Comunichescion | 07 settembre 2026, 14:32

Italia, un Europeo perso. Tra doppi cambi e scelte irrisolte di Velasco

Luca Muzzioli

Le azzurre hanno dominato a lungo la finale con la Turchia, ma il doppio cambio sul 19-17 del secondo set ha riaperto una partita che sembrava indirizzata. La gestione di Antropova, le difficoltà in ricezione e l’assenza di alternative nei momenti decisivi completano l’analisi di una sconfitta che non può essere liquidata celebrando soltanto l’argento.

Julio Velasco, una estate irrisolta

Julio Velasco, una estate irrisolta

Chi vince festeggia, chi perde spiega.

È una vecchia regola dello sport, forse spietata, ma ancora valida. E allora l’argento dell’Italia al Campionato Europeo va rispettato per quello che è: una medaglia importante, conquistata arrivando fino alla finale. Ma proprio perché questa Nazionale ha qualità, ambizioni e potenzialità superiori alla maggior parte delle avversarie, la sconfitta con la Turchia non può essere archiviata con la retorica del secondo posto.

Questa finale l’Italia l’aveva in mano.

L’aveva dominata nel primo set, chiuso 25-16. L’aveva nuovamente indirizzata nel secondo, portandosi avanti 12-6 e conservando un margine rassicurante fino al 19-17. In quel momento la squadra di Julio Velasco sembrava ancora padrona del gioco e delle proprie certezze.

Poi è arrivato il doppio cambio.

Sul 19-17 Velasco ha inserito Carlotta Cambi e Merit Adigwe al posto di Alessia Orro e Paola Egonu. Una scelta - il doppio cambio - ormai abituale nella gestione della partita e spesso nel passato mossa vincente. Invece in quel momento è cambiata l’inerzia del set, e non solo. Quando la coppia titolare è rientrata, la Turchia era già avanti 21-24 (da 19-17). Egonu ha accorciato, Vargas ha chiuso il set 22-25 e riaperta la partita. Una partita che sembrava chiusa tanto il di più delle azzurre.

La domanda, allora, è inevitabile: perché aspettare tanto?

Il doppio cambio avrebbe potuto essere chiuso prima, magari quando la Turchia aveva completato la rimonta e messo la testa avanti (20-21). Non necessariamente al primo pallone negativo, perché i cambi vanno anche lasciati giocare. Ma quando una finale comincia a girare, quando il pubblico si accende e l’avversaria ritrova improvvisamente fiducia, bisogna riconoscere il momento.

Egonu, oltretutto, stava giocando una partita di grande livello. Ha chiuso con 28 punti, gli stessi di Vargas, ed era stata una delle protagoniste assolute della superiorità italiana nei primi tre set.  Toglierla in quella fase poteva avere una logica tattica. Lasciarla fuori mentre il set scappava via ne aveva molta meno.

Il problema, però, non è soltanto quando sia stato chiuso il doppio cambio. Il problema è il suo peso specifico.

Un conto è utilizzare questo automatismo con Antropova nel ruolo di opposta: entra una giocatrice capace di modificare da sola l’equilibrio offensivo, con esperienza internazionale e responsabilità da titolare anche in Serie A1. Un altro è farlo con Adigwe, atleta di talento e prospettiva che non ha demeritato, ma che oggi non può ancora garantire lo stesso impatto.

Non è una colpa della giocatrice. È una conseguenza delle scelte compiute a monte.

Qui si ritorna alla grande ambiguità dell’estate azzurra. Velasco aveva dichiarato concluso l’esperimento di Antropova in posto 4 in maniersa netta, inequivocabile, motivando la decisione sia dal punto di vista tecnico sia in relazione alle caratteristiche della giocatrice. Una scelta comprensibile: con Antropova schiacciatrice l’Italia guadagna relativamente in potenza, ma perde equilibrio in ricezione e non sfrutta pienamente la sua capacità di Kate di attaccare frontalmente da posto 2 nel doppio cambio o come cambio diretto di Egonu.

Dopo l’infortunio di Loveth Omoruyi, però, il commissario tecnico è tornato indietro. Non ha scelto di affidarsi stabilmente a Gaia Giovannini o Stella Nervini, giocatrici inserite, valorizzate e utilizzate con profitto nel percorso storico recente di questa della Nazionale. Ha riportato Antropova in posto 4.

Una soluzione probabilmente ritenuta più sicura nell’immediato, ma che ha prodotto due conseguenze.

La prima: l’Italia ha perso l’efficacia quasi devastante del doppio cambio con Antropova.  La seconda: la squadra ha dovuto sostenere un carico molto più pesante in ricezione. Mettendo alla frusta Myriam Sylla ed Eleonora Fersino in tutto il Campionato Europeo. In finale - quella pressione - è diventa ancora più evidente, perché la Turchia ha battuto meglio delle precedenti avversarie e ha saputo individuare le zone nelle quali mettere pressione. Non è stato un episodio. È stato il limite strutturale di una formazione costruita per aumentare il proprio potenziale offensivo sacrificando una parte dell’equilibrio.

Finché l’Italia ha servito, murato e attaccato con continuità, la differenza tecnica è stata enorme: lo raccontano il 25-16 del primo set e soprattutto il 25-12 del terzo. Ma quando la finale è diventata una battaglia, quando gli scambi si sono allungati e il pubblico di Istanbul ha iniziato a pesare, la Turchia ha trovato più soluzioni.

Ed è qui che emerge un’altra differenza tra le due panchine.

Daniele Santarelli ha continuato a ruotare le proprie schiacciatrici e a cercare la giocatrice utile per ogni momento. Non soltanto per attaccare. Cebecioğlu ha dato il proprio contributo, sia un attacco che difesa,  gli ingressi nel giro di seconda linea hanno prodotto difese pesantissime con Yaprak Erkek, utilizzata in maniera determinante nei momenti caldi con difese decisive; in generale, Santarelli ha continuato a intervenire sulla partita, anche attraverso cambi brevi e apparentemente marginali. Non ultimo far riposare la regista Elif Şahin in un momento di massima difficoltà.

Velasco, invece, dopo il passaggio a vuoto del secondo set ha progressivamente ridotto le alternative. Nervini è rimasta in panchina. Giovannini è stata utilizzata senza continuità. Nel quarto set, mentre la Turchia cresceva in difesa e l’Italia perdeva lucidità, dalla panchina azzurra non è arrivata una soluzione capace di cambiare ritmo, ricezione o inerzia.

Forse non avrebbe funzionato. Non lo sapremo. Ma non cambiare significa accettare che la partita continui nella direzione scelta dall’avversaria.

L’Italia ha perso 3-2 una finale nella quale ha segnato complessivamente più punti della Turchia: 103 contro 93. Ha dominato tre quarti della gara sul piano tecnico, ma ha perso i due set equilibrati e il tie-break: 22-25, 21-25, 10-15. Ed è esattamente questo il punto.

La Turchia non è stata più forte per tutta la partita. È stata più forte nei momenti in cui la finale assegnava davvero il titolo. Ha saputo sopravvivere quando veniva travolta, ha approfittato dell’errore italiano nel secondo set e ha poi trasformato la gara tecnica in un confronto di nervi, difesa e resistenza emotiva. L’argento resta. Nessuno lo deve sminuire. Ma resta anche una finale che l’Italia poteva e probabilmente doveva vincere. Celebrarne soltanto il valore significherebbe non riconoscere ciò che è accaduto. E una Nazionale costruita per vincere non può limitarsi a contare le medaglie: deve anche interrogarsi su quelle lasciate dall’altra parte della rete.

Chi vince festeggia.

Questa volta, purtroppo, all’Italia tocca spiegare.