La Champions League maschile 2026 incorona ancora la Sir Sicoma Monini Perugia, ma lascia dietro di sé anche un’altra immagine difficile da ignorare: quella di una Final Four giocata davanti a spalti semivuoti. Numeri che fanno discutere e che aprono inevitabilmente una riflessione sul modello organizzativo scelto dalla CEV per il principale evento europeo della pallavolo per club. Una analisi da fare, ricordando però che a Istanbul la Final Four femminile ha vissuto tutt'altra atmosfera. Quella che merita il contesto del massimo trofeo continantale.
I dati ufficiali dell’affluenza parlano chiaro:
Semifinale Perugia – Projekt Warszawa: 3.461 spettatori
Semifinale Zawiercie – Ziraat Ankara: 4.271 spettatori
Finale 3° posto Warszawa – Ziraat: 3.100 spettatori
Finale Perugia – Zawiercie: 5.800 spettatori
Numeri molto bassi se rapportati alla capienza dell’Inalpi Arena, impianto da circa 12.000 posti scelto per ospitare l’evento. Anche la finale, pur migliore rispetto alle altre gare, si è giocata in un palazzetto lontano dall’essere pieno. E l’immagine dei tendoni sistemati per coprire i settori più alti dell’arena ha trasmesso inevitabilmente una sensazione di vuoto difficile da nascondere.
Il tema non riguarda soltanto Torino o l’Italia, ricordste il pienone della Final Four di Coppa Italia femminile di fine gennaio? Riguarda il prodotto Champions League e la capacità della pallavolo europea di trasformare il proprio evento più importante in un appuntamento realmente popolare e attrattivo.

La domanda allora è inevitabile: dove si è sbagliato?
Uno dei primi punti sotto accusa è il costo dei biglietti. Per assistere alle gare della Final Four, in alcuni casi, servivano anche 155 euro al giorno per una semplice tribuna laterale. Prezzi considerati da molti eccessivi anche per appassionati abituali del volley europeo. Una politica che probabilmente ha allontanato proprio quella fascia di pubblico che avrebbe potuto riempire il palazzetto: famiglie, giovani, tifosi neutrali e appassionati italiani.
C’è poi il tema geografico. Torino era davvero la sede ideale? Perugia era l’unica squadra italiana presente, mentre le altre tre semifinaliste arrivavano da Polonia e Turchia. Portare una Final Four in una città relativamente distante dalle tifoserie organizzate polacche e turche - ma anche perugina (vi ricordate l'invasione di Roma degli appassionati umbri nell'edizione 2016/17) cha inevitabilmente complicato gli spostamenti. E in un weekend già molto costoso tra viaggio, hotel e biglietti, molti tifosi hanno rinunciato.
Anche la promozione dell’evento sembra non aver inciso come ci si sarebbe aspettato. In città la percezione della Final Four è apparsa limitata. Poca visibilità diffusa, poco coinvolgimento del territorio e la sensazione che l’evento sia rimasto confinato quasi esclusivamente all’ambiente degli addetti ai lavori.
A tutto questo si è aggiunta una concorrenza sportiva e culturale enorme nello stesso fine settimana. In Italia sono in corso il Giro d’Italia, gli Internazionali di tennis a Roma e il rush finale della Serie A calcistica (Juve in campo alle ore 12...). A Torino, inoltre, c’era il Salone del Libro, capace di attirare migliaia di persone e monopolizzare parte dell’attenzione cittadina.
Anche all’estero la situazione non è passata inosservata. Si è parlato apertamente di “flop” per la Final Four, sottolineando come nemmeno la presenza di Perugia, unica squadra italiana, sia riuscita a trascinare il pubblico locale.
Ed è forse proprio questo il nodo centrale: la pallavolo europea continua a organizzare grandi eventi pensando soprattutto alla dimensione televisiva e istituzionale, ma rischia di perdere il contatto con il pubblico reale. Una Final Four di Champions League dovrebbe rappresentare la festa più grande del volley continentale. Vedere invece migliaia di seggiolini vuoti nella partita più importante dell’anno è un’immagine che obbliga tutti a interrogarsi.
Perché il problema non è soltanto quanti spettatori mancassero sugli spalti. Il problema è che, per un intero weekend, la Champions League maschile non è riuscita a dare la sensazione di essere davvero il centro dello sport europeo.











