Si può fare? Tecnicamente sì. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare il movimento internazionale.
Fino a oggi il rapporto di forza era abbastanza chiaro: la nazionale rappresentava il punto più alto della carriera di un atleta e nessun club, salvo rare eccezioni, si permetteva di ostacolarne la partecipazione. Oggi però il panorama sta cambiando.
I college statunitensi, grazie alla crescente disponibilità economica e alle nuove opportunità offerte agli studenti-atleti, stanno diventando sempre più soggetti capaci di offrire borse di studio e compensi che in alcuni casi superano i 100.000 dollari annui a giovani studentesse-giocatrici. Chi investe pretende disponibilità, presenza e programmazione. Se una studentessa-atleta firma un accordo che prevede l'obbligo di presentarsi al campus in una determinata data, il margine di scelta si riduce drasticamente.
I primi segnali stanno arrivando da nazionali che non hanno il peso politico e sportivo di Italia, Polonia o Brasile. Montenegro, Croazia e altre federazioni si sono già trovate a fare i conti con rinunce estive legate agli impegni universitari negli Stati Uniti. Atlete costrette a scegliere tra la maglia della nazionale e un percorso universitario/sportovo che rappresenta anche un'importante opportunità economica.
Oggi il fenomeno riguarda realtà considerate periferiche nel panorama mondiale. Domani potrebbe coinvolgere anche quelle di vertice.
Eppure questo tema dovrebbe far riflettere soprattutto quei club che periodicamente minacciano di non concedere più i propri atleti alle nazionali. Una posizione comprensibile quando si verificano infortuni o quando i calendari diventano sempre più congestionati. Ma la realtà dimostra che, quando entrano in gioco interessi economici sufficientemente forti, limitare la partecipazione degli atleti alle rappresentative nazionali non è più un'ipotesi teorica.
I college americani stanno dimostrando che quella strada, almeno in alcune situazioni, è già percorribile.
Ed è qui che il discorso si intreccia con un altro tema sempre più attuale: quello del valore reale dei contratti nella pallavolo internazionale.
Perché il principio dovrebbe essere semplice. Chi investe economicamente su un atleta deve poter contare su regole certe e sulla tutela degli accordi sottoscritti. Invece assistiamo sempre più spesso a situazioni nelle quali il contratto viene considerato vincolante soltanto fino all'arrivo di una proposta economicamente superiore.
Detto che anche il movimento italiano, in passato, non ha certo rinunciato a mostrare i muscoli sul mercato internazionale, oggi si è arrivati a un livello che dovrebbe imporre una riflessione seria da parte delle istituzioni che governano la pallavolo mondiale.
Il caso di Mandiraci a Piacenza è probabilmente l'esempio più evidente di questa stagione: un contratto firmato, una programmazione avviata e, successivamente, l'arrivo di un'offerta capace di cambiare completamente lo scenario.
È difficile chiedere a un atleta di rinunciare a cifre che possono cambiare una carriera. Ed è altrettanto evidente che spesso siano gli stessi procuratori a favorire questo tipo di operazioni. Ma il problema non può essere ignorato.
Un club costruisce una squadra, programma una stagione, sviluppa una campagna abbonamenti, presenta nuovi acquisti ai tifosi, definisce un progetto tecnico. Quando un giocatore cambia destinazione a mercato praticamente chiuso, il danno va ben oltre il valore economico del contratto.
Si tratta di un danno sportivo, organizzativo e d'immagine. Potrebbe venir voglia di smettere di investire in una disciplina dove non c'è certezza di diritto.
Ancora più evidente è il problema quando si guarda alle società che investono nella crescita dei giovani. Se chi forma un atleta non viene adeguatamente tutelato, rischia di perdere significato il concetto stesso di settore giovanile.
Per questo la questione non riguarda soltanto i singoli casi di mercato.
Riguarda il ruolo della CEV e della FIVB.
Oggi le istituzioni internazionali intervengono prevalentemente quando nasce una controversia. Gestiscono arbitrati, definiscono eventuali compensazioni e applicano regolamenti che spesso prevedono risarcimenti limitati rispetto ai danni effettivamente subiti dai club. Ma la sensazione è che il sistema continui a rincorrere i problemi anziché prevenirli.
Transfer internazionali e contratti dovrebbero avere un livello di tutela e legame molto più vicino. Perché non è possibile continuare a considerare il contratto un documento fondamentale quando conviene a una delle parti e superabile quando si presenta un'opportunità economicamente migliore.
E quando in Italia si accolgono con tutti gli onori i dirigenti delle grandi organizzazioni internazionali, forse sarebbe opportuno porre loro anche queste domande. Perché i club rappresentano la base dell'intero movimento. Sono loro che pagano stipendi, formano atleti, organizzano eventi, sostengono i costi quotidiani della pallavolo professionistica e alimentano il sistema che permette a competizioni internazionali, coppe europee o il circo del Mondiali per club.
Se non vengono adeguatamente tutelati, il rischio è che diventino semplicemente delle mucche da mungere.
Alla fine, però, i due temi non sono così lontani come possono sembrare.
Da una parte ci sono i college americani che iniziano ad avere la forza economica per sottrarre atleti alle nazionali. Dall'altra ci sono club e investitori che riescono a modificare accordi già sottoscritti offrendo condizioni migliori.
In entrambi i casi emerge lo stesso fenomeno: l'ingresso di soggetti economici sempre più forti in un sistema che, fino a oggi, era governato soprattutto da federazioni, leghe e regolamenti sportivi.
I college americani sono soltanto il primo segnale visibile di questo cambiamento. Oggi incidono sulle nazionali minori. Domani potrebbero avere un peso molto più rilevante. Così come oggi un grande investimento può cambiare il destino di un trasferimento che sembrava già definito.
E allora la domanda non è più se una giocatrice possa rinunciare alla nazionale per rispettare gli impegni con il proprio college o se un atleta possa lasciare un club dopo aver firmato un contratto.
La vera domanda è chi governa davvero il movimento mondiale: le federazioni, le leghe, i club oppure chi mette sul tavolo l'offerta economica più alta?











