Comunichescion | 01 febbraio 2026, 16:20

Keita, Italia o Francia è lo stesso?

Luca Muzzioli

La naturalizzazione e una domanda che resta aperta

Francia, Italia purché... se gioca

Francia, Italia purché... se gioca

So che il tema è controverso e forse, affrontarlo in così chiara maniera, anche antipatico e poco utile "alla causa"... Ma la Nazionale non può parificarsi alle logiche dei club, del volley mercato. Le Nazionali devono essere identitarie. Le nostre naturalizzazioni passate avevano "basi" nazionali. Lingua, vita, famiglie "tricolori". Forse qualcuna anche un po' forzata, ma alla distanza radicate.   

L’intervista rilasciata da Noumory Keita (che parla francese e inglese) al Corriere dello Sport di sabato 31 gennaio non aggiunge, in realtà, molto a quanto già si sapeva. Ed è forse proprio questo il punto. Il fenomeno di Verona parla poco, misura le parole, resta sul vago. Una cautela che appare evidente e probabilmente non casuale, considerando la delicatezza del tema che lo accompagna da mesi: la possibile acquisizione della cittadinanza italiana e, di conseguenza, l’eventuale convocabilità in azzurro.

Keita non smentisce nulla, ma non conferma nulla. Alla domanda sulla naturalizzazione risponde con una mezza battuta, “forse è vero, forse no”, rimandando tutto a un futuro indefinito. Nessuna presa di posizione, nessun orizzonte chiaro. Una linea attendista che può essere letta come prudenza, o come scelta precisa di non esporsi.

Quando però il discorso si sposta sulle altre opzioni, il quadro diventa più chiaro. Keita ammette di avere “molte offerte” e, alla domanda sulla Francia, risponde senza esitazioni: sì, c’è anche quella possibilità. Italia e Francia vengono citate sullo stesso piano, come alternative equivalenti. Ed è qui che, pur parlando poco, l’atleta lascia intravedere molto. Per lui, almeno in questa fase, una Nazionale sembra valere l’altra.

Non è una dichiarazione clamorosa, né polemica. Anzi, è quasi neutra, detta senza enfasi. Ma proprio per questo pesa. Perché se l’Italia è una delle opzioni possibili, e non una scelta desiderata, il tema della naturalizzazione cambia prospettiva. Non è più solo una questione tecnica o burocratica, ma identitaria.

Dal punto di vista sportivo, Keita resta un profilo straordinario. I numeri parlano per lui, così come l’impatto in Superlega. Anche nell’intervista, il focus principale è tutto sul club: scudetto, Coppa Italia, ambizioni condivise con Verona. È lì che l’atleta si espone davvero, è lì che mostra convinzione e chiarezza. Sulla Nazionale italiana, invece, solo una constatazione generica: “È un’ottima squadra, ci sono giocatori forti”. Nulla di più. Nulla che vada oltre ciò che direbbe qualunque grande straniero che gioca nel nostro campionato.

Ed è inevitabile che la riflessione si allarghi. SPORTIVAMENTE PARLANDO (sia chiaro) abbiamo davvero bisogno di un “italiano” così? Di un atleta per il quale l’azzurro non rappresenta un approdo naturale, ma una delle tante possibilità sul tavolo? Oppure siamo semplicemente di fronte a un eccesso di onestà, perfettamente coerente con i tempi che viviamo, in cui l’appartenenza è fluida e le scelte sono legittimamente personali?

Keita non promette nulla, ma non nasconde nulla. Non costruisce una narrazione, non strizza l’occhio, non gioca a fare l’italiano in attesa del passaporto. Dice poco, ma quel poco è chiaro: oggi la sua priorità è vincere con il club, il resto si vedrà. Italia o Francia, vedremo.

Ed è proprio quel “vedremo” che pone la domanda finale, forse scomoda ma necessaria. Il problema non è se Keita sarebbe utile alla Nazionale: tecnicamente lo sarebbe. Il problema è capire se una Nazionale come l’Italia, con la sua storia e la sua cultura, abbia davvero bisogno di qualcuno per cui indossare l’azzurro non fa poi tutta questa differenza.