Comunichescion | 05 febbraio 2026, 19:52

Quando il fischio diventa un confine pericoloso...

Luca Muzzioli

il lancio di un oggetto contro Karakurt

il lancio di un oggetto contro Karakurt

Premessa: a me Karakurt non è mai risultata simpatica. È una percezione personale, maturata nel tempo. Credo che la gestione dell’atleta sia particolarmente complessa, o quantomeno questa è l’immagine che lei stessa contribuisce a costruire attraverso i suoi post social e i suoi atteggiamenti pubblici. Poi, naturalmente, in privato potrebbe essere la persona più tranquilla del mondo. I segnali che avevo colto durante la sua esperienza italiana non erano stati positivi, ma si tratta di percezioni personali, raccolte parlando con una sola parte, non con entrambe. Ed è giusto chiarirlo.

In campo, però, Karakurt è ciò che ogni allenatore vorrebbe: una agonista totale. Una di quelle giocatrici che vivono la partita sul filo della tensione emotiva, spesso al limite, forse oltre il limite, dell’antipatia sportiva. Ma resta una agonista vera. E in Champions, contro Milano, si è visto tutto questo. È partita con il freno a mano tirato, poi è cresciuta fino a risultare determinante nei parziali che hanno consentito all’Eczacibasi di vincere la partita contro la formazione milanese.

Ciò che colpisce, però, non è solo la sua prestazione. È il dopo.

I video di fine gara mostrano una salva di fischi che parte da tutto il palazzetto. Non un dissenso isolato, non una contestazione circoscritta, ma una massa indistinta, totale, coinvolgente. Una massa che fischia un’atleta che ha appena contribuito alla vittoria della propria squadra. I fischi, in sé, fanno parte dello sport. Non hanno mai fatto male a nessuno, o quasi. Dipende dal carattere di chi li riceve, dalla sua capacità di assorbirli, di trasformarli in energia, di conviverci.

Il problema non sono i fischi.

Il problema è ciò che i fischi autorizzano.

Quando una massa si esprime in quel modo, crea un contesto. E in quel contesto può esserci qualcuno, più debole, più fragile o semplicemente più irresponsabile, che si sente autorizzato ad andare oltre. A lanciare qualcosa verso un atleta. Se quell’oggetto non colpisce nessuno, resta un episodio. Diventa un video che gira sui social, una polemica che si consuma in poche ore. Ma se un giorno quell’oggetto dovesse colpire qualcuno, allora non basterà più archiviare tutto come un eccesso isolato.

E c’è un altro aspetto che non può essere ignorato. Non possiamo giustificare tutto questo dicendo che “in Turchia è normale”, che lì questa è la prassi, che quel tipo di pressione ambientale fa parte del gioco. Al di là del fatto che questa presunta normalità andrebbe verificata e non semplicemente ripetuta per sentito dire, il punto è un altro. Anche se altrove fosse davvero così, non sarebbe comunque una giustificazione.

Il video del finale di partita e del lancio contro Karakurt

Non possiamo permetterci di imbarbarirci o di perdere la nostra identità sportiva solo perché qualcuno, da qualche altra parte, ha già imboccato quella strada.

La pallavolo italiana ha costruito nel tempo la propria credibilità anche sulla qualità dello spettacolo, sul rispetto, sulla capacità di creare un ambiente competitivo ma non ostile. Rinunciare a questo, o peggio ancora relativizzarlo dicendo che “gli altri sono peggio”, significherebbe accettare un arretramento culturale prima ancora che sportivo.

Per anni abbiamo rivendicato la diversità della pallavolo. Uno sport per famiglie. Uno sport capace di coniugare passione e rispetto. Uno sport che ha spesso rivendicato, a ragione o a torto, una propria superiorità morale rispetto ad altri contesti. C'è chi vuole chiudere gruppi di tifosi organizzati perché nel nome contengono la parola “ultras”, poi si consente alla sciura in tribuna centrale di lanciare oggetti verso l'atleta avversaria "antipatica".

Se accettiamo che la pressione collettiva diventi intimidazione, se accettiamo che l’ostilità diventi normalità, se accettiamo che la massa crei un clima in cui il singolo si sente autorizzato ad andare oltre, allora dobbiamo avere anche il coraggio di ammettere che quella diversità non esiste più.

Perché il rischio non è la massa.

Il rischio è sempre il singolo.

E prima o poi, quel singolo potrebbe presentarci il conto.