Il caso Noumory Keita sta assumendo contorni che vanno ben oltre il campo da gioco. Non tanto – o non solo – per il valore tecnico dell’opposto, quanto per ciò che ruota attorno alla sua possibile naturalizzazione sportiva e alla conseguente convocabilità con una nazionale diversa da quella d’origine.
Secondo i rumors, oggi sarebbero addirittura tre le federazioni "incorsa": Italia, Francia e Turchia. E già qui il termine “corsa” suona fuori luogo. Perché se è legittimo che una persona (atleta o no), nel rispetto delle regole, possa cambiare cittadinanza, e di conseguenza anche quella sportiva, è quantomeno discutibile che questo processo venga raccontato – e forse gestito – come una competizione a chi offre di più, con trattative che sembrano passare dal tavolo del procuratore serbo del giocatore più che da un percorso personale, culturale o sportivo dell’atleta stesso.
È questo il punto che inquieta di più. La sensazione, sempre più diffusa, è che la nazionalità rischi di diventare una variabile di mercato, un elemento negoziabile come un contratto di club, svuotato del significato che dovrebbe avere quando si parla di rappresentare una nazione, una maglia, un movimento.
Ci sono almeno due questioni centrali che meritano attenzione e chiarezza.
La prima è regolamentare. Keita ha già giocato a livello giovanile con il Mali? È quindi necessario chiarire, nel caso, in modo trasparente, se e a quali condizioni possa effettivamente cambiare federazione d’origine.
La seconda è etica. Anche ammettendo che il cambio di federazione sia formalmente possibile, è giusto che si arrivi a una situazione in cui più nazionali “si contendono” un atleta sulla base di offerte indirette, promesse o vantaggi negoziati attraverso intermediari? È davvero questo lo spirito con cui un atleta dovrebbe scegliere – o sentirsi addosso – la responsabilità di rappresentare un Paese?
Per Volleyball.it la risposta è chiara: no.
Non perché si voglia negare a un giocatore la libertà di costruire il proprio percorso, ma perché trasformare la nazionalità in una posta d’asta rischia di snaturare il senso stesso delle competizioni internazionali.
Per questo riteniamo necessario e auspicabile un monitoraggio attento da parte della FIVB per verificare se, nel caso specifico, il cambio di federazione sia davvero consentito alla luce delle esperienze giovanili già maturate e per interrogarsi, più in generale, su quanto sia sano che il mercato degli intermediari possa spingersi fino a influenzare la scelta di una nazionale.
Il rischio, altrimenti, è quello di aprire una strada da cui sarà difficile tornare indietro. E a perderci, alla lunga, potrebbe non essere una singola federazione, ma la credibilità stessa del volley internazionale.











