La pallavolo femminile italiana si trova davanti a uno di quei passaggi che possono determinare un intero decennio. I risultati sportivi, la qualità delle protagoniste, l’interesse del pubblico e la forza internazionale dei nostri club hanno creato una condizione probabilmente mai vissuta prima. Il punto, adesso, è trasformare questo patrimonio in valore stabile per tutto il sistema.
Non basterà amministrare ciò che già esiste. Non basterà nemmeno presentare un programma ricco di parole, obiettivi e scadenze. Servono relazioni commerciali di alto livello, capacità di attrarre grandi investitori, competenza nel mercato dei media e una visione capace di far crescere soprattutto le società più fragili.
Per questo la scelta tra Massimo Beduschi e Vito Cozzoli non può essere ridotta a un confronto tra due curricula. È un confronto tra due culture.
Cozzoli porta con sé una lunga esperienza nelle istituzioni e nello sport pubblico. È un profilo abituato ai palazzi, alle relazioni politiche e alle architetture amministrative. Nessuno può negarlo. Ma proprio qui nasce il primo interrogativo: è davvero questo ciò di cui oggi ha maggiormente bisogno la Lega Pallavolo Serie A Femminile?
La candidatura di Cozzoli rischia di apparire come l’ennesima soluzione costruita dentro logiche politiche e istituzionali. Il suo programma insiste sulla trasformazione della popolarità della pallavolo in valore economico, sullo sviluppo della fanbase, sui grandi eventi e sulla crescita della Lega come “motore industriale”. Principi condivisibili, alcuni persino inevitabili. Il problema è capire come tradurli nella realtà e con quali competenze operative.
Una Lega non si rifonda in cento giorni. Alcuni obiettivi annunciati dipendono da provvedimenti legislativi, dalla fiscalità, dal sistema previdenziale e dal confronto con il Governo. Fissare scadenze ravvicinate per questioni sulle quali il presidente della Lega non dispone di un potere decisionale diretto rischia di trasformare un programma in un esercizio di comunicazione.
La Serie A femminile non ha bisogno di slogan o di una campagna elettorale permanente. Ha bisogno di decisioni, investimenti strutturali e risultati misurabili.
Beduschi (foto) rappresenta un’altra impostazione. Arriva dal mondo dei media, della pubblicità e delle grandi aziende. È Italy Chairman e CEO di WPP Media, oltre che Italy Chairman di WPP: una posizione che lo mette quotidianamente in relazione con marchi, investitori, televisioni e grandi gruppi internazionali. È una competenza che oggi alla pallavolo manca e della quale avrebbe un bisogno enorme.
Il salto di qualità non consiste nell’aggiungere un altro sponsor alla maglia o nel trovare di volta in volta un’azienda disponibile a sostenere un singolo evento. Significa portare la pallavolo femminile al tavolo delle multinazionali che investono stabilmente nello sport e nell’intrattenimento. Significa costruire un prodotto riconoscibile, aumentare il valore dei diritti, sviluppare contenuti, conoscere il pubblico e offrire ai partner qualcosa che vada oltre la semplice visibilità.
Il curriculum, da solo, naturalmente non garantisce nulla. Beduschi dovrà dimostrare di avere il tempo necessario e la volontà di comprendere un sistema complesso, nel quale convivono società profondamente diverse per dimensioni, struttura e capacità economiche. Ma tra un profilo abituato soprattutto alla rappresentanza istituzionale e uno che opera nel mercato della comunicazione e degli investimenti, in questa fase ritengo più utile il secondo.
La questione riguarda soprattutto i club meno forti. Conegliano, Milano, Scandicci e Novara dispongono già di strutture e risorse importanti. Una Lega più ricca, competente e commercialmente credibile serve soprattutto alle società che oggi dipendono dalla generosità di pochi imprenditori e dalla continuità di sponsor locali. Senza una crescita dei ricavi comuni, saranno ancora una volta le realtà più deboli a pagare ogni aumento dei costi e ogni cambiamento normativo.
C’è poi il tema dell’indipendenza. Il presidente deve rappresentare tutti i club e non diventare l’espressione, reale o percepita, di una singola area della Lega. Sulla candidatura di Cozzoli pesa il sostegno proveniente soprattutto dall’area Vero Volley (Fumagalli-Marzari). Non è una colpa e non dimostra automaticamente l’esistenza di condizionamenti, ma pone una questione politica che non può essere ignorata.
Lo stesso vale per Spike Media, la società alla quale è affidata una parte decisiva della valorizzazione commerciale e audiovisiva del movimento. La governance della Lega e quella della sua società commerciale devono essere costruite attraverso ruoli chiari, controlli ed equilibri. Concentrare rappresentanza politica e controllo dello strumento economico nelle stesse mani sarebbe una scelta discutibile, indipendentemente dal nome del presidente. Chi indirizza la Lega non dovrebbe anche disporre senza contrappesi della sua cassaforte commerciale.
Un’altra priorità sarà ricostruire un rapporto normale con la FIPAV. Lega e Federazione possono avere interessi differenti e devono conservare la rispettiva autonomia, ma non possono vivere in uno stato di conflitto permanente. La Lega organizza i campionati attraverso una convenzione federale: continuare a comportarsi come due soggetti estranei, se non avversari, indebolisce entrambi.
Indipendenza non significa isolamento. Il nuovo presidente dovrà saper difendere gli interessi dei club e, contemporaneamente, ricostruire un confronto istituzionale produttivo. Anche da questo punto di vista sarà necessario superare personalismi e rendite di posizione accumulate negli anni.
Infine c’è il peso della Serie A2, alla quale la nuova governance assegna il 40% della rappresentanza assembleare. È corretto che la seconda categoria partecipi alle scelte e che la Lega mantenga un principio di solidarietà. Ma solidarietà non significa promettere tutto a tutti in cambio di voti.
La distribuzione delle risorse deve tenere conto anche di chi genera la parte preponderante del valore economico, televisivo e internazionale. Se la A1 dovesse dividersi, la A2 potrebbe determinare il risultato dell’elezione. Sarebbe perfettamente legittimo sul piano statutario, ma lascerebbe aperta una domanda politica: quanto devono pesare, nelle decisioni strategiche, le società che investono di più e che attraverso i risultati europei costruiscono la reputazione dell’intero movimento?
Il 29 settembre non si sceglierà semplicemente il successore di Mauro Fabris dopo vent’anni di presidenza (diverse cose buone, ma anche diverse sbavature). Si deciderà se la pallavolo femminile vuole restare un sistema che vive soprattutto di risultati sportivi e della passione dei propri mecenati oppure diventare finalmente un’industria sportiva moderna.
La mia impressione è che Massimo Beduschi possa offrire alla Lega gli strumenti più adatti per compiere questo passaggio. Non perché rappresenti una soluzione priva di incognite, ma perché la priorità oggi non è aggiungere politica allo sport. È portare nello sport competenze, investimenti e mercato.
Questo treno passa adesso. Se la pallavolo femminile non riuscirà a sfruttare il momento di massima visibilità, difficilmente avrà presto un’altra occasione altrettanto favorevole.











