io ho cercato di prendere il suo, ma sempre per spirito di competizione, mai per cattiveria. È stato un confronto sano, che ha fatto crescere entrambi e ha fatto crescere la squadra.”
Il suo rispetto per Toniutti è totale: “Non si è mai aggrappato al ruolo di capitano, non ha mai usato la sua influenza per tenersi il posto. Ha sempre pensato prima al gruppo. Per questo ho per lui un rispetto immenso.”

“Ervin? Lo conosco da quando avevo nove anni”
Il palleggiatore di Poitiers ha ricordato anche i primi passi nella pallavolo e l’incontro da bambino con Ervin Ngapeth: “Ci siamo conosciuti nel 2003, lui aveva dodici anni, io nove. Era già tecnicamente avanti, faceva cose che per me erano impensabili. Io ero più piccolo, un po’ il ‘bebé’ della squadra. Poi ci siamo persi di vista per anni, finché nel 2017 ci siamo ritrovati in Nazionale. È stato divertente: lui forse era più sorpreso di me.”
“Da famiglia di medici al volley: mia madre ha avuto coraggio”
Brizard non viene da una famiglia sportiva: “Sono nato a Poitiers, una città di pallavolo, ma in casa mia erano tutti medici. Mio fratello lo è diventato, e io sentivo la pressione di dover fare lo stesso. Ho perso mio padre a dieci anni, e mia madre si è ritrovata da sola con noi due. All’inizio era preoccupata: voleva sicurezza, stabilità. Ma poi ha visto che ero infelice senza la pallavolo. È stata lei ad avere il coraggio di dire ‘prova fino in fondo’. Mi ha dato la libertà di inseguire un sogno.”
“Punto in primo tocco in finale olimpica? Non ho pensato, ho agito”
Uno dei momenti simbolo della carriera di Brizard resta la “primo tocco” nella finale olimpica di Tokyo contro la Russia: “Sul 13-12 al tie-break ho deciso di attaccare io. Non ci ho pensato prima, è stato istintivo. Era rischioso, la palla era bagnata, difficile da controllare. Poteva finire malissimo. Ma mi sembrava la scelta giusta, e ha funzionato. Non l’ho fatto per spettacolo, ma per vincere.”
Poi aggiunge: “Non credo di amare il rischio, ma amo i momenti importanti. Mi piacciono le partite dove tutto si decide. E penso di non essere male quando la pressione è al massimo.”
“A Parigi ho avuto una crisi d’ansia”
Raccontando i Giochi di Parigi 2024, Brizard ha rivelato un lato più umano: “Il mio torneo è iniziato con una crisi d’ansia. Non avevo mai provato niente del genere. Non riuscivo a calmarmi, cercavo di respirare, ma era come se il corpo non rispondesse. C’era troppa tensione: la paura di deludere, di perdere davanti a casa nostra, davanti a tutti quei francesi. Persino la schiena si era bloccata per lo stress.”
"Poi è passato, ma all’inizio eravamo tutti nervosi. Solo Trevor Clevenot riusciva a giocare libero. Per me è stato utile lavorare con lo psicologo della nazionale. Dopo il Mondiale 2022 ero in una spirale negativa e quel lavoro mi ha aiutato a ritrovare equilibrio. Mi ha insegnato a gestire la pressione, ad anticipare le difficoltà. Avrei voluto iniziare molto prima."
“Il dito tagliato prima della semifinale”
Durante il torneo olimpico, un piccolo incidente gli ha perfino cambiato l’approccio alla semifinale con l’Italia: “Un’ora prima del match mi sono tagliato il dito con un barattolo di gel. Mi ha distratto, mi sono concentrato solo su quello, e forse è servito: mi ha tolto tensione. Ho giocato bene. In finale eravamo sereni, sapevamo di avere già una medaglia. È stata pura felicità.”
“Non cerco la fama, ma rispetto per il volley francese”
"Non gioco per essere famoso, non è quello che voglio" – ha sottolineato Brizard – “ma vorrei che la pallavolo francese avesse la visibilità che merita. Giochiamo con uno stile unico, siamo un gruppo speciale. Meriteremmo molto più spazio mediatico.”
"Siamo diventati un punto di riferimento nel volley mondiale, ma nel panorama sportivo francese restiamo poco conosciuti. Non siamo Mbappé, ma abbiamo reso grande il nostro sport.”
“Ho investito nel Paris Volley per passione”
Oggi Brizard è anche investitore nel Paris Volley, la società dove è cresciuto: “Non l’ho fatto per guadagnare, ma per passione. Ho messo soldi che potevo permettermi di lasciare. Quel club è parte della mia vita: lì ho iniziato la carriera, ho conosciuto mia moglie, i miei migliori amici. Quando è stato in difficoltà economica, un gruppo di noi l’ha salvato. È stato naturale farne parte.”
“Lo sport è una vetrina per cambiare le cose”
In chiusura, un messaggio civile: “Lo sport è una vetrina potente, un legame sociale incredibile. Può e deve essere uno spazio di consapevolezza: sull’ecologia, sull’uguaglianza, sul rispetto. Ogni volta che lo sport affronta questi temi, la gente ascolta. E può cambiare qualcosa.”











